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giovedì 14 dicembre 2017


Tra lemuri, orchidee, solidarietà e 50 anni di missione 

Ho avuto la fortuna, l'onore e la gioia di far parte della Delegazione diocesana in visita al Madagascar per il 50° della  Missione della Diocesi di Reggio Emilia.  
Donata Frigerio ha già  abbondantemente relazionato sulla Libertà circa le solenni e partecipate celebrazioni nelle varie città dove siamo presenti dal 1967 quando la prima equipe con don Mario Prandi, don Pietro Ganapini, Suor Bernadette, Suor Margherita, e qualche laico sbarcò nell'Isola Rossa. 

Raccontare il Madagascar è come leggere un libro di storie, ogni luogo ha i suoi colori caratteristici, le sue tribù con storie e tradizioni millenarie che ancora sopravvivono, la sua natura peculiare e i suoi animali unici ed indimenticabili. Volevo in questa occasione fare un raffronto tra il viaggio che feci quasi 30 anni fa e quello dei giorni scorsi  Ma già scendendo all'aeroporto di Ivato con il super traffico di Tananarive, inizio subito  a capire che nulla è cambiato nelle condizioni di vita dei malgasci: tutti ancora per strada, bancarelle improvvisate, gente ammassata che aspetta taxi-be, signore che lavano panni nel fiume. Incontro, esattamente come la volta scorsa,  tanta gente a piedi, tutti camminano, spesso senza scarpe, tanti bimbi che giocano, le donne, nei loro abiti colorati, in testa portano di tutto, taxi-brousse stracarichi di gente e merce. 

martedì 31 ottobre 2017

Ti auguro tempo

Ampasimanjeva, 21 ottobre 2017

“Ti auguro tempo.
Ti auguro tempo per divertirti e ridere.
Ti auguro tempo non per affrettarti e correre.
Ti auguro tempo per meravigliarti,per stupirti,per avere fiducia.
Ti auguro tempo per sperare ed amare.
Ti auguro tempo per sentirti fortunato ogni giorno”.

E’ ormai passato quasi un anno da quando mi hanno regalato queste parole su un bigliettino, poco prima della mia partenza.
Un anno, tanto o poco tempo, dipende un po’ dai punti di vista (chiedetelo a mia mamma!). Ma tempo in cui davvero mi sono divertita, meravigliata, sentita viva. In cui ho riso, pianto, a volte corso un po’ troppo (non solo sul campo da calcio!), camminato scalza, cantato, accolto mani tra le mie. Tempo in cui ho amato, con le mie fragilità, le mie fatiche, aprendo il mio cuore sempre troppo piccolo.
E mi sento tanto fortunata, non lo dico perchè voglio farvi credere che sia tutto rosa, lo sento davvero. Anche nei giorni in cui qualcosa non va, fuori o dentro di me, in cui sono più stanca o triste, c’è SEMPRE un momento, una situazione, un gesto in cui il mio cuore trova pace ed è grato di essere amato, nella semplicità di quello che è. Ogni giorno.


A volte è qualcosa di inaspettato, che stupisce.
Richard, un ragazzino ricoverato per due mesi all’ospedale a causa della

lunedì 30 ottobre 2017

Con i malati, da fratelli

La testimonianza di Enrica Salsi, missionaria laica in Madagascar

Il missionario fidei donum  (“dono di fede”) compie 60 anni. Nati dall’Enciclica Fidei Donum di Pio XII del 1957, i fidei donum sono sacerdoti, diaconi e  laici diocesani  inviati a realizzare un servizio temporaneo in un territorio di missione dove già esista una diocesi, con una convenzione (in genere triennale e rinnovabile) stipulata tra il vescovo che invia e quello che riceve.
Il Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium ha chiarito e illuminato ulteriormente la posizione dei fidei donum dicendo che la missionarietà non è più relegabile a un particolare carisma di singoli, ma fa parte della carta di identità del cristiano, del cosiddetto “ Popolo di Dio”, cioè di tutti i battezzati, in quanto vede la sua radice nel mistero di comunione della Trinità e nel Battesimo. Tutto il Popolo di Dio, nella diversità dei ministeri, ha dunque il dovere fondamentale di uscire da se stesso verso il mondo per annunciare il Regno di Dio.

Nei decenni seguenti la missione dei fidei donum è diventata una sorta di collaborazione tra chiese sorelle, di scambio di doni. Non più soltanto la necessità/urgenza di portare il Vangelo a chi non lo conosce, ma piuttosto il voler camminare insieme, da chiese sorelle per rafforzare l’unità e la testimonianza della Chiesa universale.

giovedì 14 settembre 2017

Veloma mampamanghy

Anna Picciati – Medico all’Ospedale di Ampasimanjeva in Madagascar. È rientrata l’11 settembre 2017 dopo un anno di servizio volontario.

 Ci scrive:

Veloma mampamanghy, veloma mampamanghy…” E’ il ritornello di una delle canzoni che si sentiva ogni tanto per starda, per radio mentre ero sul taxy brousse, quando passavo davanti a uno dei tantissimi baracchini che vendevano qualsiasi cosa o nella piazzetta di Ampasimanjeva nel negozietto dei CD, cellulari, film (insomma...una filiale del MediaWorld). Si può tradurre come saluto di addio e per portare i saluti a chi si incontrerà una volta partiti.
Me l’hanno ripetuta tante volte nei giorni prima della parenza, tantissime. E’ ogni volta mi veniva una piccola fitta al cuore.
Ma in quei saluti che mi chiedono di portare in Italia, alla famiglia e agli amici c’è tutto il calore di questo splendido popolo.
Ed è proprio questo che spero di portare con me, in ogni piccola fitta che mi è rimasta.


Anche se qui sembra impossibile crederci, c’è ancora una terra lontana dove il tempo ha un altro valore, lo straniero ha un altro valore e anche i saluti hanno un altro valore.

Spero di rivedervi ancora cari amici malgasci, negli occhi di tutte le persone che hanno guardato al vostro valore.

A presto!

Anna

lunedì 10 luglio 2017

Akory aby a tutti!! (ciao come state???)

Ecco la frase più pronunciata dal malgascio medio ( con una frequenza di circa 400 volte al minuto ). In realtà questo saluto è utilizzato soprattutto nella regione della Vatovavy, dove ci troviamo noi. Esiste infatti un fenomeno, non ancora spiegato scientificamente, per il quale a un certo punto, superata una sottile linea invisibile circa a livello di Fianarantsoa, il saluto principale diventa “Salama”, ma nessuno sa bene dove si trova. Bisogna salire sull’altopiano per osservare questo evento. Per non parlare di quando ci si avvicina troppo alla capitale (Antananarivo, per gli amici “Tanà”) dove si passa al difficile “manaohana”.


Ma iniziamo per gradi.

giovedì 15 giugno 2017

6 mesi in Madagascar...

Giugno  2017, Ampasimanjeva

Salve a tutti!
Scusate se è passato un po’ di tempo, ma fermarsi a scrivere è sempre un’impresa 😅
Sono ormai trascorsi 6 mesi dall’arrivo in Madagascar (o come mi ha detto qualcuno “a metà percorso”) e questo pensiero provoca in me tanti sentimenti… gratitudine, gioia, tristezza e anche un po’ di incertezza. Un bel miscuglio!

Sono stati mesi davvero belli, così ricchi e colorati, e ogni giorno ti offre doni che riempiono di felicità, ma anche che fanno riflettere tanto.
Penso alle parole di una bimba ieri pomeriggio, nella piccola capanna di legno dove dorme con la sorellina, mentre la mamma e il fratellino sono fuori a fare i guardiani: “Di notte i topi soffiano sui piedi prima di morsicarti. Se riesci a sentirli e ti muovi, loro scappano.” Poi è uscita, ha preso un accendino, una candelina e dei legnetti. Ha acceso il fuoco e ha messo sopra tre sassi la pentola con il riso. Erano le 17:30 e preparava la cena, sfruttando la luce del tramonto. Ci ha detto infatti “Non sempre abbiamo i soldi per il petrolio”, quindi niente luce. Ah dimenticavo, il petrolio costa 500 Ariary, meno di 25 centesimi.


lunedì 10 aprile 2017

Dokotera

Ciao a tutti,
finalmente riesco a trovare il tempo di fermarmi a scrivere. Oggi è giorno di festa in Madagascar e non si lavora ( il 29 marzo si festeggia la memoria dell’indipendenza e sono morte un sacco di persone).

Ma oggi l’atmosfera ad Ampa è diversa dal solito. Ieri abbiamo ricevuto la notizia della morte di Anna Maria, della “dokotera”. Mi fa effetto pensarci e probabilmente è difficile crederci davvero.
Erano tre anni che tra una cosa e l’altra faceva avanti e indietro da Ampa per lavorare come cardiologa all'ospedale. Quest’anno siamo arrivate insieme a fine ottobre e ci siamo salutate il 6 marzo. Lei è dovuta tornare in Italia per un operazione semplice e sarebbe dovuta restare circa 3 mesi. A luglio sarebbe dovuta tornare e avrebbe ricominciato a lavorare come ha fatto fino a meno di un mese fa.

Invece, appena atterrata in Italia, si è sentita male e dopo 3 operazione al cuore e 10 giorni in rianimazione, ci ha lasciati.

Difficile crederci davvero, soprattutto per chi l’ha conosciuta e sa com'era l’Anna. Sempre pronta ad avere parole di conforto e incoraggiamento…i suoi discorsi passavano da una leggerezza a una profondità incredibile.

Tutte le serate passate con lei in camera a bere qualcosa e ad ascoltare i suoi racconti sui suoi viaggi, sulla sua vita.

L’Anna amava davvero la vita e lo si capiva dall'energia che tirava fuori anche quando sarebbe stato umano non averne più. Spesso aveva molto dolore alla gamba con la protesi d’anca, alla schiena, passava tante ore in ospedale…ma se un paziente aveva bisogno lei c’era.

Avrei voglia di scrivere tante cose, di raccontare tanti episodi. Abbiamo passato con lei qualche mese, non tantissimi a dirla tutta, ma ci ha dato così tanto. A tutti.
Ma la cosa per cui voglio ricordarla sempre è la sua dedizione al lavoro. Amava davvero quello che faceva, la passione con cui si prendeva cura dei malati era davvero grande.
Anche quando ormai non c’era più niente da fare, quando si trattava di tenere in vita una persona anche solo per pochi giorni, lei non si arrendeva mai.

In particolare mi è rimasto impresso un signore, Donné. Aveva poche speranze, il cuore messo male e ormai irrecuperabile. Ma lei ci credeva, e sperava. Per seguirlo ha rinunciato perfino a prendersi qualche giorno di riposo, non voleva che morisse da solo.
E’ stato con lui fino alla fine.
Questa è l’Anna. Se riuscirò a essere anche solo una parte di quello che era lei sarà già tanto.

Anna Picciati

Lo straordinario nell'ordinario


Dall’ultima volta che ho scritto ne sono successe di cose...c’è stato il Natale (che abbiamo passato a Manakara con gli altri volontari),  abbiamo passato un mese ad Ambositra a studiare la lingua,c’è stato un terremoto (e in Madagascar ce ne sono davvero pochi!), è ritornata la corrente ad Ampa dopo che un fulmine aveva distrutto gli inverter (non me ne intendo molto, ma so solo che da lì in poi non abbiamo più avuto la luce in veranda di notte!), c’è stato un ciclone (RANO BE!!!), ho iniziato a cantare nel coro della parrocchia (mi piace un sacco, anche se passo un pomeriggio a non capire una mazza) e Tolotra (il bambino che abitava con le suore da settembre tirato via da sua mamma che lo picchiava) ha trovato una nuova famiglia.


Insomma non ci si annoia mai e mi stupisco sempre di come quello che da noi sarebbe lo straordinario diventa quotidianità qui. Non parlo solo dell’ospedale, ma anche nella vita di tutti i giorni. Forse il ciclone è stato uno degli eventi che più mi ha fatto pensare a tutto questo.
Dal giorno alla notte il villaggio si è modificato completamente. Il ciclone è arrivato la notte e aiuto che paura!! Se devo essere sincera non mi aspettavo che mi sarei così spaventata! Un vento fortissimo…avevo paura che si staccasse il tetto della veranda! Dopo un po' di ore si è calmato finalmente (anche se continuava a piovere tantissimo).

Il mattino si era già un po' allagata la strada e il pomeriggio…tutte le case erano sott’acqua!! Pazzesco!


Ma la cosa più pazzesca era che gli abitanti non ci hanno fatto un baffo! Si sono presi su con le loro cose e semplicemente si sono trasferiti in un'altra casa per qualche giorno Intanto già partivano le lakane per portare la gente da una parte all’altra. Nessuno  sembrava particolarmente turbato dalla cosa. Poi dopo 2 giorni, quando l’acqua è scesa, sono tutti tornati nelle loro case e in 3 ore il villaggio era tale e uguale a prima.

Poi ci sono le loro credenze, i fomba e i fady. Qualche giorno fa io e la Cri stavamo passeggiando nel villaggio (facevamo un po' di mitsanga-tsangana) e a un certo punto ci siamo fermate a chiacchierare con alcune ragazze che conosciamo. Sono ragazze di cultura, che hanno studiato e tutto quanto. Ma per loro il Faraony (il fiume di fianco al villaggio) pullula di sirene pronte a uccidere il primo innocente che da solo vada a lavarsi i capelli o che lavi pentole e piatti dopo aver mangiato maiale (fady!divieto più assoluto!).

Ti raccontano che di notte ci sono delle donne che escono da sole, le streghe; e se esci da solo e non stai attento puoi rischiare di essere a tua volta cavalcato da una di loro.
Insomma per loro è perfettamente normale tutto ciò e il pensiero che possa non essere vero penso sia inconcepibile.


Tutto questo ha sicuramente un suo fascino, il problema è quando invece le persone non vengono all’ospedale, o vengono troppo tardi, perché convinte di essere vittime di un sortilegio o di un malocchio.

Mi è capitato poco tempo fa di veder morire una donna di 30 anni, così, convinta di non avere più speranze per colpa di qualche sorta di stregoneria.

E’ arrivata in ospedale con un ascesso al piede, una cosa piuttosto comune qui. La mando a casa con gli antibiotici ma il giorno dopo torna con ben tre ascessi (uno sulla mano, uno sull’altra gamba e quello sul piede). Aveva anche un po' di febbre e allora il dottor. Martins la ricovera. Non stava malissimo, anche durante il giorno aveva chiacchierato, camminato. Ma la notte all’improvviso peggiora e muore.

Ero davvero stupefatta e anche dispiaciuta. Nonostante tutto, per la famiglia era chiaro che la ragazza fosse stata maledetta e quindi non salvabile.

E’ un popolo che sa stupire e affascina tanto. O almeno…queste storie mi hanno sempre affascinato in realtà. Sicuramente anche suggestionato. Comunque ci hanno assicurato che i vasa (siamo noi, i bianchi) sono immuni dal malocchio e possiamo ancora dormire sonni tranquilli…oh No?

Anna

martedì 4 aprile 2017

Cara Anna...


Cara Anna, anzi Annina come ti chiamava Giorgio; questa volta ce l’hai combinata davvero grossa sai? Da togliere il fiato a tutti quanti. 

Siamo sicure che un foglio non basterà mai per descrivere e raccontare la fantastica donna, amica, missionaria, confidente e zia ( non possiamo dire nonna, perché ti faceva sentire vecchia) che sei stata per tutti noi. 
Dopo una vita di lavoro in ospedale a Guastalla e dopo aver girato buona parte del mondo, hai deciso che la tua casa diventasse  il Madagascar, l’ospedale di Ampasimanjeva. 


Tra te e l’ospedale è scoppiato subito l’amore e lo dimostravi ogni giorno con la continua attenzione per i malati, i poveri ma anche per i volontari , le suore e il popolo malgascio. Nulla lasciavi al caso, ma dovevi assolutamente dare il massimo che potevi per guarire i tuoi malati, come dicevi spesso te “ i MIEI” malati. 

Chi arrivava ad Ampasimanjeva doveva conoscerti, doveva passare da camera tua detta “piazza Navona”, doveva bere un caffè o una birra seduto sul tuo banco davanti a camera tua. Era una sorta di “benvenuto ad Ampasimanjeva, adesso rimboccati le maniche e inizia a lavorare” 


Ti vogliamo ringraziare Dokotera, ti abbiamo conosciuta un anno ad Ampa e sei stata una presenza importante per noi, non sei mai stata un tipo facile, sempre “sprucida” come ti diceva il tuo Giorgio, ma con un cuore grande e infinito.

Grazie, per averci sempre accolto: nella gioia, nel pianto, nelle difficoltà quotidiane, nelle chiacchiere, per essere stata una fonte d’ispirazione per molti, per ricordarci perché eravamo lì. Grazie alle storie del passato da Don Mario, a Don Romano.
Tenendo sempre forte e presente il perché eravamo in missione: i poveri prima di tutto come diceva Don Mario. 

I poveri e i malati che ti hanno fatto fare fatica e l’abbiamo  sperimentato ogni giorno affianco a te, ma tu non ti scoraggiavi mai, passati notti e notti a leggere manuali per trovare nuove terapie e grazie hai  i tuoi sforzi sei riuscita a salvare tantissime vite. I malgasci ti chiameranno sempre “dokotera fo” (dokotera del cuore)   


Grazie per l’allegria, la tua parlantina, le tue mille lamentele per le luce, prolunghe, l’ecografi che solo tu riuscivi a fare arrivare, grazie perché quando a pranzo e a cena eri li con noi, non c’era mai un momento di silenzio, ma bisognava stare sempre attenti a ciò che dicevi perché appena finivi di parlare ci interrogavi per vedere se eravamo state attente. 


Ringraziamo il Signore per questo incontro di vita, il tuo viaggio terreno finisce qui, ma sappiamo che ogni volta che ci volteremo sarai sempre lì con noi per spronarci a dare sempre il massimo in ogni situazione della vita.  

Chissà quante chicchere ti farai con don Mario e il tuo carissimo Giorno, ora non ti sfuggirà più nulla 
Tsara Mandroso, Tsara Miverina Dokotera!

Le tue A.A. di Ampa 
Agnese e Alba…. E come dicevi te…. AuGuri aby a tutti!!! 

p.s. ti aspettiamo alla prossima pizza navona, ti vogliamo bene doko! 

Auguri di Pasqua da don Ganapini

Casa della Carità, Tongarivo (Antananarivo) 26 marzo 2017

Carissimi amici, CMD, “LA LIBERTA’”, AMGA, ROTARY DI PARMA EST, FAMILIARI, TUTTI, ancora pochi giorni e siamo a PASQUA.____Come cristiani, la LITURGIA della CHIESA, nostra Madre, viene da noi accolta con gioia, perché vuole guidare i nostri passi nel cammino dello spirito per illuminarci e sostenerci nel pellegrinaggio verso quella vita nuova, che, colla sua risurrezione, Gesù ci ha preparato. BUONA PASQUA a tutti, dunque!


Non voglio fare prediche sulla Pasqua. Ne sentirete dai vostri parroci, molto migliori delle mie._ Come il NATALE e le altre nostre belle feste, è un momento in cui si ricordano volentieri gli amici e si porgono gli auguri più cordiali e sinceri; segno pure della riconoscenza più viva e profonda. _ A proposito della Pasqua, ricordo la frase di un mio carissimo amico, compagno di Seminario ad Albinea, poi diventato prete (vocazione tardiva, da Sassuolo _ morto vari anni fa’), D. SASSI VINICIO, che nelle discussioni o quando davanti a certe difficoltà non si sapeva più cosa aggiungere, concludeva sempre dicendo: “Beh, andiamo avanti! CRISTO E’ RISORTO!!” _Bello, no?! __ Il grande problema della vita e della morte lo ha proprio risolto Lui colla sua RISURREZIONE. _Andiamo avanti dunque!

Mi piace collegare gli auguri di Pasqua con la celebrazione del 50° anniversario dell’arrivo in Madagascar del primo gruppo missionario (23 novembre 1967) inviato dal nostro benemerito vescovo def.to Mons. Gilberto Baroni, dopo aver preso la famosa decisione (13 agosto 1967) dell’impegno missionario esteso a tutta la diocesi di Reggio-Guastalla. Il legame tra questo 50° anniversario e gli auguri di BUONA PASQUA, che porgo a tutti, a nome mio e degli alunni delle nostre piccole scuole AMGA è per  me evidente: chi sono infatti quegli alunni delle nostre piccole AMGA? Sono quei poveri bimbi che, grazie a voi, possono trovare anch’essi un posto su un banco di scuola per accedere all’istruzione e prepararsi un avvenire più umano e cristiano._ Siamo dunque nella linea della SCELTA PREFERENZIALE DEI POVERI, che è la caratteristica pure della nostra MISSIONE REGGIANA, sseguita in questi 50 anni e sempre in via di ulteriori sviluppi._
Mi dice il mio amico della DIDEC, P. Guy: “Don Pietro, siamo alla 90° scuola AMGA! Una spintarella, e … arriviamo a 100 (!!!) Sono rimasto tra la contentezza e il timore … che sotto la contentezza non ci sia un pizzico di vanagloria?! … o di compiacenza che non piace al Signore?! … poi mi sono detto: “quei bimbi non sono i bimbi di D. Pietro, ma i bimbi di CRISTO GESU’, che ha detto: “LASCIATE CHE I BIMBI VENGANO A ME”. Quindi se si fa contento il cuore di GESU’, dirò assieme a quel caro amico D. Vinicio: ANDIAMO AVANTI! CRISTO E’ RISORTO, ANCHE PER LORO, E PER TUTTI!!!

In LUI l’abbraccio più affettuoso e riconoscente! BUONA PASQUA A TUTTI!
SI, IN LUI, IL RISORTO, E NELLA NOSTRA MADRE DELLA MISERICORDIA, MARIA SS

Vostro povero e vecchio fratello D. Pietro

lunedì 2 gennaio 2017

Parole in viaggio...

20 Dicembre 2016, Ampasimanjeva


Ciao a tutti!
Eccomi qui, a distanza di un mese dagli ultimi saluti in aeroporto, per cercare qualche parola che provi a descrivere quello che ho vissuto e assaporato finora. Sarà dura!
Vi scrivo dall'amaca della veranda (chi è passato di qui e si è seduto anche solo per un attimo sa come si sta bene!) in un pomeriggio abbastanza caldo, ma neanche troppo, con le voci dei bimbi più piccoli che si alternano ai versi di anatre, oche e galline ed al rumore dei lecci che cadono sul tetto di lamiera.
Ripenso ai primi giorni in questa terra, ai tantissimi villaggi e paesaggi che ho attraversato per raggiungere Ampa… non riuscivo a staccare gli occhi dalle immagini oltre il vetro.


A cominciare da quello rotondo dell'aereo: ho visto un’alba stupenda, con dei colori bellissimi, delicati…ed ho ringraziato il Signore per accompagnarmi sempre nel modo migliore e che non mi aspetto, sorprendendomi. Qui si sbizzarrisce proprio con i colori! Le risaie verdi con le donne chine sotto il sole e i piedi immersi; i banchetti di banane, lecci, carne, pentole, denti, scarpe… affollati di persone; le foreste con gli alberi di Ravinala che si aprono; il cielo azzurrissimo e senza nuvole… e tanto altro. Ho provato a scattare qualche foto, ma è impossibile trasmettere questa luce, questi suoni, questi odori… qui ti entrano dentro.
I panorami sono mozzafiato, ma ciò che amo di più sono i dettagli: donne che trasportano mattoni sulla testa, bimbi che giocano in acqua o fanno pascolare gli zebù, sorrisi, pianti, occhi speranzosi nel momento in cui la macchina si ferma di fronte ai banchetti e Don Giovanni scende per comprare qualcosa… sono tanti i contrasti qui. C'è vita. 
Ricordo ancora, nel viaggio da Tanà ad Ambositra, di quando ci siamo fermati ad un banchetto di frutta e, mentre il Mompera (Don Giovanni) sceglieva le pesche, una donna anziana ha sussultato per un tuono. È stata così spontanea che sono scoppiata a ridere e lei con me, è stato bello essere lì insieme in quel momento. 


E poi c'è l'Oceano Indiano. Wow. È qualcosa di indescrivibile, una distesa enorme di fronte al quale di senti minuscolo, ma così amato. 
Ad Analabé, invece, durante la Messa in una piccola chiesa molto semplice, ho sentito come il Signore non abbandona mai l’uomo, se è disposto ad aprire il cuore e rivestirsi di luce. E’ bello aver iniziato l’Avvento qui, come se fossi arrivata per vivere insieme a questo popolo l’attesa di Gesù.


Ed ora, eccomi qui, ad Ampa...
È difficile trovare parole per descriverla. C'è tanta sofferenza: ogni giorno ci sono famiglie che percorrono kilometri a piedi per accompagnare un parente malato, persone che arrivano sole e ferite e nessuno sa cosa sia successo, molti bimbi con la malaria in forma grave e non c'è il sangue per la trasfusione… le brutte notizie sembrano non finire mai.


Eppure c'è anche tanta bellezza: ogni lunedì e venerdì mattina la giornata inizia pregando tutti insieme (pazienti, familiari e personale sanitario), le suore della casa di carità hanno accolto un bimbo denutrito di nome Tolotra (in malgascio "Dono") che ora cresce sereno e si preoccupano di dare da mangiare ai pazienti soli, non assistiti dalle famiglie… ed altri piccoli semi di bene.
Pian piano anche io sto entrando a piccoli passi nella vita di Ampa, ascoltando ed osservando tanto chi mi è accanto.



Alba è stata molto importante in questo primo periodo, accogliendomi e accompagnandomi, ed è un peccato sia già partita per tornare in Italia. Per fortuna è rimasta Anna…con lei riesco a condividere le fatiche e le difficoltà, insieme ai momenti belli in cui mi fa morir dal ridere!
In questi giorni ci stiamo preparando al Natale… ieri abbiamo fatto il presepe in cappella e oggi le Masere (suore) ci hanno insegnato a fare i cappelletti! Che ridere! Con loro sto bene, sono dolci e addirittura dicono la compieta in italiano per aiutarci nella preghiera. È vero, è bello rivolgersi al Signore con parole che sento un po' meno straniere… e credo sia ancora più bello incontrarlo negli occhi di Tolotra che cercano i tuoi e sorridono, nelle mani delle Masere che lavorano senza sosta con umiltà, nell'applauso dei malati di tubercolosi nei confronti di un paziente guarito.


Tanti auguri di Buon Natale e felice anno nuovo a tutti voi.
Spero di cuore siano dei bei giorni di festa.


A presto!
 Cris 

Nella prima foto vi sorride una bimba che si rinfresca in un fiume e nella seconda si vede una donna china in una risaia. Poi Masera Philippine, Masera Sylvie, Anna, io e Mena che ci divertiamo con i cappelletti ed infine un ospite della casa di carità di Fianarantsoa… Spero vi piacciano!

lunedì 26 dicembre 2016

Auguri per caso*

“Occupati di lei, Chiara!”. Così mi ha detto una ragazza incontrata per caso* al mercato, una ex-detenuta del carcere di Manakara. “Occupati di Beby!”.
Beby è in carcere da più di due anni ormai, insieme alla sua bimba Leticia, nata e cresciuta in prigione. “Non è mai uscita di qui, non ha mai visto una bici, gli zebù...” mi dice sempre sua mamma. Beby non è ancora stata processata, la data dell'udienza non è mai stata fissata. E se proprio proprio vogliamo dirla tutta, Beby è pure innocente! Il compagno pare abbia fatto girare dei soldi falsi, lui è scappato e lei è finita dentro. Fine dell'inchiesta.

Beby e Leticia in attesa della partenza per casa
In realtà a Beby avevo già proposto di tentare con una richiesta di libertà provvisoria, ma non aveva accettato, con la giustificazione che non voleva crearsi false speranze. Ma la richiesta dell'amica quel giorno per caso* al mercato mi ha fatto venir voglia di riprovarci. E Beby questa volta accetta.

Prepariamo le carte, le consegno a chi di dovere ma nel frattempo le cancellerie dei Tribunali dichiarano sciopero, che durerà due mesi. Finalmente riprendono a lavorare, vado a cercare la pratica in carcere... non si trova più. L'impiegato fruga tra i faldoni che giacciono abbandonati qua e là borbottando che l'aveva addirittura messa una busta (addirittura...) e mentre temo che sia invece finita piegata sotto i piedi di un tavolo traballante , busta anonima tra centinaia di buste anonime (che poi mi chiedo come non faccia a capire che dentro quella busta c'è la vita di una persona), ecco che finalmente, casualmente* la trova. Passano le settimane, nessuna risposta. Forse non hanno accettato la richiesta. Nel frattempo torno in Italia e al mio rientro a Manakara, giusto due giorni dopo, per caso* una signora, anche lei ex-detenuta, mi ferma per strada e mi dice che stanno processando Beby. Come prego? Corro in Tribunale e, guarda il caso*, la trovo al banco dei testimoni.  Il Giudice decide: assolta. Beby e Leticia sono libere! Che felicità! Raccolgono le loro poche cose e il giorno dopo ci troviamo alla stazione degli autobus. Le aspetta un  viaggio di due giorni che le riporterà a casa e verso una nuova vita tutta da costruire.

Mi chiedo come sia il mondo visto per la prima volta a due anni. Chissà com'è visto con gli occhi di un bimbo?

E quindi per quest'anno auguro che il Natale possa portare a tutti pace, gioia, serenità ma anche un bel paio di occhi nuovi da bimbo che ci aiutino a vedere come fosse la prima volta il mondo e che ci rendano capaci di stupirci, commuoverci ed appassionarci per  le piccole e grandi meraviglie di tutti i giorni.
BUON NATALE

Chiara


*Caso: pseudonimo scelto da Dio quando non vuole firmarsi di persona . (Anatole France)

Ps: Proprio in questo momento, dalla prigione, arrivano le voci dei carcerati: stanno cantando. Si preparano per la Messa di Natale. Sarà il “Caso”?


sabato 24 dicembre 2016

Un sereno 2017 nella pace della nonviolenza

Carissimi tutti, familiari e amici, 

eccomi, in questa vigilia di Natale, a cercare di condividere con voi il cammino di questo anno trascorso, un anno per tanti versi complesso e difficile, un anno in tanti momenti duro da affrontare, perché?:
-  la situazione del Madagascar che non riesce a rialzare la testa dopo le tante crisi politiche ed economiche sofferte?
-  la situazione climatica che sempre più pesa anche sulla meravigliosa Isola Rossa … siccità, degrado ambientale e i fuochi che continuano a devastare colline e radure con la sparizione di vaste aree di foresta?
-  le persone con cui vivo che sempre più faticano a dare un senso alla loro vita, soffrendo per la disoccupazione, l’insicurezza, il banditismo?
-  o non è piuttosto il sentire che la fatica e l’impegno profusi in tanti anni e tante attività, a volte non danno i risultati sperati?
-  oppure sarà la consapevolezza che pur cercando di condividere e compatire in tutto la vita di questi fratelli e sorelle resta sempre la distanza di una cultura e di un “mondo” profondamente diversi? 

Il presepe della foto è prodotto in terracotta qui in Madagascar e lo abbiamo allestito nel cortile all’ingresso della Ferme St. François d’Assise.

Potrei continuare a elencare ancora tante ragioni o ragionamenti per spiegare la fatica di questo anno ma penso che più che cercare delle spiegazioni sia importante cercare delle risposte! In questi giorni leggendo i testi di Papa Francesco mi sono lasciato “convertire” dal Messaggio per la 50esima giornata mondiale della Pace. Scrive Papa Francesco: “Questo è il Messaggio per la 50ª Giornata Mondiale della Pace. Nel primo, il beato Papa Paolo VI si rivolse a tutti i popoli, non solo ai cattolici, con parole inequivocabili: «E’ finalmente emerso chiarissimo che la pace è l’unica e vera linea dell’umano progresso ….. In questa occasione (la 50ª Giornata Mondiale della Pace) desidero soffermarmi sulla nonviolenza come stile di una politica di pace e chiedo a Dio di aiutare tutti noi ad attingere alla nonviolenza nelle profondità dei nostri sentimenti e valori personali.

Che siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme.” Dicevo che mi sono lasciato convertire, in effetti, la fatica e in certi momenti lo sconforto possono produrre in noi desiderio di “vendetta” e non un atteggiamento di nonviolenza che è invece la vera risposta per costruire la Pace!

Carissimi dopo 25 anni di missione mi accorgo che la nascita di Gesù, oggi mi chiama ad essere un operatore di Pace. Lui il Principe della Pace ci invita con il suo modo di “proporsi” di “presentarsi”, un bambino inerme e indifeso, a essere dei nonviolenti degli uomini e donne di Pace.
Vorrei raccontarvi quanto vivo, quello che accade intorno a me, come dicevo sopra della fatica che in certi momenti sembra prendere il sopravvento, ma preferisco lasciare parlare Gesù, che oggi, ancora una volta, ci rammenta che è quando ci facciamo piccoli che guadagniamo tutto, è quando siamo nel nascondimento di una “grotta” che appariamo come “luce”.
Il Signore ci doni la sua Pace! Perché ciascuno di noi divenga uomo e donna di Pace!

AUGURO A TUTTI UN BUON NATALE E
UN SERENO 2017 NELLA PACE DELLA NONVIOLENZA



Con affetto, un abbraccio a tutti, Luciano

martedì 20 dicembre 2016

Auguri da molto lontano

Ampasimanjeva, Madagascar
Carissimi,
  augurandovi un felice Natale e un buon 2017, vi vogliamo parlare un po' di noi, di quello che stiamo facendo e di quello che questo anno ha portato di buono.
            Attualmente questo importante presidio sanitario nella foresta del Sud est del Madagascar  ha raggiunto ottimi risultati sul territorio. Con frequenza, pazienti residenti in villaggi lontani decidono di venire a farsi curare ad Ampasimanjeva. Da gennaio ad oggi sono passate dall’ospedale circa 30.000 persone, tra visite ambulatoriali e ricoveri. A ciò si aggiungono le mille consultazioni prenatali effettuate ogni anno.
            Sta crescendo anche il reparto di pediatria, dove al Dottor Rivo si è affiancato il Dottor Jean Baptiste, ed insieme svolgono un ottimo lavoro.
            In maternità prosegue il progetto creato a supporto dell’FMA, mirato alla salute madre-bambino. La sensibilizzazione nei villaggi verso le matrone, che assistono le partorienti, sta apportando buoni risultati, e sta aumentando il numero di donne in gravidanza che scelgono di essere seguite in ospedale, che poi vengono  a partorire.
            Oltre al reparto degli adulti, pediatrico e della maternità, è presente un’area riservata ai tubercolotici e alle loro famiglie. Qui i degenti restano per un minimo di due mesi, nei quali vengono assistititi con i farmaci necessari, i controlli ospedalieri e il cibo. Terminate le cure, se il primo controllo risulta negativo, possono tornare alle loro case.
            Le suore della Casa della Carità li assistono concretamente: la mattina distribuiscono le medicine, valutando possibili cambiamenti dello stato di salute, e, a  seconda di quanti malati sono presenti, tre volte a settimana oppure tutti i giorni al pomeriggio, vanno a prendere il latte. Inoltre, una volta al mese c’è la distribuzione del riso, sia per malati in corso sia per quelli convalescenti, oltre che per le loro famiglie.
            Le suore ad Ampasimanjeva  svolgono un importante servizio per le persone più in difficoltà, soprattutto in situazione di denutrizione, cercando di garantire almeno un pasto quotidiano. L’attenzione è rivolta anche ai pazienti ricoverati non sostenuti dalle proprie famiglie.
Continua l’accoglienza dei gemelli abbandonati alla nascita, aspettando che siano adottati dalle famiglie malgascie. Fino ad ora hanno salvato quasi 200 neonati.
Da settembre, inoltre, ospitano un bimbo di 10 mesi, vittima di violenza familiare. 
A supporto delle attività della FMA, continuano a giungere numerosi volontari. Quest’anno sono presenti due volontarie Anna e Cristina che seguono il progetto madre-bambino, aiutano le suore nei servizi quotidiani e svolgono attività ludiche con i bambini del villaggio, tra cui anche i figli dei pazienti.

Ancora grazie a nome di tutti. Cogliamo l’occasione per inviarti anche se da molto lontano i nostri migliori auguri di un Sereno Natale e un Anno di Pace.

L’équipe della

Fondation Medicale d’Ampasimanjeva

mercoledì 14 dicembre 2016

Ringrazio il Signore

Ringrazio il Signore per ciascuno di voi.
Ringrazio il Signore perché il Capo della prigione ha accettato la stragrande maggioranza di dette iniziative.
Ringrazio il Signore perché ho potuto contare e spero anche in seguito su un direttore dei lavori nella persona di Dadazozy che, non solo si è preso a cuore questi lavori in carcere, ma anche li fa realizzare a regola d’arte in robustezza prima di tutto.
I lavori fatti in prigione hanno lo scopo di ricordare che i detenuti hanno ancora una dignità.
Facendo lavorare a turno i detenuti più poveri come manovali questi ricevono uno ‘stipendio’: metà riso e fagioli e metà in denaro … ho visto varie persone che dopo avere lavorato più volte come manovali ottenere la fine della pena o il riconoscimento di non colpevolezza o potere lavorare all’esterno del carcere… quindi negli intrecci non ben chiari questi soldi sono utili anche per uscire.
Sono proprio contento che in ogni camerone  alle due finestrelle esistenti se ne sono aggiunte tre …ora i detenuti che dormono in quei tre cameroni dicono che l’aria è sufficiente. Quei cameroni erano stati fatti tinteggiare nel giugno-luglio 2014 con una donazione della cittadinanza di Brescello nella persona di ‘Peppone’ allora Giuseppe Vezzani … quella tinteggiatura durò un anno e poco più in quanto l’aerazione era scarsa al punto che il vapor acqueo del respiro dei detenuti rimanendo all’interno ha fatto deteriorare in breve tempo la pittura soprattutto del soffitto dei cameroni … ora l’aria è abbondante e i detenuti preferiscono coprirsi con la coperta quando l’aria è troppo fresca piuttosto che quel caldo umidiccio per assenza di aria … si spera anche che diminuiscano i problemi polmonari, quindi i ricoveri in ospedale.

 Un’altra iniziativa è stata il prolungamento della tettoia dei bagni/docce e dello spazio dove alcuni con una fatapera (1) in lamiera o in mattoni si cucinavano il pranzo.
Ora in questo spazio si sono costruite più di 60 fatapera in mattoni e cemento allineate in tre file, così anche i poveri possono, se hanno carbone e il riso, cucinarsi il pranzo,
Queste fatapera sono in sovrannumero, secondo il bisogno dando così a tutti la possibilità di  usufruirne.

Sono proprio contento: venerdì 30 settembre 2016 il nuovo cappellano delle carceri Mompera Jean Bosco ha fatto la preghiera di benedizione alla presenza di tutti i detenuti.
Domenica 2 ottobre terminata la S. Messa la guardia carceraria addetta ha dato il via per l’uso di queste batterie di fuochi per il cibo. La guardia ha anche ricordato ai detenuti di non sporcare i pilastri della tettoia … ma, avendo a che fare con il carbone, il pavimento in cemento e i pilastri ora sono … come il colore del carbone … ma non è un problema l’estetica.

Quando vado in carcere sono proprio contento nel vedere le persone appollaiate sotto la tettoia: c’è chi cucina con la nuova fatapera, c’è chi cucina con la sua fatapera in lamiera, ci sono alcuni seduti in crocchio che parlano, altri che giocano a carte, altri che giocano i soldi con i dadi. Sono proprio contento nel vedere lo spazio sotto la tettoia venga ABITATO QUOTIDIANAMENTE.

Il 1 novembre come di consueto il Vescovo di Ambositra Mons. Fidelis ha presieduto la S. Messa in carcere … e per quella occasione alcuni detenuti hanno fatto la rappresentazione della donna adultera e … il tutto svolto sotto la tettoia, eravamo un po’ strettini, ma non è stato un problema, il problema è quando la testa di uno viene esposta al sole cocente senza una protezione.
Oggi mercoledì 14 dicembre l’associazione CSPD (2)  ha indetto una iniziativa sui ‘diritti dell’uomo’ c’erano due tipo Gazebo: uno per le autorità come il Presidente della Regione, il Procuratore, il Nuovo Direttore delle carceri per la Regione di Ambositra, il Vescovo, i Pastori della Chiesta protestante, Avventista… l’altro per le guardie carcerarie, i membri della Cappellania Cattolica della prigione, membri del CSPD e altri e di nuovo gioia nel vedere i carcerati non schierati nel cortile sotto il sole cocente ma di nuovo là appollaiati sotto la tettoia. Per l’occasione ai detenuti è arrivato un sapone, un filone di pane e una banana e del riso non ancora cotto.

Venerdì 23 dicembre la Cappellania Cattolica della Prigione offrirà un pranzo per tutti i carcerati a basa di riso condito con cipolle, carote, patate e carne … sì carne … due signore francesi Madame Francine e Madame Clodine offriranno questo sostanzioso pranzo.
Lunedì 5 dicembre è iniziato un nuovo lavoro in prigione: su richiesta della Croce Rossa internazionale sono iniziati i lavori per aggiustare e ampliare la casa esistente e fatiscente dei detenuti minori, che hanno il diritto, per la loro salvaguardia da abusi di ogni genere, di uno spazio loro dedicato e una serie di iniziative per il loro recupero, prima fra queste l’alfabetizzazione.
E’ un’impresona ‘costosa’ e volentieri chiedo il vostro contributo sempre nella libertà dei figli di Dio ricordando che ‘non il tanto o il poco’ conta ma il donare con amore.

Con gioia anche in questo Natale celebrerò la S. Messa in prigione nella cappella della prigione, vera Cattedrale.
Quest’anno, grazie anche alla visita di  don Daniele Simonazzi nell’agosto 2015 in carcere, è aumentata la consapevolezza che nella cappella della prigione si riunisce per pregare la vera Chiesa, Chiesa Santa e peccatrice, chiesa di chi come quel pubblicano della parabola evangelica non osa alzare lo sguardo e non ha paura di chiedere Misericordia.

Vi faccio gli auguri del Santo Natale chiedendo a me stesso e a ciascuno di voi di mescolarvi con quei pastori che vanno alla grotta stalla, con quei Magi che si prostrano adorando quel bimbo. Non è facile mescolarsi con i pastori o con i carcerati in preghiera ci vuole umiltà … quell’umiltà che ogni giorno può tamponare il nostro io … io … io  e non vare paura di chiedere ogni giorno l’Aiuto del Signore.

Ambositra 14-12-2016

                                                            Don Giovanni Davoli

giovedì 8 dicembre 2016

Da un mese ad Ampa

Ciao a tutti,
eccomi qui finalmente, in una domenica tranquilla sulla veranda, a scrivere le mie prime impressioni di questo mese.
Solo un mese...ma mi ci vorrebbe un'altro mese per scrivere tutto quello sto vivendo.
Dentro di me pensavo di venire in Madagascar e trovare tempo per fare tutte le cose per cui ultimamente in Italia facevo fatica a trovare il tempo. Niente di più sbagliato...o meglio...si fa fatica a trovare il tempo per fare tutto perché cambiano un po' anche le priorità.
Alla partenza non mi son ben resa conto del tempo che sarei dovuta star via. Mi sembrava di partire per un campeggio o per una vacanza di un mese... che da li a poco sarei comunque tornata a casa. 
In realtà nemmeno adesso mi rendo conto bene del tempo...è passato un mese e mi sembra di essere arrivata ieri, mi sveglio il mattino ed già è sera...qui è tutto diverso! 
Poi dopo cena e compieta (20:30), arriva il sonno e vita kabari :). I ritmi rallentano ma le giornate sono veloci!
Non ho ancora trovato una mia routine giornaliera. 

La mattina cerco di andare in ospedale, ma non sempre è così perché può esserci l'uscita nei villaggi, da lavorare per il progetto, andare in maternità, ecc..
Il pomeriggio invece vado in ufficio a inserire i dati delle donne in gravidanza insieme ad Alba ed a Cristina che è arrivata da una settimana. Quest'anno io e Cristina continueremo il lavoro di Alba. Sono un po' tesa per quando Alba tornerà in Italia... perché ci sono tante cose da fare, un po' per la lingua...ma sono sicura che Cristina sarà di grande grande aiuto.
L'ospedale mi ha davvero colpito, mi aspettavo ovviamente che sarebbe stato diverso...ma quando lo vedi fa tutto un'altro effetto. La lingua mi impedisce di aver un reale dialogo con i pazienti ( qualche volta butto li qualche parolina in malgascio che ho imparato, giusto per far scena :)), ma questo mi ha portato a osservare molto di più...e anche questo penso sia importante... i movimenti, le espressioni, i sorrisi e tutti i gesti da cui traspare la l'ansia, l'attesa, l'accettazione, il sollievo...Non tutte le storie finiscono bene ad Ampasimanjeva e anche questo fa tanto riflettere, ti mette davanti degli interrogativi. E accettare il fatto che non sempre ci siano delle risposte pronte, anche questo bisogna imparare a fare.
Nonostante sia qui da relativamente poco mi è capitato di vedere qualcosa, ma la storia che forse mi ha colpito di più fino ad ora è di un bimbo di 8 ani che è stato ricoverato in Pediatria per qualche settimana.
Il Dottore gli aveva trovato una massa nell'addome che con tutte le probabilità era un tumore maligno. Purtroppo in questi casi ad Ampa non c'è quasi speranza, forse solo in capitale si sarebbe potuto fare qualcosa, ma per quella famiglia sarebbe stato troppo pesante come costi. In quel periodo è venuto un gruppo di medici belgi che hanno operato, aiutando così il Dottor Martins nel suo lavoro e sono venuti a conoscenza del bimbo. Erano un l'unica speranza, dopo aver parlato con i genitori si è deciso di provarci.
Purtroppo, durante l'operazione, ci si è accorti che la malattia era molto più estesa di quello che si pensava, e a quel punto l'unica cosa possibile da fare è stata richiudere tutto.
È stato un momento molto triste, in aggiunta al pensiero che forse in un'altro posto si sarebbe salvato...ma pensare così non aiuta.

Alcuni giorni dopo sono tornata a trovarlo, dopodiché sono tornati nel loro villaggio. Probabilmente questo bimbo e la sua storia saranno dimenticati, ma la fierezza sul loro volto, quella no, non la potrò dimenticare.

Anna Picciati - Ampasimandjeva


I litchis. Da noi li chiamiamo lici (s), son quei frutti delle dimensioni di una ciliegia, dalla buccia legnosa rossa, dalla polpa bianca dolcissima. In questo periodo il Madagascar ne è pieno. Buon appetito con il frutto malgascio natalizio

lunedì 4 luglio 2016

Agnese da Ampasimanjeva

“Piove, ma senti come piove, madonna come piove senti come viene giù uh!”

Già, il grande Jovanotti aveva ragione, bisogna proprio sentire bene come cade la pioggia.

Qui ormai sono  tre settimane che piove, il grande freddo sembra essere arrivato con molto anticipo. Di solito, dicono che questa temperatura  è più da Luglio e Agosto mentre a Maggio e Giugno  il clima dovrebbe essere più mite.

In queste settimane ho visto, giusto un poco, la forza della natura, muri d’acqua che cadono per qualche minuto oppure che durano tutta una notte.
In alcuni momenti, quando inizia a piovere oppure a tirare un forte vento, mi sento tornare bambina, mi incanto a guardare l’acqua che scende, come se qualcuno stesse tirando dei secchi dall’alto, altre volte, quando mi  trovo nel letto alla sera e inizia a tirare un fortissimo vento, ho paura che da un momento all’altro possa cadere il grande albero di lecci che ho davanti alla camera… ma per fortuna alla mattina è sempre lì, in ottima forma!

La cosa che più mi sorprende di Ampasimanjeva è che alla mattina, dopo una nottata di vento fortissimo e acqua,  si può percepire un’ aria bella e pulita e mi viene subito in mente la mia bellissima casa in montagna, ma la cosa più sorprendente è  che non c’è traccia di piante cadute o di foglie in terra.
Ma una cosa c’è il giorno dopo: il fango
Mi viene da pensare che se non si hanno i piedi un po’ sporchi a fine giornata vuol dire che non è stata un giornata piena ed esaustiva.
Bisogna stare molto attenti a dove si cammina e a dove si mettono i piedi, perché un passo sbagliato potrebbe essere l’occasione per cadere davanti a tutti e far ridere così i malgasci ma un po’ meno le tue ginocchia.
Al mattino esco dalla veranda per andare dalle suore a fare colazione e, appena arrivo da loro, mi guardo i pantaloni che prima di uscire erano blu e ora sono blu a pois marroni e capisco che questo fango mi accompagnerà per il resto della giornata .
Al mattino mentre vado dai tubercolotici e poi in ospedale mi sembra  di essere un’equilibrista,  devo stare attenta a dove metto i piedi per non lasciare sul terreno il mio didietro, ma poi mi vedo passare affianco bimbi, adulti e vecchi a piedi scalzi che camminano come nulla fosse, come se sotto ai loro piedi ci fosse del cemento.

Dall’ultima lettera ad oggi, sono successe tante cose e tante persone che sono passate da Ampasimajeva.

Fino alla settimana scorsa   in casa dalle suore eravamo in compagnia di tre bambini sopranominati “pupoli”. 
La prima ad essere arrivata è Gracia, una piccola bimba abbandonata alla nascita dalla madre, perché in questa zona del Madagascar i bimbi gemelli sono “fady”, tabù.  Significa che  nel momento in cui la mamma partorisce ne abbandona uno (di solito il più debole, quello che pesa di meno oppure se sono un maschio e una femmina, viene abbandonata la femmina). Le suore  hanno dato già da diversi anni la loro disponibilità per prendersi carico dei neonati abbandonati e nel frattempo cercare una famiglia che se ne prenda carico e per ora ne hanno salvati 200. 
Gracia, nel momento in cui è arrivata  pesava poco più di due chili  e per poterla darle ad una nuova famiglia doveva raggiungere i due chili e mezzo.

Agnese con uno dei bimbi accolti

Nel giro di pochi giorni è arrivato a fargli compagnia Martin, un altro piccolo “pupolo”. Martin al momento della nascita pesava due chili e duecentocinquanta  ma la sua salute non era buona; quindi, fin quando non si stabilizzerà a  livello di salute, non potrà andare in adozione, ma rimarrà qui per essere controllato dai dottori.
Infine dopo l’arrivo di Martin è arrivata Elisa ed era veramente un miracolo che fosse ancora viva.
Elisa è arrivata dalle suore poco dopo Martin, e aveva già un mese di vita.

Sua mamma non aveva partorito in ospedale ma nel suo villaggio e durante il parto è venuta a mancare, così per un mese la nonna di Elisa si è occupata di lei, ma senza dargli le cure necessarie ad una bambina appena nata. Quando è arrivata dalle suore  non si sapeva da quanti giorni non gli dessero da mangiare, aveva il viso tutto scavato e il suo piccolo corpo era solamente ossa e pelle.
Le suore l’hanno subito accolta e le hanno dato da bere latte e the con tanto zucchero, era veramente impressionante con quanta forza e voracità facesse fuori il biberon.

I medici non davano tante possibilità di vita ad Elisa, ma ogni giorno che passava la piccola “pupola” faceva un piccolo ma grande miglioramento.
Elisa è stata quella che richiedeva più energie perché ad ogni ora doveva assolutamente mangiare, e col passare dei giorni aveva impostato una sua sveglia personale e ogni ora, né un minuto in più né un minuto in meno era pronta per mangiare.

Io e la mia compagna di avventure Alba, abbiamo deciso di aiutare durante il giorno le suore con i “pupoli” e anche la notte. Io ho deciso di occuparmi di Elisa.. e diciamo che di notte la sua sveglia biologica migliorava: invece di ogni ora, si svegliava ogni mezz’ora. Si svegliava, si sbaffava il suo latte e poi era pronta per dormire di nuovo. 
Ora Elisa è tornata a casa, con qualche chilo in più e speriamo che la nonna e anche tutto il resto della famiglia si prenda veramente cura di lei. Sono anche sicura che, se è sopravvissuta a così tanti giorni senza mangiare, vuol dire che ha veramente tantissima forza e ne avrà anche per il domani che l’aspetta!

Un po’ di tempo fa, come tutte le mattine, ero dai tubercolotici insieme ad una suora che era venuta a fare una puntura ad un malato. Finito di dare le medicine siamo andate su in ospedale a vedere e fare due chiacchiere con i malati.
Verso la fine mi ha portato in maternità per vedere due piccoli bimbi gemelli nati da pochissime ore e molto  prematuri .
Appena siamo entrate abbiamo trovato i bimbi appoggiati su un tavolo ricoperti di coperte e in mezzo a loro c’erano delle bottiglie di vetro con acqua bollente per tenerli al caldo il più possibile. Li con loro c’era la nonna che cercava di tenerli in vita. Uno dei due aveva il sondino nel naso per fargli arrivare l’ossigeno… mentre eravamo lì,  ad un certo punto un gemellino non ce l’ha fatta ed è venuto a mancare.
Mi ricordo ancora tutta la scena come fosse successo ieri.
Le infermiere che arrivano, mettendo il bimbo morto su un lettino e cercando nel frattempo di tenere in vita l’altro piccolo neonato. Ma anche lui nel primo pomeriggio ha raggiunto il suo fratellino.
Ci sono tante cose che mi hanno colpito in tutto questo. Prima di tutto vedere così da vicino la morte di due bambini appena nati, e non sapere se provare più dolore o dispiacere?
Non so come chiamare questo sentimento per la nonna, che ci stava mettendo tutte le forze per tenerli in vita e vedere i suoi occhi piedi di lacrime, di dolore, per quei suoi nipoti che sapeva benissimo che non ce l’avrebbero fatta.
La cosa che più mi ha turbato è venire a sapere che la madre aveva già avuto tre gravidanze e tutte e tre erano finite in questo modo, e pensare che ci sono persone che abbandonano i propri figli, perché non vogliono tenere due bambini uguali .
…ho il vuoto totale in testa e l’unica domanda che mi viene da farmi è “perché?”, ma non riesco a darmi ancora una risposta. E forse non troverò mai una risposta, ma dovrò solamente farci l’abitudine e sapere accettare.

Una cosa che non manca ad Ampasimanjva sono i bambini.
Sbucano da tutte le parti, e appena ce ne si libera di uno… ne arrivano altri.
Il lunedì, il mercoledì e il venerdì, come ho già scritto nella precedente lettera,  tengo aperta la “pupponiera”, una piccola ludoteca per i bambini dell’ospedale.
Questi mesi passati con i bambini sono stati veramente belli e soddisfacenti.
Faccio fatica a dirvi cosa provo e cosa mi trasmettono perché sono veramente tante le cose…

Prima di tutto, il tempo con loro vola, è inutile dirlo, ma da quando apro la porta della stanza al mattino, mi ritrovo, in pochissimo tempo a richiuderla e a salutare dicendo che ci rivedremo la volta prossima.
Se penso a tutti i bimbi che si sono fermati, anche solo a fare un disegno, sono stati tanti e molti mi sembrano andati via ieri, ma in realtà sono andati via già da uno o due mesi. Mi sono divertita a dare ai bambini dei soprannomi che sono rimasti tra me e me, ad  esempio Scenzia “quella che non tace mai”, Faniry  “ il gentiluomo”, Laria “la furba” , Nadine “la princesse” e così tanti altri, e poi c’è lei Cristanie, una bimba di quattro anni. 
Mi dispiace dirlo, ma è la mia preferita. E’ stato più forte di me e non potete capire quanta fatica faccia a sgridarla quando fa qualcosa che non va fatto, ma credetemi lo fa in un modo talmente buffo e disinvolto che la vorrei solamente riempire di baci.
Mi ricordo ancora quando eravamo a messa e il Don chiese chi facesse la comunione e lei alzando  la mano urlò “IO” e non la voleva tirare giù! E la grinta che ci metteva a cantare i canti durante la messa e infine, quando arrivava il momento della comunione, lei guardandomi e spingendomi mi diceva “dai!! devi andare” .

Come ho già detto prima, molti di loro sono venuti a fare disegni e colorare solamente per una o due volte, mentre i figli dei tubercolotici sono rimasti qui più di un mese. Con loro è stato bello ed è bello tuttora, perché, grazie al tempo che sono rimasti qua, sono riuscita a creare delle piccole relazioni.
Sanno che tutte le mattine vado dai loro genitori a dargli le medicine e quindi mi aspettano lungo le scale e appena mi vedono arrivare è un continuo chiamare “Agnesa!” e poi a turno, ciascuno mi chiede se può aprire la stanza e, dopo averla aperta, tutto il resto della truppa mi aiuta ad aprire le finestre e poi a fare l’operazione inversa una volta finito di dare i medicinali ai loro genitori.
Quando arrivano le cinque, dopo un pomeriggio passato in pupponiera, mi ritrovo a salutare i bambini ad augurar loro una buona serata e fra di loro c’è sempre chi cerca di chiedere se possono venire il giorno dopo anche se sanno che non è il giorno della pupponiera .

Sono contenta di questa stanza per i bambini, perché molte volte mi hanno dimostrato che ci tengono veramente.
Si impegnano ad arrivare puntuali (a volte fin troppo!), a tenere i colori, libri e tutto il materiale con cura. Verso le cinque sono loro stessi che iniziano a pulire e a riordinare la stanza.
Qualcuno di loro mi ha chiesto di insegnarli i numeri e le lettere dell’alfabeto, ho cercato una o due volte di insegnar loro qualcosa: non so cosa abbiano capito e imparato ma è stato bello imparare a fare qualcosa insieme.
In tutto questo c’è il rovescio della medaglia, ovvero quando i genitori dei bimbi sono guariti dalla tubercolosi e quindi possono tornare a casa.
Sono felice per i bimbi e per i genitori stessi che stanno bene e possono tornare a casa dalla loro famiglia nel loro villaggio, ma al tempo stesso so che mi mancheranno, come la piccola Cristanie che domani tornerà a casa.
Una volta al mese devono ritornare qui ad Ampasimanjeva per il controllo e per prendere del riso in base a da quante persone è composta la loro famiglia. 
Ogni mese non vedo l’ora che arrivi il 19 perché è il momento dei controlli e quindi ritornano anche tutti i bimbi anche se è solo per un giorno.

Ormai sono otto mesi che sono qui in Madagascar e a volte ho la sensazione di essere arrivata ieri mentre altre volte mi sembra di essere qui da una vita.
Voglio cercare di godermi questi ultimi mesi che mi rimangono, stando il più possibile con le persone, godendomi questa missione.
L’altro giorno la prima lettura diceva:
 “…La fine di tutte le cose ormai è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto conversate tra di voi una grande carità perché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. Ciascuno viva seconda la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri” ( dalla prima lettera di S.Pietro Apostolo)
Questa lettura è arrivata proprio nel momento in cui sto realizzando che manca poco al mio ritorno in Italia,  dicendomi di mettermi al servizio degli altri il più possibile e di essere sobria e caritatevole il più possibile.

Anche se sono qui da vari mesi faccio ancora fatica a superare e a capire molte cose.
Faccio ancora fatica ad andare in città per fare due passi, vedere facce, persone e posti nuovi  senza sentire ad ogni passo dire: “ Vasa” (bianco), oppure comprare qualcosa senza che gli occhi di bambini e adulti mi siano addosso per vedere esattamente cosa compro.
Ogni tanto, quando sono presa dall’esasperazione vorrei prendere della vernice marrone e colorarmi tutta, così da poter andare in giro come una di loro e fare tutto quello che devo fare senza sentire commenti e senza essere trattata in modo diverso.

 Spero tanto di sapermi gustare questi ultimi mesi che rimangono, di saper cogliere tutti i segni e le persone che incontrerò in questo ultimo periodo.

Vi saluto e vi abbraccio tutti! Ci vediamo presto un bacione!!  Agnessss