lunedì 4 luglio 2016

Vanessa, primi 6 mesi a Nova Redençao

Scrivere, raccontare o inviare foto mi mette in difficoltà per tanti motivi, ma questa volta cercherò di fare un piccolo passo avanti e di spiegare un po’ quello che vivo e sento.
All'inizio non avere un progetto ben definito mi ha creato tanti dubbi e anche un po’ d’ansia: cosa sto facendo qui? Ma Dio ci insegna ad avere pazienza ed è Lui che ci mostra il cammino!
Le mie giornate sono piene e ogni giorno si aggiunge un tassello alla mia missione.


L’idea iniziale era poter aiutare i disabili a scuola; mi sono inserita, ho conosciuto i bambini, le maestre, mi sono fatta conoscere, ma il problema è che i bambini disabili non vanno a scuola!
Nel frattempo ho iniziato ad accompagnare suor Ana nella Pastoral da Criança (è un organismo nazionale composto unicamente da persone volontarie che aiutano le famiglie nella crescita dei bambini da quando sono ancora nella pancia ai 6 anni) che mi ha permesso di conoscere le famiglie dei bambini che frequentano la scuola, ma anche qualche bambino disabil, e a capire bene quale sia la situazione reale qui in paese.

Il lavoro da fare è tanto, ma il primo passo è sensibilizzare le famiglie, spiegare che i loro figli hanno diritti e che non possono o devono essere solo una preoccupazione delle famiglie, ma anche della scuola e dell’intera società.
E così il mio compito è diventato quello di fare da intermediaria tra le famiglie, la scuola, i medici e chiunque sia coinvolto nella vita e nell’educazione di questi bambini.
I primi risultati ci sono già: un bambino di tre anni (probabilmente autistico) ha iniziato un percorso sanitario, in quanto fino ad ora nessun medico ha diagnosticato un qualche tipo di problema;  inoltre da agosto seguirò due bambine che verranno inserite a scuola per poter iniziare un percorso educativo e di socializzazione.

Un’attività a cui partecipo sin da quando sono arrivata è accompagnare Suor Alice nelle diverse comunità rurali; andiamo nelle comunità ogni 15 giorni ed è sempre una grande gioia potersi ritrovare.  Ogni comunità è differente sia per le attività svolte sia per le persone che partecipano: donne e/o bambini che si riuniscono per incontri di catechesi, formazione o cucito. Con le donne si chiacchiera, ci si confronta, si parla delle fatiche e dei problemi di tutti i giorni; ma in realtà la mia vera gioia è quando andiamo nelle comunità dove partecipano molti bambini: giochiamo, chiacchieriamo e con i loro sorrisi rendono la mia vita più bella.

Un pomeriggio eravamo all’esterno della chiesa e i bambini, nascosti dietro una macchina, continuavano a ridere e a spingersi; ma perchè? Volevano abbracciarmi ma si vergognavano! Quel pomeriggio ho ricevuto il regalo più bello: 5 abbracci, 5 baci e il cuore pieno di gioia.
Una sera invece,  mentre aspettavamo che i bambini arrivassero, stavo leggendo il libricino “Historia de um descobridor” che parla di Mario Prandi, fondatore delle Case della carità. E’ arrivato uno di loro, si è seduto al mio lato e ha iniziato ad accompagnarmi nella lettura; è stato uno di quei momenti in cui ho pensato che fosse un segnale, uno di quelli che non si può ignorare e così ho deciso di regalargli il libricino (mi ha poi confessato di averlo letto in un giorno).

E poi c’è il quartiere più povero del paese. Una volta mia zia suora e missionaria qui in Brasile mi disse: “Difficile da spiegare, ma riesci sempre ad affezionarti ai bambini che hanno più bisogno”. Beh ci sono riuscita anche questa volta. Sono due fratellini che mi rendono una persona migliore! Probabilmente sono loro che mi spingono a pregare di più, perché io posso fare ben poco, c’è bisogno di Qualcuno più in alto di me per proteggerli. Un giorno li ho visti guardare i loro amici che giocavano con gli aquiloni; ho comprato del cotone e gliel’ho regalato; la gioia nei loro occhi mentre il loro aquilone fatto con un filo di cotone e un foglio di carta volava, non si può descrivere. Non è facile salutarli e tornare a casa, ma poi prego: prego per loro, perché possano crescere felici e prego per me, perché possa dar loro il mio meglio!!

Mi rendo conto che quello che vi ho scritto è solo l’1% di quello che vivo ogni giorno, mi è stato già fatto notare dai miei amici che racconto poco,  che non entro nei dettagli e che spesso viene fuori solo la parte più divertente di quello che vivo: le uscite con il gruppo giovani della parrocchia, le feste, i compleanni, i ritiri in mezzo alla natura (cercate su internet Chapada Diamantina, forse inizierete a credere che Dio esiste); e anche le foto che pubblico su facebook o che invio su whatsapp rispecchiano tutto ciò. Qualcuno mi ha già chiesto se per caso sono in vacanza!

In realtà ho difficoltà a raccontarvi o mostrarvi la parte più vera di questa mia vita perché non credo sia giusto per i miei bimbi. Partendo dal fatto che è facile fermarsi a contemplare un paesaggio e scattare una foto, o catturare un momento insieme ai proprio amici; difficile è pensare di scattare una foto mentre sono a scuola e tento di insegnare le vocali ad un bambino, o mentre sono seduta per terra a fianco a uno di loro cercando di spiegare il perché non si dovrebbero picchiare i propri amici,  mentre un bambino mi abbraccia, mentre tengo tra le braccia un bimbo di 8 giorni e suo fratello più grande lo guarda con gioia e fierezza, mentre parlo con una nonna che cerca di fuggire di casa e sua figlia e sua nipote non sanno più cosa fare, mentre un bimbo mi racconta che un giorno sua madre verrà a prenderlo e finalmente vivranno insieme, mentre due sorelle giocano dopo non essersi viste per 4 mesi.

Credo che ognuna delle persone che incontro ogni giorno abbia la sua dignità e proprio non capisco il motivo di dover mostrare una loro foto.
Purtroppo noi europei cresciamo in una società che ci mostra immagini di  bambini del “terzo mondo” nudi, magri e con le mosche che gli girano intorno, orgogliosi di chi decide di vivere la propria vita accanto ai più poveri, in dovere di donare un 1 €, forse per sentirci meno in colpa per tutto il cibo che ogni giorno buttiamo nella spazzatura.
Senza parlare di tutte quelle foto di bambini con sorrisoni splendidi, accompagnati dalla solita frase “Non hanno nulla però sorridono”.

La realtà è che essere poveri fa schifo e questi bambini non sono felici: non sanno cosa sia l’amore, il calore di un abbraccio, le attenzioni di un padre o di una madre; non possono ammalarsi perché non ci sono soldi per curarsi; non sempre hanno da mangiare, non di rado a scuola arrivano con lo stomaco vuoto. Provate a studiare o a concentravi con lo stomaco che fa male perché si ha fame!
Perché se hai 9 anni, non c’è nessuno che si prenda cura di te, sono 3 giorni che hai lo stesso pantaloncino perché nessuno lo lava (ovviamente sono anche 3 giorni che non fai una doccia) e un altro bambino ti spruzza dell’acqua addosso dicendoti che sei sporco, tu puoi solo urlargli: “Allora vieni tu a lavarmeli i vestiti!!”.

Ecco, questa è la realtà, la loro vita, le loro sofferenze; e se ho scritto questo non è per  impietosirvi, o  per sentirmi dire: “Vanessa che bella persona che sei, che coraggio che hai”.
No!! Sono qui perché credo che donare la propria vita agli ultimi sia il più bel modo di vivere.
Sto cambiando e me ne rendo conto: amo ogni giorno di più, il mio cuore è sempre più grande perché le persone che ne fanno parte sono sempre di più; ma allo stesso tempo sono sempre più dura con chi ha bisogno di dimostrazioni per credere che la sofferenza umana esista, perchè nessuna mia parola potrà spiegare al meglio quello che tutti i giorni i miei occhi vedono.

Qualche giorno fa una mamma ha bevuto del veleno per topi, voleva morire, il perché lo sanno solo lei e Dio. Io mi siedo accanto a lei e prendo sua figlia più piccola un po’ in braccio, per far riposare un po’ le sue di braccia.
Una persona  (dall’altra parte dell’oceano) mi ha detto di essere la classica missionaria che parla, parla e non fa nulla.  Io però rispondo  che non sono partita per salvare il mondo, per costruire ospedali, case o scuole.

A me basta la gratitudine di uno sguardo, perché un abbraccio e un sorriso possono ridare dignità ad una persona, farle sapere che non è sola, che vale qualcosa, che il mondo non si è dimenticata di lei.
“Siete le prime persone che entrano nella mia casa”!!

Sono frasi come questa che mi fanno credere che probabilmente non sto sbagliando tutto.

Ah questa sono io, felice e grata a Dio per la mia vita!!

Vanessa

Agnese da Ampasimanjeva

“Piove, ma senti come piove, madonna come piove senti come viene giù uh!”

Già, il grande Jovanotti aveva ragione, bisogna proprio sentire bene come cade la pioggia.

Qui ormai sono  tre settimane che piove, il grande freddo sembra essere arrivato con molto anticipo. Di solito, dicono che questa temperatura  è più da Luglio e Agosto mentre a Maggio e Giugno  il clima dovrebbe essere più mite.

In queste settimane ho visto, giusto un poco, la forza della natura, muri d’acqua che cadono per qualche minuto oppure che durano tutta una notte.
In alcuni momenti, quando inizia a piovere oppure a tirare un forte vento, mi sento tornare bambina, mi incanto a guardare l’acqua che scende, come se qualcuno stesse tirando dei secchi dall’alto, altre volte, quando mi  trovo nel letto alla sera e inizia a tirare un fortissimo vento, ho paura che da un momento all’altro possa cadere il grande albero di lecci che ho davanti alla camera… ma per fortuna alla mattina è sempre lì, in ottima forma!

La cosa che più mi sorprende di Ampasimanjeva è che alla mattina, dopo una nottata di vento fortissimo e acqua,  si può percepire un’ aria bella e pulita e mi viene subito in mente la mia bellissima casa in montagna, ma la cosa più sorprendente è  che non c’è traccia di piante cadute o di foglie in terra.
Ma una cosa c’è il giorno dopo: il fango
Mi viene da pensare che se non si hanno i piedi un po’ sporchi a fine giornata vuol dire che non è stata un giornata piena ed esaustiva.
Bisogna stare molto attenti a dove si cammina e a dove si mettono i piedi, perché un passo sbagliato potrebbe essere l’occasione per cadere davanti a tutti e far ridere così i malgasci ma un po’ meno le tue ginocchia.
Al mattino esco dalla veranda per andare dalle suore a fare colazione e, appena arrivo da loro, mi guardo i pantaloni che prima di uscire erano blu e ora sono blu a pois marroni e capisco che questo fango mi accompagnerà per il resto della giornata .
Al mattino mentre vado dai tubercolotici e poi in ospedale mi sembra  di essere un’equilibrista,  devo stare attenta a dove metto i piedi per non lasciare sul terreno il mio didietro, ma poi mi vedo passare affianco bimbi, adulti e vecchi a piedi scalzi che camminano come nulla fosse, come se sotto ai loro piedi ci fosse del cemento.

Dall’ultima lettera ad oggi, sono successe tante cose e tante persone che sono passate da Ampasimajeva.

Fino alla settimana scorsa   in casa dalle suore eravamo in compagnia di tre bambini sopranominati “pupoli”. 
La prima ad essere arrivata è Gracia, una piccola bimba abbandonata alla nascita dalla madre, perché in questa zona del Madagascar i bimbi gemelli sono “fady”, tabù.  Significa che  nel momento in cui la mamma partorisce ne abbandona uno (di solito il più debole, quello che pesa di meno oppure se sono un maschio e una femmina, viene abbandonata la femmina). Le suore  hanno dato già da diversi anni la loro disponibilità per prendersi carico dei neonati abbandonati e nel frattempo cercare una famiglia che se ne prenda carico e per ora ne hanno salvati 200. 
Gracia, nel momento in cui è arrivata  pesava poco più di due chili  e per poterla darle ad una nuova famiglia doveva raggiungere i due chili e mezzo.

Agnese con uno dei bimbi accolti

Nel giro di pochi giorni è arrivato a fargli compagnia Martin, un altro piccolo “pupolo”. Martin al momento della nascita pesava due chili e duecentocinquanta  ma la sua salute non era buona; quindi, fin quando non si stabilizzerà a  livello di salute, non potrà andare in adozione, ma rimarrà qui per essere controllato dai dottori.
Infine dopo l’arrivo di Martin è arrivata Elisa ed era veramente un miracolo che fosse ancora viva.
Elisa è arrivata dalle suore poco dopo Martin, e aveva già un mese di vita.

Sua mamma non aveva partorito in ospedale ma nel suo villaggio e durante il parto è venuta a mancare, così per un mese la nonna di Elisa si è occupata di lei, ma senza dargli le cure necessarie ad una bambina appena nata. Quando è arrivata dalle suore  non si sapeva da quanti giorni non gli dessero da mangiare, aveva il viso tutto scavato e il suo piccolo corpo era solamente ossa e pelle.
Le suore l’hanno subito accolta e le hanno dato da bere latte e the con tanto zucchero, era veramente impressionante con quanta forza e voracità facesse fuori il biberon.

I medici non davano tante possibilità di vita ad Elisa, ma ogni giorno che passava la piccola “pupola” faceva un piccolo ma grande miglioramento.
Elisa è stata quella che richiedeva più energie perché ad ogni ora doveva assolutamente mangiare, e col passare dei giorni aveva impostato una sua sveglia personale e ogni ora, né un minuto in più né un minuto in meno era pronta per mangiare.

Io e la mia compagna di avventure Alba, abbiamo deciso di aiutare durante il giorno le suore con i “pupoli” e anche la notte. Io ho deciso di occuparmi di Elisa.. e diciamo che di notte la sua sveglia biologica migliorava: invece di ogni ora, si svegliava ogni mezz’ora. Si svegliava, si sbaffava il suo latte e poi era pronta per dormire di nuovo. 
Ora Elisa è tornata a casa, con qualche chilo in più e speriamo che la nonna e anche tutto il resto della famiglia si prenda veramente cura di lei. Sono anche sicura che, se è sopravvissuta a così tanti giorni senza mangiare, vuol dire che ha veramente tantissima forza e ne avrà anche per il domani che l’aspetta!

Un po’ di tempo fa, come tutte le mattine, ero dai tubercolotici insieme ad una suora che era venuta a fare una puntura ad un malato. Finito di dare le medicine siamo andate su in ospedale a vedere e fare due chiacchiere con i malati.
Verso la fine mi ha portato in maternità per vedere due piccoli bimbi gemelli nati da pochissime ore e molto  prematuri .
Appena siamo entrate abbiamo trovato i bimbi appoggiati su un tavolo ricoperti di coperte e in mezzo a loro c’erano delle bottiglie di vetro con acqua bollente per tenerli al caldo il più possibile. Li con loro c’era la nonna che cercava di tenerli in vita. Uno dei due aveva il sondino nel naso per fargli arrivare l’ossigeno… mentre eravamo lì,  ad un certo punto un gemellino non ce l’ha fatta ed è venuto a mancare.
Mi ricordo ancora tutta la scena come fosse successo ieri.
Le infermiere che arrivano, mettendo il bimbo morto su un lettino e cercando nel frattempo di tenere in vita l’altro piccolo neonato. Ma anche lui nel primo pomeriggio ha raggiunto il suo fratellino.
Ci sono tante cose che mi hanno colpito in tutto questo. Prima di tutto vedere così da vicino la morte di due bambini appena nati, e non sapere se provare più dolore o dispiacere?
Non so come chiamare questo sentimento per la nonna, che ci stava mettendo tutte le forze per tenerli in vita e vedere i suoi occhi piedi di lacrime, di dolore, per quei suoi nipoti che sapeva benissimo che non ce l’avrebbero fatta.
La cosa che più mi ha turbato è venire a sapere che la madre aveva già avuto tre gravidanze e tutte e tre erano finite in questo modo, e pensare che ci sono persone che abbandonano i propri figli, perché non vogliono tenere due bambini uguali .
…ho il vuoto totale in testa e l’unica domanda che mi viene da farmi è “perché?”, ma non riesco a darmi ancora una risposta. E forse non troverò mai una risposta, ma dovrò solamente farci l’abitudine e sapere accettare.

Una cosa che non manca ad Ampasimanjva sono i bambini.
Sbucano da tutte le parti, e appena ce ne si libera di uno… ne arrivano altri.
Il lunedì, il mercoledì e il venerdì, come ho già scritto nella precedente lettera,  tengo aperta la “pupponiera”, una piccola ludoteca per i bambini dell’ospedale.
Questi mesi passati con i bambini sono stati veramente belli e soddisfacenti.
Faccio fatica a dirvi cosa provo e cosa mi trasmettono perché sono veramente tante le cose…

Prima di tutto, il tempo con loro vola, è inutile dirlo, ma da quando apro la porta della stanza al mattino, mi ritrovo, in pochissimo tempo a richiuderla e a salutare dicendo che ci rivedremo la volta prossima.
Se penso a tutti i bimbi che si sono fermati, anche solo a fare un disegno, sono stati tanti e molti mi sembrano andati via ieri, ma in realtà sono andati via già da uno o due mesi. Mi sono divertita a dare ai bambini dei soprannomi che sono rimasti tra me e me, ad  esempio Scenzia “quella che non tace mai”, Faniry  “ il gentiluomo”, Laria “la furba” , Nadine “la princesse” e così tanti altri, e poi c’è lei Cristanie, una bimba di quattro anni. 
Mi dispiace dirlo, ma è la mia preferita. E’ stato più forte di me e non potete capire quanta fatica faccia a sgridarla quando fa qualcosa che non va fatto, ma credetemi lo fa in un modo talmente buffo e disinvolto che la vorrei solamente riempire di baci.
Mi ricordo ancora quando eravamo a messa e il Don chiese chi facesse la comunione e lei alzando  la mano urlò “IO” e non la voleva tirare giù! E la grinta che ci metteva a cantare i canti durante la messa e infine, quando arrivava il momento della comunione, lei guardandomi e spingendomi mi diceva “dai!! devi andare” .

Come ho già detto prima, molti di loro sono venuti a fare disegni e colorare solamente per una o due volte, mentre i figli dei tubercolotici sono rimasti qui più di un mese. Con loro è stato bello ed è bello tuttora, perché, grazie al tempo che sono rimasti qua, sono riuscita a creare delle piccole relazioni.
Sanno che tutte le mattine vado dai loro genitori a dargli le medicine e quindi mi aspettano lungo le scale e appena mi vedono arrivare è un continuo chiamare “Agnesa!” e poi a turno, ciascuno mi chiede se può aprire la stanza e, dopo averla aperta, tutto il resto della truppa mi aiuta ad aprire le finestre e poi a fare l’operazione inversa una volta finito di dare i medicinali ai loro genitori.
Quando arrivano le cinque, dopo un pomeriggio passato in pupponiera, mi ritrovo a salutare i bambini ad augurar loro una buona serata e fra di loro c’è sempre chi cerca di chiedere se possono venire il giorno dopo anche se sanno che non è il giorno della pupponiera .

Sono contenta di questa stanza per i bambini, perché molte volte mi hanno dimostrato che ci tengono veramente.
Si impegnano ad arrivare puntuali (a volte fin troppo!), a tenere i colori, libri e tutto il materiale con cura. Verso le cinque sono loro stessi che iniziano a pulire e a riordinare la stanza.
Qualcuno di loro mi ha chiesto di insegnarli i numeri e le lettere dell’alfabeto, ho cercato una o due volte di insegnar loro qualcosa: non so cosa abbiano capito e imparato ma è stato bello imparare a fare qualcosa insieme.
In tutto questo c’è il rovescio della medaglia, ovvero quando i genitori dei bimbi sono guariti dalla tubercolosi e quindi possono tornare a casa.
Sono felice per i bimbi e per i genitori stessi che stanno bene e possono tornare a casa dalla loro famiglia nel loro villaggio, ma al tempo stesso so che mi mancheranno, come la piccola Cristanie che domani tornerà a casa.
Una volta al mese devono ritornare qui ad Ampasimanjeva per il controllo e per prendere del riso in base a da quante persone è composta la loro famiglia. 
Ogni mese non vedo l’ora che arrivi il 19 perché è il momento dei controlli e quindi ritornano anche tutti i bimbi anche se è solo per un giorno.

Ormai sono otto mesi che sono qui in Madagascar e a volte ho la sensazione di essere arrivata ieri mentre altre volte mi sembra di essere qui da una vita.
Voglio cercare di godermi questi ultimi mesi che mi rimangono, stando il più possibile con le persone, godendomi questa missione.
L’altro giorno la prima lettura diceva:
 “…La fine di tutte le cose ormai è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto conversate tra di voi una grande carità perché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. Ciascuno viva seconda la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri” ( dalla prima lettera di S.Pietro Apostolo)
Questa lettura è arrivata proprio nel momento in cui sto realizzando che manca poco al mio ritorno in Italia,  dicendomi di mettermi al servizio degli altri il più possibile e di essere sobria e caritatevole il più possibile.

Anche se sono qui da vari mesi faccio ancora fatica a superare e a capire molte cose.
Faccio ancora fatica ad andare in città per fare due passi, vedere facce, persone e posti nuovi  senza sentire ad ogni passo dire: “ Vasa” (bianco), oppure comprare qualcosa senza che gli occhi di bambini e adulti mi siano addosso per vedere esattamente cosa compro.
Ogni tanto, quando sono presa dall’esasperazione vorrei prendere della vernice marrone e colorarmi tutta, così da poter andare in giro come una di loro e fare tutto quello che devo fare senza sentire commenti e senza essere trattata in modo diverso.

 Spero tanto di sapermi gustare questi ultimi mesi che rimangono, di saper cogliere tutti i segni e le persone che incontrerò in questo ultimo periodo.

Vi saluto e vi abbraccio tutti! Ci vediamo presto un bacione!!  Agnessss





Manakara, novità dal cantiere della parrocchia Gesù Misericordioso

Ci scrive Don Giovanni Ruozi da Manakara:

Il 26-27 luglio verrà a farci visita mons. Fidelis di Ambositra, che in questi 4 anni non è mai venuto a trovare Odilon, e in quell'occasione faremo... la benedizione della nuova cappella!!!!

La buona notizia è che stiamo terminando i lavori della prima parte della chiesa, cioè la cappella feriale, la sacrestia, l'ufficio del parroco, due stanzoni per catechismo e accoglienza vahiny.



Questa settimana mettono il tetto, poi finiranno le altre cose. Io temo che per quella data ci saranno ancora molte cosette da finire, pero il grosso sarà fatto e quindi grazie a Dio e grazie a voi che ci avete sostenuto.

Scusate se non ho mandato molte foto, poi é partita anche Chiara... però mi organizzerò per mandarvele con la chiesa ultimata.

Saluti a tutti!

Giovanni zandry
L'area dove si sta costruendo la chiesa

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Ricordiamo che il progetto è iniziato nel 2014, con l'acquisto del terreno, ed è ancora in fase di raccolta fondi per terminare “le cosette da finire” della prima parte della chiesa e tutta la seconda parte della costruzione.

Finora sono stati spediti a Manakara 125mila euro, di cui 50mila da parte del Centro Missionario, 50mila offerte da una persona che non vuole essere menzionata e 25mila raccolti da donazioni varie.

Potete versare un contributo sul conto corrente n. 3413 IBAN IT28 A 05034 12800 0000 0000 3413 intestato al Centro Missionario Diocesano con causale “costruzione chiesa” .
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In comunità per prepararsi alla missione

Cristina, Anna e Virginia con le maglie che la Casa della Carità ha regalato loro
Sabato 2 luglio è terminato il mese comunitario che hanno vissuto Cristina, Anna e Virginia, tre aspiranti volontarie che si preparano a partire in autunno per la missione.
Il mese comunitario si è svolto a Fosdondo di Correggio, vicino alla Casa della Carità e ha dato modo alle ragazze di sperimentare la vita comunitaria tra loro continuando a riflettere sulla disponibilità a partire per uno o due anni per la missione.
Per loro è stato un periodo importante anche per conoscere meglio se stesse e le altre.

Un momento della festa
Riportiamo qui alcune foto della festa di saluto che hanno organizzato per ringraziare della bella opportunità che è stata loro offerta.

Ringraziamo il Signore perché mette sempre sulla strada della missione e del servizio persone che hanno voglia di donarsi agli altri facendo un percorso di crescita! 

La frase che ha accompagnato il mese comunitario
To be continued...

martedì 7 giugno 2016

Madagascar: il viaggio di don Romano

Don Romano Zanni, direttore del Centro Missionario Diocesano, è appena rientrato dal Madagascar e ci racconta della sua visita alle missioni diocesane ed ai volontari.

Carissimi tutti, prima di reimmergermi nella vita quotidiana italiana vi racconto alcune cose viste e vissute senza ovviamente la pretesa di essere esaustivo. Vado per capitoletti che mi aiutano a tenere il filo.
   
   Ai Fratelli della Carità ho dedicato tempo ed energie, come era giusto. Sapendo che la perfezione la raggiungeremo solo in cielo, posso affermare che i Fratelli della Carità stanno andando abbastanza bene, che le comunità camminano con una maggiore assunzione di responsabilità e di condivisione. Come pure mi è parso di cogliere in loro il desiderio di camminare nella volontà di Dio e la ricerca di una santità quotidiana: fatta di preghiera, di lavoro, di fatiche e prove, che nessuno si nasconde, ma riconoscendo anche tante grazie, soprattutto nel rapporto con gli Ospiti delle singole Case.  Il numero dei ragazzi in formazione è incoraggiante: tra novizi, postulanti, prepostulanti, ragazzi in stage, studenti in propedeutica e teologia sono una ventina di ragazzi. Forse non tutti arriveranno alla Consacrazione... ma è comunque un bel numero! E tuttavia non stanno perdendo tempo perchè quanto apprendono e vivono servirà comunque per la loro vita.  E’ stato bello condividere con loro e godere della loro vivacità, esuberanza e gioia di vivere.

   Sono passato da quasi tutte le Case della Carità e l’incontro con la Sorelle, anche se breve, è stato un momento bello e positivo, soprattutto quando si è potuto celebrare insieme l’Eucaristia, commentando la Parola e pregando insieme per tutta la Famiglia. Abbiamo condiviso le gioie e i dolori, vicini e lantani, come la morte del Vescovo Lucjani di Sapa e di Ernesto il fratello di sr. Laurence.  Eventi in cui abbiamo sperimentato l’abbraccio grande dell’amore di Dio attaverso la l’appartenenza alla nostra Famiglia che in vario modo si è fatta presente.


   Ho speso un tempo adeguato con i nostri missionari: sacerdoti, volontari e laici che lavorano in pastorale, nei progetti di RTM e negli impegni loro affidati dal CMD. Posso dire che sono tutti sereni, con qualche preoccupazione e fatica... ma sostanzialmente tutti contenti di essere qui e prestare il loro servizio a questi fratelli, un tempo sconosciuti, ma che divengono ogni giorno più cari.

Don Giovanni Ruozi sta costruendo la nuova chiesa ed è ovviamente abbastanza preso; stupito lui stesso che la cosa gli stia piacendo. Purtroppo ormai da tre anni manca in Diocesi il Vescovo e questo non favorisce certo le cose. Inoltre l’economo diocesano, un prete “Fidei Donum” dell’Est, è andato in vacanza e il Vescovo Alfredo, attuale Amministratore diocesano, ha chiesto a don Giovanni di assumere l’interim, che rischia di diventare più lungo del previsto. Don Giovanni è comunque molto sereno e gioioso, con il suo solito stile scanzonato e un pò zingaresco che gli dona.


Don Giovanni Davoli continua il suo lavoro di responsabile di RTM in Madagascar, assistente spirituale dei volontari, vice cappellano del carcere e aiuto per la Caritas diocesana di Ambositra. Vive ad Ambositra e guida la piccola comunità dei volontari che operano in quella città. Ci ha accompagnato con la sua auto nel viaggio al sud, sempre molto disponibile e servizievole.
Diana e Chiara continuano il lavoro difficile, affidato loro dal Vescovo di Farafangana, di fare sorgere nella città di Manakara una Caritas con le caratteristiche proprie di “Caritas”, cioè più animativa e con prevalente funzione formativa e pedagogica. Ma anche qui, come in Italia, è più facile dare la borsina del cibo che avviare processi di riscatto e di liberazione. Tuttavia vanno avanti con fiducia. 

Chiara inoltre dà una mano a don Giovanni Ruozi nella gestione di una fabbricchetta di marmellate della Diocesi che dà lavoro ad un indotto di circa 40 famiglie, e nella gestione di una piccola libreria in centro a Manakara.

   Abbiamo visitato l’Ospedale Psichiatrico di Ambokala, che continua la sua attività ed è in ansiosa attesa di Enrica, attualmente in Italia per problemi familiari. Tutti pregano per la sua mamma, ovviamente, ma anche per il ritorno di Enrica, di cui sentono la mancanza.

   I volontari di RTM, sia a Tana (come coordinamento), che ad Ambositra e a Manakara, sono parecchio impegnati nei progetti per i malati mentali, delle scuole inclusive per i bimbi disabili, per la sicurezza alimentare. Sono progetti che stanno portando beneficio a questi poveretti e alle loro famglie, che spesso non sanno dove girarsi, specie quando hanno familiari in gravi difficolta psicofisiche.
Il Coordinamento di Antananarivo fa da supporto a tutto questo tenendo le fila dei vari progetti, i contatti Istituzionali con l’Italia, con i vari Ministeri e gli Uffici competenti.
   
   L’Ospedale di Ampasimanjeva va avanti nonostante le crescenti difficoltà economiche della gente, che fa sempre più fatica a contribuire alle spese mediche, e le fatiche gestionali del personale, che necessiterebbe di riqualificazione e di assunzione di nuove figure. 

Giorgio Predieri, il Direttore, è sempre bravo, impareggiabile, forse un pò stanco anche perchè gli anni passano! Un incontro provvidenziale con Giorgio e P. Cristopher (il parroco) ha individuato una proposta da sottoporre all’Arcivescovo di Fianarantsoa, proprietaria dell’Ospedale, che speriamo possa avere conseguenze positive per iniziare il passaggio dell’amministrazione dell’Ospedale alla Diocesi di Fianarantsoa, come auspicato dal Vescovo Massimo Camisasca nella sua visita pastorale a questa missione. Non dobbiamo dimenticare il grande contributo alla salute di questa popolazione, circa 80.000 persone, che la Fondation Medicale di Ampasimanjeva offre, considerando che l’Ospedale più vicino è a più di 100 km. di distanza; se venisse a mancare sarebbe un gravissimo danno alla sanità e allo sviluppo di questa regione. Le Carmelitane Minori della Carità, che vi fanno servizio, offrono anche la loro generosa maternità ai bimbi “gemelli”, che vengono abbandonati per un “fady” culturale di questa popolazione. Attualmente ne hanno tre e nei molti anni di servizio che le Sorelle hanno prestato all’Ospedale, possono contare ormai quasi 200 bimbi salvati.

   Anche quest’ultimo viaggio mi fa percepire quanto sia vero lo slogan: “la Chiesa o è missionaria o non è”, concetto espresso in altre parole da Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium e che deve rimanere per noi tutti un programma di pastorale e di vita. 
Si è ricordato parecchie volte che l’anno prossimo si celebrerà il 50° dell’invio da parte di mons. Baroni della prima équipe, capitanata da don Mario Prandi, in questa terra. Stupisce il fatto che siano proprio i malgasci a tenerci in modo particolare a questo giubileo, a cui si stanno preparando da tempo raccogliendo le storie degli inizi, testimonianze varie, riconoscendo che la loro fede, la loro esperienza di vita consacrata, è stata generata da questo evento indubbiamente straordinario: “una Chiesa in stato di Missione” che si prende a cuore l’evangelizzazione riconoscendo il dono immenso della fede che ha ricevuto e che deve condividere perchè possa vivere. Questa condivisione ci ha oltremodo arricchiti! Diventeremmo più poveri se ci lasciassimo vincere dalla tentazione di rinchiuderci nella nostra “ povertà”. Ci lasceremmo rubare la gioia del Vangelo!

   Nella festa della visitazione di Maria a S. Elisabetta veneriamo la prima missionaria che porta Gesù che ha concepito, che “corre in fretta” verso i monti di Giuda e porta la gioia: ad Elisabetta, a Giovanni il Battista, alla casa di Zaccaria al loro villaggio. É l’urgenza e la gioia della missione che ci deve spingere in Madagascar come in Italia ad annunciare il Signore che compie le opere grandi della salvezza!  É la missione che ci fa cantare con Maria le opere grandi che Dio compie nell vita di ciascuno di noi.


     Don Romano Zanni
                                                  Vicario episcopale per la Carità e le Missioni

Ultimo saluto al Vescovo Luciano

26 maggio 2016
Qoftë levduar Jesu Krishti!

Siamo arrivati con il Vescovo Adriano martedì mattina in terra albanese per portare come Diocesi di Reggio Emilia il nostro saluto e la nostra vicinanza alla chiesa sorella di Sapa e al suo Vescovo. Ci avevano preceduto don Carlo Fantini e il diacono Antonio Ferretti.
Dopo un saluto alla comunità della Casa della Carità e ad alcuni parenti del Vescovo Luciano siamo andati in Cattedrale dove da domenica sera (festa della SS. Trinità)  è stata posta la salma del Vescovo Luciano. La Cattedrale in questi giorni è diventata davvero il centro di tutta la Diocesi: è continua la processione di fedeli laici, sacerdoti, consacrate, donne, uomini, ragazze e giovani provenienti non solo dai villaggi intorno a Vau-Dejes ma anche da tante parti dell’Albania, del Kosovo e del Montenegro.
Il Vescovo Adriano ha guidato un breve momento di preghiera per e con il Vescovo Luciano, concludendo con la benedizione della salma. Anche Pjetri ha voluto salutare per l’ennesima volta il suo amico Monsignore e, aiutato da alcuni ragazzi che lo hanno sollevato, è riuscito a toccare il vetro della bara.

Nel pomeriggio abbiamo partecipato alla S. Messa celebrata dal Vescovo del Montenegro e concelebrata da diversi Vescovi e numerosi sacerdoti. A seguire abbiamo cantato il vespro in una cattedrale colma di gente.
Ci ha sorpreso il silenzio e il clima di preghiera che si sentiva, che si respirava in Cattedrale nonostante le tante persone presenti.
Abbiamo cenato alla Casa e dopo cena ci siamo ritrovati insieme al Vescovo Adriano per ricordare un po’ la figura del Vescovo Luciano e condividere il cammino fatto, da tanti anni, insieme alla chiesa albanese.
Alcuni di noi, insieme al Vescovo Adriano, sono poi saliti a Gomsiqe per la notte.
Mercoledì è stato il giorno del funerale. Si è cominciato con le lodi cantate tutti insieme in Cattedrale.
Poi sono iniziati i preparativi per la celebrazione della Messa. Gli Ospiti della Casa con sr Rita e sr Grazia hanno trovato posto in Cattedrale insieme alle altre autorità.








Nel cortile della Cattedrale era stato installato un maxi schermo per permettere anche a chi non è potuto entrare di seguire la Messa. Il cortile si è cominciato a riempiere già dalla mattina presto e continuavano ad arrivare persone: suore, donne, uomini e ragazzi, tutti per ringraziare insieme il Signore per il dono del Vescovo Luciano.
In Albania la bara viene chiusa solamente nel momento della sepoltura, quindi abbiamo potuto celebrare la Messa anche “alla presenza” del Vescovo Luciano.
La Messa è stata presieduta dal Vescovo di Scutari, mons. Massafra, concelebrata da 11 Vescovi e tanti sacerdoti. Erano presenti religiosi e religiose, rappresentanti del mondo Ortodosso e Musulmano, rappresentanti delle istituzioni guidate dal presidente della Repubblica Albanese.
L’omelia è stata fatta dal Vescovo del Kosovo, Mons. Doda, amico di sempre del Vescovo Luciano con il quale è stato ordinato sacerdote.
Il vangelo scelto era quello dell’incontro tra Marta e Gesù, “Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà».
Gesù le risponde “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”.
Al termine della celebrazione il Vescovo è stato sepolto in Cattedrale.
Il nostro gruppetto, al quale si è aggiunto don Stefano, è ripartito per tornare a casa nel pomeriggio.

Dobbiamo ringraziare il Signore per il dono grande che è stato questo Vescovo per questa chiesa e anche per la nostra chiesa di Reggio. Dalle tante persone che sono passate per salutarlo viene da pensare che abbia voluto bene a tanti e che fosse un punto di riferimento per tanti, dai politici alle persone più semplici dei villaggi della montagna. E’ stato pastore buono in mezzo alla sua gente, avendo a cuore i sacerdoti, la famiglia, l’ecumenismo, i giovani, gli ammalati.




Ora comincia un tempo nuovo per la Chiesa di Sapa, un tempo in cui si dovrà continuare a camminare e a seminare nei solchi preparati dal Vescovo Luciano: la Casa della Carità, la Casa di spiritualità dei Balcani animata dai padri Carmelitani, la Caritas e tutte quelle piccole e grandi attenzioni che aveva per la  sua gente.



Don Filippo, sr Ines, Paola e Caterina

Cecilia e la nazione/continente

Sono Cecilia, ho 19 anni, sono da poco tornata da un'esperienza di 6 mesi in India nelle Case della Carità: è stata un'esperienza davvero forte e indimenticabile!
La prima cosa con cui sono venuta a contatto appena atterrata (alle 5 di mattina) è stato il terribile caldo (35 gradi). Poi, durante il viaggio per raggiungere la casa, ho fatto i primi incontri: intere famiglie che dormivano per strada, sotto i ponti, sugli spartitraffico etc… Mentre osservavo tutto questo, mi chiedevo dove fossi capitata: sono stata travolta da un odore terribile che passava dal pesce marcio allo smog, alla fogna a cielo aperto e nonostante il buio sono riuscita a vedere tante case fatte solamente con teli di plastica.

Versova
Poi finalmente arrivo a Versova (alla Casa della Carità) e davanti alla porta di ingresso vedo una scritta e un disegno fatti con polveri colorate (welcome): questo è stato solo il primo segnale di accoglienza. 

Nei giorni seguenti provo a capire dove sono e a conoscere un po' la casa (che fortunatamente per certi aspetti è simile a quelle italiane), a imparare i nomi degli ospiti e della gente che frequenta la casa. Piano piano cerco di interagire con loro, ma non tutti conoscono l'inglese, qualcuno parla solo Hindi o Marathi. Questo mi ha aiutato a capire una grossa caratteristica dell'India: è formata infatti da 29 Stati e ha 22 lingue ufficiali. Le uniche due lingue nazionali sono l'Hindi e l'Inglese, ma non tutti possono studiarle; di conseguenza la comunicazione anche tra loro non è sempre facile.

Un po' alla volta ci si abitua alla vita di casa; non è stata la cosa più difficile. Infatti gli ospiti sono sempre un grande aiuto sotto moltissimi aspetti e con loro si impara a comunicare anche senza parlare la stessa lingua.

Girando per le strade e andando tra la gente, si viene quasi abbagliati dall'enorme quantità di colori brillanti che si vedono ovunque, nel modo di vestirsi della gente, nelle case, nei negozi e persino sui carretti dei venditori ambulanti. Impressionante è anche la quantità di statue, di immagini sacre e di fiori che si vedono dappertutto. Tutto questo, in mezzo a un traffico frastornante causato non solo dalle auto e dalle riscia (una specie di apecar giallo e nero), ma anche dalle migliaia di persone che camminano in strada. La vita indiana, infatti, è vissuta per la maggior parte del tempo fuori casa.
Per non parlare dei mezzi pubblici. Ogni volta che si prendono è una nuova avventura: salire su un treno vuol dire cominciare a sgomitare e farsi spazio non appena rallenta, stare stretti come delle sardine durante tutto il viaggio e prepararsi almeno 3 fermate prima, altrimenti diventa impossibile scendere.

Ho trascorso i primi 2 mesi nelle periferie di Mumbai;  poi  sono andata a Uttan per poco più di un mese, un villaggio di pescatori con una forte presenza cristiana e con tutte le caratteristiche di un villaggio: molto accoglienti all'inizio ma anche molto attaccati alle tradizioni. Qui ho avuto la fortuna di partecipare a dei matrimoni che sono davvero molto diversi dai nostri. 
Slum Mumbai

Tornando da Uttan ho visitato uno slum, che credo non sia possibile descrivere a parole: ho visto famiglie con almeno 2 bambini vivere in case di lamiera formate da una stanza, senza bagno, che danno su strade strettissime. Ovviamente l'acqua non è corrente; ma la cosa che mi ha colpito di più è la realtà sociale dello slum: una specie di comunità dove molte cose sono in comune. Ad esempio, i bambini spesso entrano senza problema in casa dei vicini come se fosse la loro.

                                                              Successivamente sono andata in Kerala, uno Stato del Sud completamente diverso da Mumbai, un piccolo paradiso terrestre: qui la visuale cambia sensibilmente, molto meno traffico, molto meno rumore e molte più piante e ruscelli, con il 25% dei cristiani (contro il 2% di Mumbai), ma con una cultura ancora diversa.


Infine sono ritornata a Versova e credo sia impossibile descrivere l'emozione provata: la sensazione di essere rientrata a casa o meglio di non essere mai andata via. Un'accoglienza strepitosa come se fossi stata via un sacco di tempo e allo stesso tempo come se fossi sempre stata una di loro; davvero un emozione stranissima ma bellissima e indescrivibile. Qui ho trascorso le ultime 2 settimane prima di rientrare in Italia, durante le quali ho anche vissuto la Pasqua...

Un aspetto dell'India che mi ha molto colpito è quello dell'interreligiosità, vedere come 3 grandi religioni convivano e si mescolino. Ad esempio: molto spesso veniva gente indù o musulmana in casa a offrire il pranzo o a portare qualcosa per gli ospiti. Gli stessi ospiti sono di religioni diverse; inoltre, la mattina si sentivano prima le campane della nostra chiesa poi quelle del tempio indù, lì vicino, mentre a Uttan si sentiva il Muezin.

Premnidhi Special School

Un altro aspetto davvero particolare è come ricchezza e povertà convivano una accanto all'altra: spesso girando per i quartieri si vedono palazzi e case meravigliose e accanto interi slum (magari un po' nascosti) o case davvero poverissime.

Questa è stata un po' la mia esperienza. Di India io ne ho vista davvero una piccola parte, ma da quel poco ho capito che noi non siamo "il centro del mondo", che tutto quello che possiamo pensare o immaginare, o crediamo sia giusto, è solo il nostro modo di vedere le cose.
Cobra 


Andare in India vuol dire dimenticare tutto quello che si crede di sapere e immedesimarsi in una nuova realtà che può sembrare assurda. Questo mi ha insegnato: che tutto quello che penso è il mio semplice punto di vista, e che prima di giudicare qualcosa o qualcuno devo sempre chiedermi se ho provato di guardarlo con occhi diversi, e smetterla di credere che ciò che penso sia sempre la cosa più giusta.

Cecilia