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giovedì 14 dicembre 2017


Tra lemuri, orchidee, solidarietà e 50 anni di missione 

Ho avuto la fortuna, l'onore e la gioia di far parte della Delegazione diocesana in visita al Madagascar per il 50° della  Missione della Diocesi di Reggio Emilia.  
Donata Frigerio ha già  abbondantemente relazionato sulla Libertà circa le solenni e partecipate celebrazioni nelle varie città dove siamo presenti dal 1967 quando la prima equipe con don Mario Prandi, don Pietro Ganapini, Suor Bernadette, Suor Margherita, e qualche laico sbarcò nell'Isola Rossa. 

Raccontare il Madagascar è come leggere un libro di storie, ogni luogo ha i suoi colori caratteristici, le sue tribù con storie e tradizioni millenarie che ancora sopravvivono, la sua natura peculiare e i suoi animali unici ed indimenticabili. Volevo in questa occasione fare un raffronto tra il viaggio che feci quasi 30 anni fa e quello dei giorni scorsi  Ma già scendendo all'aeroporto di Ivato con il super traffico di Tananarive, inizio subito  a capire che nulla è cambiato nelle condizioni di vita dei malgasci: tutti ancora per strada, bancarelle improvvisate, gente ammassata che aspetta taxi-be, signore che lavano panni nel fiume. Incontro, esattamente come la volta scorsa,  tanta gente a piedi, tutti camminano, spesso senza scarpe, tanti bimbi che giocano, le donne, nei loro abiti colorati, in testa portano di tutto, taxi-brousse stracarichi di gente e merce. 

martedì 31 ottobre 2017

Ti auguro tempo

Ampasimanjeva, 21 ottobre 2017

“Ti auguro tempo.
Ti auguro tempo per divertirti e ridere.
Ti auguro tempo non per affrettarti e correre.
Ti auguro tempo per meravigliarti,per stupirti,per avere fiducia.
Ti auguro tempo per sperare ed amare.
Ti auguro tempo per sentirti fortunato ogni giorno”.

E’ ormai passato quasi un anno da quando mi hanno regalato queste parole su un bigliettino, poco prima della mia partenza.
Un anno, tanto o poco tempo, dipende un po’ dai punti di vista (chiedetelo a mia mamma!). Ma tempo in cui davvero mi sono divertita, meravigliata, sentita viva. In cui ho riso, pianto, a volte corso un po’ troppo (non solo sul campo da calcio!), camminato scalza, cantato, accolto mani tra le mie. Tempo in cui ho amato, con le mie fragilità, le mie fatiche, aprendo il mio cuore sempre troppo piccolo.
E mi sento tanto fortunata, non lo dico perchè voglio farvi credere che sia tutto rosa, lo sento davvero. Anche nei giorni in cui qualcosa non va, fuori o dentro di me, in cui sono più stanca o triste, c’è SEMPRE un momento, una situazione, un gesto in cui il mio cuore trova pace ed è grato di essere amato, nella semplicità di quello che è. Ogni giorno.


A volte è qualcosa di inaspettato, che stupisce.
Richard, un ragazzino ricoverato per due mesi all’ospedale a causa della

giovedì 14 settembre 2017

Veloma mampamanghy

Anna Picciati – Medico all’Ospedale di Ampasimanjeva in Madagascar. È rientrata l’11 settembre 2017 dopo un anno di servizio volontario.

 Ci scrive:

Veloma mampamanghy, veloma mampamanghy…” E’ il ritornello di una delle canzoni che si sentiva ogni tanto per starda, per radio mentre ero sul taxy brousse, quando passavo davanti a uno dei tantissimi baracchini che vendevano qualsiasi cosa o nella piazzetta di Ampasimanjeva nel negozietto dei CD, cellulari, film (insomma...una filiale del MediaWorld). Si può tradurre come saluto di addio e per portare i saluti a chi si incontrerà una volta partiti.
Me l’hanno ripetuta tante volte nei giorni prima della parenza, tantissime. E’ ogni volta mi veniva una piccola fitta al cuore.
Ma in quei saluti che mi chiedono di portare in Italia, alla famiglia e agli amici c’è tutto il calore di questo splendido popolo.
Ed è proprio questo che spero di portare con me, in ogni piccola fitta che mi è rimasta.


Anche se qui sembra impossibile crederci, c’è ancora una terra lontana dove il tempo ha un altro valore, lo straniero ha un altro valore e anche i saluti hanno un altro valore.

Spero di rivedervi ancora cari amici malgasci, negli occhi di tutte le persone che hanno guardato al vostro valore.

A presto!

Anna

lunedì 10 luglio 2017

Akory aby a tutti!! (ciao come state???)

Ecco la frase più pronunciata dal malgascio medio ( con una frequenza di circa 400 volte al minuto ). In realtà questo saluto è utilizzato soprattutto nella regione della Vatovavy, dove ci troviamo noi. Esiste infatti un fenomeno, non ancora spiegato scientificamente, per il quale a un certo punto, superata una sottile linea invisibile circa a livello di Fianarantsoa, il saluto principale diventa “Salama”, ma nessuno sa bene dove si trova. Bisogna salire sull’altopiano per osservare questo evento. Per non parlare di quando ci si avvicina troppo alla capitale (Antananarivo, per gli amici “Tanà”) dove si passa al difficile “manaohana”.


Ma iniziamo per gradi.

giovedì 15 giugno 2017

6 mesi in Madagascar...

Giugno  2017, Ampasimanjeva

Salve a tutti!
Scusate se è passato un po’ di tempo, ma fermarsi a scrivere è sempre un’impresa 😅
Sono ormai trascorsi 6 mesi dall’arrivo in Madagascar (o come mi ha detto qualcuno “a metà percorso”) e questo pensiero provoca in me tanti sentimenti… gratitudine, gioia, tristezza e anche un po’ di incertezza. Un bel miscuglio!

Sono stati mesi davvero belli, così ricchi e colorati, e ogni giorno ti offre doni che riempiono di felicità, ma anche che fanno riflettere tanto.
Penso alle parole di una bimba ieri pomeriggio, nella piccola capanna di legno dove dorme con la sorellina, mentre la mamma e il fratellino sono fuori a fare i guardiani: “Di notte i topi soffiano sui piedi prima di morsicarti. Se riesci a sentirli e ti muovi, loro scappano.” Poi è uscita, ha preso un accendino, una candelina e dei legnetti. Ha acceso il fuoco e ha messo sopra tre sassi la pentola con il riso. Erano le 17:30 e preparava la cena, sfruttando la luce del tramonto. Ci ha detto infatti “Non sempre abbiamo i soldi per il petrolio”, quindi niente luce. Ah dimenticavo, il petrolio costa 500 Ariary, meno di 25 centesimi.


lunedì 10 aprile 2017

Dokotera

Ciao a tutti,
finalmente riesco a trovare il tempo di fermarmi a scrivere. Oggi è giorno di festa in Madagascar e non si lavora ( il 29 marzo si festeggia la memoria dell’indipendenza e sono morte un sacco di persone).

Ma oggi l’atmosfera ad Ampa è diversa dal solito. Ieri abbiamo ricevuto la notizia della morte di Anna Maria, della “dokotera”. Mi fa effetto pensarci e probabilmente è difficile crederci davvero.
Erano tre anni che tra una cosa e l’altra faceva avanti e indietro da Ampa per lavorare come cardiologa all'ospedale. Quest’anno siamo arrivate insieme a fine ottobre e ci siamo salutate il 6 marzo. Lei è dovuta tornare in Italia per un operazione semplice e sarebbe dovuta restare circa 3 mesi. A luglio sarebbe dovuta tornare e avrebbe ricominciato a lavorare come ha fatto fino a meno di un mese fa.

Invece, appena atterrata in Italia, si è sentita male e dopo 3 operazione al cuore e 10 giorni in rianimazione, ci ha lasciati.

Difficile crederci davvero, soprattutto per chi l’ha conosciuta e sa com'era l’Anna. Sempre pronta ad avere parole di conforto e incoraggiamento…i suoi discorsi passavano da una leggerezza a una profondità incredibile.

Tutte le serate passate con lei in camera a bere qualcosa e ad ascoltare i suoi racconti sui suoi viaggi, sulla sua vita.

L’Anna amava davvero la vita e lo si capiva dall'energia che tirava fuori anche quando sarebbe stato umano non averne più. Spesso aveva molto dolore alla gamba con la protesi d’anca, alla schiena, passava tante ore in ospedale…ma se un paziente aveva bisogno lei c’era.

Avrei voglia di scrivere tante cose, di raccontare tanti episodi. Abbiamo passato con lei qualche mese, non tantissimi a dirla tutta, ma ci ha dato così tanto. A tutti.
Ma la cosa per cui voglio ricordarla sempre è la sua dedizione al lavoro. Amava davvero quello che faceva, la passione con cui si prendeva cura dei malati era davvero grande.
Anche quando ormai non c’era più niente da fare, quando si trattava di tenere in vita una persona anche solo per pochi giorni, lei non si arrendeva mai.

In particolare mi è rimasto impresso un signore, Donné. Aveva poche speranze, il cuore messo male e ormai irrecuperabile. Ma lei ci credeva, e sperava. Per seguirlo ha rinunciato perfino a prendersi qualche giorno di riposo, non voleva che morisse da solo.
E’ stato con lui fino alla fine.
Questa è l’Anna. Se riuscirò a essere anche solo una parte di quello che era lei sarà già tanto.

Anna Picciati

Lo straordinario nell'ordinario


Dall’ultima volta che ho scritto ne sono successe di cose...c’è stato il Natale (che abbiamo passato a Manakara con gli altri volontari),  abbiamo passato un mese ad Ambositra a studiare la lingua,c’è stato un terremoto (e in Madagascar ce ne sono davvero pochi!), è ritornata la corrente ad Ampa dopo che un fulmine aveva distrutto gli inverter (non me ne intendo molto, ma so solo che da lì in poi non abbiamo più avuto la luce in veranda di notte!), c’è stato un ciclone (RANO BE!!!), ho iniziato a cantare nel coro della parrocchia (mi piace un sacco, anche se passo un pomeriggio a non capire una mazza) e Tolotra (il bambino che abitava con le suore da settembre tirato via da sua mamma che lo picchiava) ha trovato una nuova famiglia.


Insomma non ci si annoia mai e mi stupisco sempre di come quello che da noi sarebbe lo straordinario diventa quotidianità qui. Non parlo solo dell’ospedale, ma anche nella vita di tutti i giorni. Forse il ciclone è stato uno degli eventi che più mi ha fatto pensare a tutto questo.
Dal giorno alla notte il villaggio si è modificato completamente. Il ciclone è arrivato la notte e aiuto che paura!! Se devo essere sincera non mi aspettavo che mi sarei così spaventata! Un vento fortissimo…avevo paura che si staccasse il tetto della veranda! Dopo un po' di ore si è calmato finalmente (anche se continuava a piovere tantissimo).

Il mattino si era già un po' allagata la strada e il pomeriggio…tutte le case erano sott’acqua!! Pazzesco!


Ma la cosa più pazzesca era che gli abitanti non ci hanno fatto un baffo! Si sono presi su con le loro cose e semplicemente si sono trasferiti in un'altra casa per qualche giorno Intanto già partivano le lakane per portare la gente da una parte all’altra. Nessuno  sembrava particolarmente turbato dalla cosa. Poi dopo 2 giorni, quando l’acqua è scesa, sono tutti tornati nelle loro case e in 3 ore il villaggio era tale e uguale a prima.

Poi ci sono le loro credenze, i fomba e i fady. Qualche giorno fa io e la Cri stavamo passeggiando nel villaggio (facevamo un po' di mitsanga-tsangana) e a un certo punto ci siamo fermate a chiacchierare con alcune ragazze che conosciamo. Sono ragazze di cultura, che hanno studiato e tutto quanto. Ma per loro il Faraony (il fiume di fianco al villaggio) pullula di sirene pronte a uccidere il primo innocente che da solo vada a lavarsi i capelli o che lavi pentole e piatti dopo aver mangiato maiale (fady!divieto più assoluto!).

Ti raccontano che di notte ci sono delle donne che escono da sole, le streghe; e se esci da solo e non stai attento puoi rischiare di essere a tua volta cavalcato da una di loro.
Insomma per loro è perfettamente normale tutto ciò e il pensiero che possa non essere vero penso sia inconcepibile.


Tutto questo ha sicuramente un suo fascino, il problema è quando invece le persone non vengono all’ospedale, o vengono troppo tardi, perché convinte di essere vittime di un sortilegio o di un malocchio.

Mi è capitato poco tempo fa di veder morire una donna di 30 anni, così, convinta di non avere più speranze per colpa di qualche sorta di stregoneria.

E’ arrivata in ospedale con un ascesso al piede, una cosa piuttosto comune qui. La mando a casa con gli antibiotici ma il giorno dopo torna con ben tre ascessi (uno sulla mano, uno sull’altra gamba e quello sul piede). Aveva anche un po' di febbre e allora il dottor. Martins la ricovera. Non stava malissimo, anche durante il giorno aveva chiacchierato, camminato. Ma la notte all’improvviso peggiora e muore.

Ero davvero stupefatta e anche dispiaciuta. Nonostante tutto, per la famiglia era chiaro che la ragazza fosse stata maledetta e quindi non salvabile.

E’ un popolo che sa stupire e affascina tanto. O almeno…queste storie mi hanno sempre affascinato in realtà. Sicuramente anche suggestionato. Comunque ci hanno assicurato che i vasa (siamo noi, i bianchi) sono immuni dal malocchio e possiamo ancora dormire sonni tranquilli…oh No?

Anna

martedì 4 aprile 2017

Cara Anna...


Cara Anna, anzi Annina come ti chiamava Giorgio; questa volta ce l’hai combinata davvero grossa sai? Da togliere il fiato a tutti quanti. 

Siamo sicure che un foglio non basterà mai per descrivere e raccontare la fantastica donna, amica, missionaria, confidente e zia ( non possiamo dire nonna, perché ti faceva sentire vecchia) che sei stata per tutti noi. 
Dopo una vita di lavoro in ospedale a Guastalla e dopo aver girato buona parte del mondo, hai deciso che la tua casa diventasse  il Madagascar, l’ospedale di Ampasimanjeva. 


Tra te e l’ospedale è scoppiato subito l’amore e lo dimostravi ogni giorno con la continua attenzione per i malati, i poveri ma anche per i volontari , le suore e il popolo malgascio. Nulla lasciavi al caso, ma dovevi assolutamente dare il massimo che potevi per guarire i tuoi malati, come dicevi spesso te “ i MIEI” malati. 

Chi arrivava ad Ampasimanjeva doveva conoscerti, doveva passare da camera tua detta “piazza Navona”, doveva bere un caffè o una birra seduto sul tuo banco davanti a camera tua. Era una sorta di “benvenuto ad Ampasimanjeva, adesso rimboccati le maniche e inizia a lavorare” 


Ti vogliamo ringraziare Dokotera, ti abbiamo conosciuta un anno ad Ampa e sei stata una presenza importante per noi, non sei mai stata un tipo facile, sempre “sprucida” come ti diceva il tuo Giorgio, ma con un cuore grande e infinito.

Grazie, per averci sempre accolto: nella gioia, nel pianto, nelle difficoltà quotidiane, nelle chiacchiere, per essere stata una fonte d’ispirazione per molti, per ricordarci perché eravamo lì. Grazie alle storie del passato da Don Mario, a Don Romano.
Tenendo sempre forte e presente il perché eravamo in missione: i poveri prima di tutto come diceva Don Mario. 

I poveri e i malati che ti hanno fatto fare fatica e l’abbiamo  sperimentato ogni giorno affianco a te, ma tu non ti scoraggiavi mai, passati notti e notti a leggere manuali per trovare nuove terapie e grazie hai  i tuoi sforzi sei riuscita a salvare tantissime vite. I malgasci ti chiameranno sempre “dokotera fo” (dokotera del cuore)   


Grazie per l’allegria, la tua parlantina, le tue mille lamentele per le luce, prolunghe, l’ecografi che solo tu riuscivi a fare arrivare, grazie perché quando a pranzo e a cena eri li con noi, non c’era mai un momento di silenzio, ma bisognava stare sempre attenti a ciò che dicevi perché appena finivi di parlare ci interrogavi per vedere se eravamo state attente. 


Ringraziamo il Signore per questo incontro di vita, il tuo viaggio terreno finisce qui, ma sappiamo che ogni volta che ci volteremo sarai sempre lì con noi per spronarci a dare sempre il massimo in ogni situazione della vita.  

Chissà quante chicchere ti farai con don Mario e il tuo carissimo Giorno, ora non ti sfuggirà più nulla 
Tsara Mandroso, Tsara Miverina Dokotera!

Le tue A.A. di Ampa 
Agnese e Alba…. E come dicevi te…. AuGuri aby a tutti!!! 

p.s. ti aspettiamo alla prossima pizza navona, ti vogliamo bene doko! 

Un saluto sorridente ad ognuno di voi!

29 Marzo 2017, Ampasimanjeva

Eccomi di nuovo qui, per cercare di raccogliere ciò che mi è stato donato in questi mesi. Ogni giorno è pieno di vita. Di momenti, gesti, immagini che mi fanno sentire viva e parte di un mondo che vive, intorno a me, creato con così tanto amore. Ve ne affido qualcuno, perché tenendoli dentro ho paura di perderli, dimenticarli, e perché è bello poterli condividere.

Del mese di gennaio, trascorso con Anna ad Ambositra cercando di imparare un po' di lingua malgascia, porto nel cuore gli ospiti della Casa di Carità, gli abbracci, le risate e i momenti di preghiera insieme. Con loro ho sentito di essere felice, senza "ma" o "se", davvero felice. Una gioia simile a quando corri sotto l'acqua che scende a secchiate e ridi, ed in quell'istante ti senti vivo e senti che quell'acqua è stata creata dalle stesse mani che hanno creato te, che ha come Padre lo stesso tuo Padre. Così è stato anche con loro, abbiamo riso tanto.

Ambositra
Ed insieme a loro, vi affido i giochi con i bimbi di Fanomesantsoa ("Il dono delle cose belle"), una casa che accoglie i figli dei carcerati; le Messe in carcere, dove il Signore si manifesta nel canto, nella musica; ed i balli, le risate insieme ai lebbrosi e a ragazzi con delle gravi infezioni, che vivono e sono medicati in una struttura chiamata Akanin'ny Marary, "Gli amici dei malati". In particolare Ny Aina, una ragazzina di 15 anni, con un'infezione della tibia talmente estesa da farle perdere la pelle e la carne, rimanendo così solo l'osso esposto. In questi giorni sarà sottoposta ad un intervento alla gamba per poter così finalmente riabbracciare la sua famiglia, che non vede da un anno, e tornare a scuola. Vi chiedo una preghiera per lei, perché possa avere un bel futuro.

Anche il rientro ad Ampasimanjeva è stato bello ed ha richiesto molte energie.
Abbiamo iniziato le uscite nei villaggi insieme alle ostetriche per visitare le donne incinta ed i neonati. Osservando quelle pance tutte diverse si coglie la bellezza del dono della vita. C'è chi è pronta a diventare presto mamma, ultimi ritocchi per preparare il figlio ad uscire nel mondo; e chi invece ha dentro di sé un piccolo seme, ancora da coltivare, giorno per giorno. E prendendo tra le braccia i bimbi di pochi mesi, appoggiati al mio petto, li sentivo respirare insieme a me. La vita nasce e cresce dentro ed intorno a noi ogni giorno.

Da poco abbiamo anche creato una piccola classe, in una stanza dell'ospedale, per i bimbi che non hanno la possibilità di studiare in villaggio e per i figli dei pazienti ricoverati che sono costretti a stare lontani da casa per un periodo di tempo più o meno lungo. Purtroppo l'aula non è molto grande e, nonostante sia aperta mattina e pomeriggio, dobbiamo dividere gli alunni durante le varie giornate, riuscendo a garantire solamente due giorni a settimana ad ogni bambino. Eppure quando arrivano sono sempre contenti. L'impegno e la voglia di imparare, nonostante facciano tanta fatica, sono da 10 e lode. Mi piace guardarli mentre ce la mettono tutta per riuscire a scrivere una lettera o un numero nuovi, in quel momento sono loro i miei maestri.

Ogni mattina, poi, Suor Saholy ed io andiamo dai tubercolotici. Prima di provare la febbre e distribuire le medicine, c'è il momento di preghiera in cui uno di loro a turno condivide spontaneamente con gli altri ed il Signore ciò che ha nel cuore. E' bello iniziare la giornata insieme a loro. In questi giorni Suor Saholy ha costruito con i bimbi un piccolo campo da calcio, con due bellissime porte di bambù, ed oggi abbiamo fatto la prima partita. Ridevano tutti, giocatori e genitori a bordo campo!

Gli effetti del ciclone ad Ampa 
C'è stato anche il ciclone. Per fortuna aveva già perso molta forza quando è arrivato ad Ampa, ma per due giorni parte del villaggio è rimasta allagata, con l'acqua che arrivava fino ai tetti delle case, fatte di legno e foglie di ravinala. L'ospedale si trova su una collina, per cui non ci sono stati danni. Mi ha stupito molto come le persone non si siano mai lamentate o disperate, affrontando la situazione insieme. E cogliendone i lati positivi. Ripenso all'immagine di una ragazza che lavava la propria bimba nell'acqua, ed accanto la sorellina più grande strofinava i panni. In quel momento, per loro, quell'acqua era un dono.

Ampa mi sta insegnando tanto. Mi ricorda ogni giorno quanto sia grande e bello il dono della vita, eppure così fragile. Gli alberi fioriscono, la frutta cresce, i bimbi nascono, il sole sorge e regala contorni dorati… tutto germoglia intorno a noi e indipendentemente da noi. Possiamo "solo" ammirare e vivere la bellezza di questi miracoli.

Ed indipendentemente da noi, la vita termina.
Come ci ha scritto Don Pietro "C'è dato un tempo non illimitato, non determinato da noi, e non sappiamo quando, quando sarà il nostro momento. Possiamo solo provare a riempire questo tempo d'amore perché solo l'amore resta di noi."

Ringrazio il Signore per il dono della vita di Anna Maria.
Vi auguro di cuore una buona Quaresima, vissuta camminando con il Signore e con chi vi è accanto. Accogliendo la vita che vi circonda. Penso sia davvero bello che il Dio che preghiamo sia lo stesso, vicini e lontani. Malati, dottori, infermieri, "vahaza" (stranieri), suore, bimbi e anche voi lì… tutti siamo rivolti allo stesso Signore crocifisso.


Tolotra

Un abbraccio forte a tutti voi,
Cris

Nelle foto… alcuni degli ospiti della casa di Carità di Ambositra; la ragazza che ha lavato la bimba nell'acqua dopo il ciclone; e Tolotra sorridente, bimbo accolto dalle suore di Ampa, che ora ha potuto abbracciare una nuova famiglia!

lunedì 2 gennaio 2017

Parole in viaggio...

20 Dicembre 2016, Ampasimanjeva


Ciao a tutti!
Eccomi qui, a distanza di un mese dagli ultimi saluti in aeroporto, per cercare qualche parola che provi a descrivere quello che ho vissuto e assaporato finora. Sarà dura!
Vi scrivo dall'amaca della veranda (chi è passato di qui e si è seduto anche solo per un attimo sa come si sta bene!) in un pomeriggio abbastanza caldo, ma neanche troppo, con le voci dei bimbi più piccoli che si alternano ai versi di anatre, oche e galline ed al rumore dei lecci che cadono sul tetto di lamiera.
Ripenso ai primi giorni in questa terra, ai tantissimi villaggi e paesaggi che ho attraversato per raggiungere Ampa… non riuscivo a staccare gli occhi dalle immagini oltre il vetro.


A cominciare da quello rotondo dell'aereo: ho visto un’alba stupenda, con dei colori bellissimi, delicati…ed ho ringraziato il Signore per accompagnarmi sempre nel modo migliore e che non mi aspetto, sorprendendomi. Qui si sbizzarrisce proprio con i colori! Le risaie verdi con le donne chine sotto il sole e i piedi immersi; i banchetti di banane, lecci, carne, pentole, denti, scarpe… affollati di persone; le foreste con gli alberi di Ravinala che si aprono; il cielo azzurrissimo e senza nuvole… e tanto altro. Ho provato a scattare qualche foto, ma è impossibile trasmettere questa luce, questi suoni, questi odori… qui ti entrano dentro.
I panorami sono mozzafiato, ma ciò che amo di più sono i dettagli: donne che trasportano mattoni sulla testa, bimbi che giocano in acqua o fanno pascolare gli zebù, sorrisi, pianti, occhi speranzosi nel momento in cui la macchina si ferma di fronte ai banchetti e Don Giovanni scende per comprare qualcosa… sono tanti i contrasti qui. C'è vita. 
Ricordo ancora, nel viaggio da Tanà ad Ambositra, di quando ci siamo fermati ad un banchetto di frutta e, mentre il Mompera (Don Giovanni) sceglieva le pesche, una donna anziana ha sussultato per un tuono. È stata così spontanea che sono scoppiata a ridere e lei con me, è stato bello essere lì insieme in quel momento. 


E poi c'è l'Oceano Indiano. Wow. È qualcosa di indescrivibile, una distesa enorme di fronte al quale di senti minuscolo, ma così amato. 
Ad Analabé, invece, durante la Messa in una piccola chiesa molto semplice, ho sentito come il Signore non abbandona mai l’uomo, se è disposto ad aprire il cuore e rivestirsi di luce. E’ bello aver iniziato l’Avvento qui, come se fossi arrivata per vivere insieme a questo popolo l’attesa di Gesù.


Ed ora, eccomi qui, ad Ampa...
È difficile trovare parole per descriverla. C'è tanta sofferenza: ogni giorno ci sono famiglie che percorrono kilometri a piedi per accompagnare un parente malato, persone che arrivano sole e ferite e nessuno sa cosa sia successo, molti bimbi con la malaria in forma grave e non c'è il sangue per la trasfusione… le brutte notizie sembrano non finire mai.


Eppure c'è anche tanta bellezza: ogni lunedì e venerdì mattina la giornata inizia pregando tutti insieme (pazienti, familiari e personale sanitario), le suore della casa di carità hanno accolto un bimbo denutrito di nome Tolotra (in malgascio "Dono") che ora cresce sereno e si preoccupano di dare da mangiare ai pazienti soli, non assistiti dalle famiglie… ed altri piccoli semi di bene.
Pian piano anche io sto entrando a piccoli passi nella vita di Ampa, ascoltando ed osservando tanto chi mi è accanto.



Alba è stata molto importante in questo primo periodo, accogliendomi e accompagnandomi, ed è un peccato sia già partita per tornare in Italia. Per fortuna è rimasta Anna…con lei riesco a condividere le fatiche e le difficoltà, insieme ai momenti belli in cui mi fa morir dal ridere!
In questi giorni ci stiamo preparando al Natale… ieri abbiamo fatto il presepe in cappella e oggi le Masere (suore) ci hanno insegnato a fare i cappelletti! Che ridere! Con loro sto bene, sono dolci e addirittura dicono la compieta in italiano per aiutarci nella preghiera. È vero, è bello rivolgersi al Signore con parole che sento un po' meno straniere… e credo sia ancora più bello incontrarlo negli occhi di Tolotra che cercano i tuoi e sorridono, nelle mani delle Masere che lavorano senza sosta con umiltà, nell'applauso dei malati di tubercolosi nei confronti di un paziente guarito.


Tanti auguri di Buon Natale e felice anno nuovo a tutti voi.
Spero di cuore siano dei bei giorni di festa.


A presto!
 Cris 

Nella prima foto vi sorride una bimba che si rinfresca in un fiume e nella seconda si vede una donna china in una risaia. Poi Masera Philippine, Masera Sylvie, Anna, io e Mena che ci divertiamo con i cappelletti ed infine un ospite della casa di carità di Fianarantsoa… Spero vi piacciano!

martedì 20 dicembre 2016

Auguri da molto lontano

Ampasimanjeva, Madagascar
Carissimi,
  augurandovi un felice Natale e un buon 2017, vi vogliamo parlare un po' di noi, di quello che stiamo facendo e di quello che questo anno ha portato di buono.
            Attualmente questo importante presidio sanitario nella foresta del Sud est del Madagascar  ha raggiunto ottimi risultati sul territorio. Con frequenza, pazienti residenti in villaggi lontani decidono di venire a farsi curare ad Ampasimanjeva. Da gennaio ad oggi sono passate dall’ospedale circa 30.000 persone, tra visite ambulatoriali e ricoveri. A ciò si aggiungono le mille consultazioni prenatali effettuate ogni anno.
            Sta crescendo anche il reparto di pediatria, dove al Dottor Rivo si è affiancato il Dottor Jean Baptiste, ed insieme svolgono un ottimo lavoro.
            In maternità prosegue il progetto creato a supporto dell’FMA, mirato alla salute madre-bambino. La sensibilizzazione nei villaggi verso le matrone, che assistono le partorienti, sta apportando buoni risultati, e sta aumentando il numero di donne in gravidanza che scelgono di essere seguite in ospedale, che poi vengono  a partorire.
            Oltre al reparto degli adulti, pediatrico e della maternità, è presente un’area riservata ai tubercolotici e alle loro famiglie. Qui i degenti restano per un minimo di due mesi, nei quali vengono assistititi con i farmaci necessari, i controlli ospedalieri e il cibo. Terminate le cure, se il primo controllo risulta negativo, possono tornare alle loro case.
            Le suore della Casa della Carità li assistono concretamente: la mattina distribuiscono le medicine, valutando possibili cambiamenti dello stato di salute, e, a  seconda di quanti malati sono presenti, tre volte a settimana oppure tutti i giorni al pomeriggio, vanno a prendere il latte. Inoltre, una volta al mese c’è la distribuzione del riso, sia per malati in corso sia per quelli convalescenti, oltre che per le loro famiglie.
            Le suore ad Ampasimanjeva  svolgono un importante servizio per le persone più in difficoltà, soprattutto in situazione di denutrizione, cercando di garantire almeno un pasto quotidiano. L’attenzione è rivolta anche ai pazienti ricoverati non sostenuti dalle proprie famiglie.
Continua l’accoglienza dei gemelli abbandonati alla nascita, aspettando che siano adottati dalle famiglie malgascie. Fino ad ora hanno salvato quasi 200 neonati.
Da settembre, inoltre, ospitano un bimbo di 10 mesi, vittima di violenza familiare. 
A supporto delle attività della FMA, continuano a giungere numerosi volontari. Quest’anno sono presenti due volontarie Anna e Cristina che seguono il progetto madre-bambino, aiutano le suore nei servizi quotidiani e svolgono attività ludiche con i bambini del villaggio, tra cui anche i figli dei pazienti.

Ancora grazie a nome di tutti. Cogliamo l’occasione per inviarti anche se da molto lontano i nostri migliori auguri di un Sereno Natale e un Anno di Pace.

L’équipe della

Fondation Medicale d’Ampasimanjeva

giovedì 8 dicembre 2016

Da un mese ad Ampa

Ciao a tutti,
eccomi qui finalmente, in una domenica tranquilla sulla veranda, a scrivere le mie prime impressioni di questo mese.
Solo un mese...ma mi ci vorrebbe un'altro mese per scrivere tutto quello sto vivendo.
Dentro di me pensavo di venire in Madagascar e trovare tempo per fare tutte le cose per cui ultimamente in Italia facevo fatica a trovare il tempo. Niente di più sbagliato...o meglio...si fa fatica a trovare il tempo per fare tutto perché cambiano un po' anche le priorità.
Alla partenza non mi son ben resa conto del tempo che sarei dovuta star via. Mi sembrava di partire per un campeggio o per una vacanza di un mese... che da li a poco sarei comunque tornata a casa. 
In realtà nemmeno adesso mi rendo conto bene del tempo...è passato un mese e mi sembra di essere arrivata ieri, mi sveglio il mattino ed già è sera...qui è tutto diverso! 
Poi dopo cena e compieta (20:30), arriva il sonno e vita kabari :). I ritmi rallentano ma le giornate sono veloci!
Non ho ancora trovato una mia routine giornaliera. 

La mattina cerco di andare in ospedale, ma non sempre è così perché può esserci l'uscita nei villaggi, da lavorare per il progetto, andare in maternità, ecc..
Il pomeriggio invece vado in ufficio a inserire i dati delle donne in gravidanza insieme ad Alba ed a Cristina che è arrivata da una settimana. Quest'anno io e Cristina continueremo il lavoro di Alba. Sono un po' tesa per quando Alba tornerà in Italia... perché ci sono tante cose da fare, un po' per la lingua...ma sono sicura che Cristina sarà di grande grande aiuto.
L'ospedale mi ha davvero colpito, mi aspettavo ovviamente che sarebbe stato diverso...ma quando lo vedi fa tutto un'altro effetto. La lingua mi impedisce di aver un reale dialogo con i pazienti ( qualche volta butto li qualche parolina in malgascio che ho imparato, giusto per far scena :)), ma questo mi ha portato a osservare molto di più...e anche questo penso sia importante... i movimenti, le espressioni, i sorrisi e tutti i gesti da cui traspare la l'ansia, l'attesa, l'accettazione, il sollievo...Non tutte le storie finiscono bene ad Ampasimanjeva e anche questo fa tanto riflettere, ti mette davanti degli interrogativi. E accettare il fatto che non sempre ci siano delle risposte pronte, anche questo bisogna imparare a fare.
Nonostante sia qui da relativamente poco mi è capitato di vedere qualcosa, ma la storia che forse mi ha colpito di più fino ad ora è di un bimbo di 8 ani che è stato ricoverato in Pediatria per qualche settimana.
Il Dottore gli aveva trovato una massa nell'addome che con tutte le probabilità era un tumore maligno. Purtroppo in questi casi ad Ampa non c'è quasi speranza, forse solo in capitale si sarebbe potuto fare qualcosa, ma per quella famiglia sarebbe stato troppo pesante come costi. In quel periodo è venuto un gruppo di medici belgi che hanno operato, aiutando così il Dottor Martins nel suo lavoro e sono venuti a conoscenza del bimbo. Erano un l'unica speranza, dopo aver parlato con i genitori si è deciso di provarci.
Purtroppo, durante l'operazione, ci si è accorti che la malattia era molto più estesa di quello che si pensava, e a quel punto l'unica cosa possibile da fare è stata richiudere tutto.
È stato un momento molto triste, in aggiunta al pensiero che forse in un'altro posto si sarebbe salvato...ma pensare così non aiuta.

Alcuni giorni dopo sono tornata a trovarlo, dopodiché sono tornati nel loro villaggio. Probabilmente questo bimbo e la sua storia saranno dimenticati, ma la fierezza sul loro volto, quella no, non la potrò dimenticare.

Anna Picciati - Ampasimandjeva


I litchis. Da noi li chiamiamo lici (s), son quei frutti delle dimensioni di una ciliegia, dalla buccia legnosa rossa, dalla polpa bianca dolcissima. In questo periodo il Madagascar ne è pieno. Buon appetito con il frutto malgascio natalizio

lunedì 4 luglio 2016

Agnese da Ampasimanjeva

“Piove, ma senti come piove, madonna come piove senti come viene giù uh!”

Già, il grande Jovanotti aveva ragione, bisogna proprio sentire bene come cade la pioggia.

Qui ormai sono  tre settimane che piove, il grande freddo sembra essere arrivato con molto anticipo. Di solito, dicono che questa temperatura  è più da Luglio e Agosto mentre a Maggio e Giugno  il clima dovrebbe essere più mite.

In queste settimane ho visto, giusto un poco, la forza della natura, muri d’acqua che cadono per qualche minuto oppure che durano tutta una notte.
In alcuni momenti, quando inizia a piovere oppure a tirare un forte vento, mi sento tornare bambina, mi incanto a guardare l’acqua che scende, come se qualcuno stesse tirando dei secchi dall’alto, altre volte, quando mi  trovo nel letto alla sera e inizia a tirare un fortissimo vento, ho paura che da un momento all’altro possa cadere il grande albero di lecci che ho davanti alla camera… ma per fortuna alla mattina è sempre lì, in ottima forma!

La cosa che più mi sorprende di Ampasimanjeva è che alla mattina, dopo una nottata di vento fortissimo e acqua,  si può percepire un’ aria bella e pulita e mi viene subito in mente la mia bellissima casa in montagna, ma la cosa più sorprendente è  che non c’è traccia di piante cadute o di foglie in terra.
Ma una cosa c’è il giorno dopo: il fango
Mi viene da pensare che se non si hanno i piedi un po’ sporchi a fine giornata vuol dire che non è stata un giornata piena ed esaustiva.
Bisogna stare molto attenti a dove si cammina e a dove si mettono i piedi, perché un passo sbagliato potrebbe essere l’occasione per cadere davanti a tutti e far ridere così i malgasci ma un po’ meno le tue ginocchia.
Al mattino esco dalla veranda per andare dalle suore a fare colazione e, appena arrivo da loro, mi guardo i pantaloni che prima di uscire erano blu e ora sono blu a pois marroni e capisco che questo fango mi accompagnerà per il resto della giornata .
Al mattino mentre vado dai tubercolotici e poi in ospedale mi sembra  di essere un’equilibrista,  devo stare attenta a dove metto i piedi per non lasciare sul terreno il mio didietro, ma poi mi vedo passare affianco bimbi, adulti e vecchi a piedi scalzi che camminano come nulla fosse, come se sotto ai loro piedi ci fosse del cemento.

Dall’ultima lettera ad oggi, sono successe tante cose e tante persone che sono passate da Ampasimajeva.

Fino alla settimana scorsa   in casa dalle suore eravamo in compagnia di tre bambini sopranominati “pupoli”. 
La prima ad essere arrivata è Gracia, una piccola bimba abbandonata alla nascita dalla madre, perché in questa zona del Madagascar i bimbi gemelli sono “fady”, tabù.  Significa che  nel momento in cui la mamma partorisce ne abbandona uno (di solito il più debole, quello che pesa di meno oppure se sono un maschio e una femmina, viene abbandonata la femmina). Le suore  hanno dato già da diversi anni la loro disponibilità per prendersi carico dei neonati abbandonati e nel frattempo cercare una famiglia che se ne prenda carico e per ora ne hanno salvati 200. 
Gracia, nel momento in cui è arrivata  pesava poco più di due chili  e per poterla darle ad una nuova famiglia doveva raggiungere i due chili e mezzo.

Agnese con uno dei bimbi accolti

Nel giro di pochi giorni è arrivato a fargli compagnia Martin, un altro piccolo “pupolo”. Martin al momento della nascita pesava due chili e duecentocinquanta  ma la sua salute non era buona; quindi, fin quando non si stabilizzerà a  livello di salute, non potrà andare in adozione, ma rimarrà qui per essere controllato dai dottori.
Infine dopo l’arrivo di Martin è arrivata Elisa ed era veramente un miracolo che fosse ancora viva.
Elisa è arrivata dalle suore poco dopo Martin, e aveva già un mese di vita.

Sua mamma non aveva partorito in ospedale ma nel suo villaggio e durante il parto è venuta a mancare, così per un mese la nonna di Elisa si è occupata di lei, ma senza dargli le cure necessarie ad una bambina appena nata. Quando è arrivata dalle suore  non si sapeva da quanti giorni non gli dessero da mangiare, aveva il viso tutto scavato e il suo piccolo corpo era solamente ossa e pelle.
Le suore l’hanno subito accolta e le hanno dato da bere latte e the con tanto zucchero, era veramente impressionante con quanta forza e voracità facesse fuori il biberon.

I medici non davano tante possibilità di vita ad Elisa, ma ogni giorno che passava la piccola “pupola” faceva un piccolo ma grande miglioramento.
Elisa è stata quella che richiedeva più energie perché ad ogni ora doveva assolutamente mangiare, e col passare dei giorni aveva impostato una sua sveglia personale e ogni ora, né un minuto in più né un minuto in meno era pronta per mangiare.

Io e la mia compagna di avventure Alba, abbiamo deciso di aiutare durante il giorno le suore con i “pupoli” e anche la notte. Io ho deciso di occuparmi di Elisa.. e diciamo che di notte la sua sveglia biologica migliorava: invece di ogni ora, si svegliava ogni mezz’ora. Si svegliava, si sbaffava il suo latte e poi era pronta per dormire di nuovo. 
Ora Elisa è tornata a casa, con qualche chilo in più e speriamo che la nonna e anche tutto il resto della famiglia si prenda veramente cura di lei. Sono anche sicura che, se è sopravvissuta a così tanti giorni senza mangiare, vuol dire che ha veramente tantissima forza e ne avrà anche per il domani che l’aspetta!

Un po’ di tempo fa, come tutte le mattine, ero dai tubercolotici insieme ad una suora che era venuta a fare una puntura ad un malato. Finito di dare le medicine siamo andate su in ospedale a vedere e fare due chiacchiere con i malati.
Verso la fine mi ha portato in maternità per vedere due piccoli bimbi gemelli nati da pochissime ore e molto  prematuri .
Appena siamo entrate abbiamo trovato i bimbi appoggiati su un tavolo ricoperti di coperte e in mezzo a loro c’erano delle bottiglie di vetro con acqua bollente per tenerli al caldo il più possibile. Li con loro c’era la nonna che cercava di tenerli in vita. Uno dei due aveva il sondino nel naso per fargli arrivare l’ossigeno… mentre eravamo lì,  ad un certo punto un gemellino non ce l’ha fatta ed è venuto a mancare.
Mi ricordo ancora tutta la scena come fosse successo ieri.
Le infermiere che arrivano, mettendo il bimbo morto su un lettino e cercando nel frattempo di tenere in vita l’altro piccolo neonato. Ma anche lui nel primo pomeriggio ha raggiunto il suo fratellino.
Ci sono tante cose che mi hanno colpito in tutto questo. Prima di tutto vedere così da vicino la morte di due bambini appena nati, e non sapere se provare più dolore o dispiacere?
Non so come chiamare questo sentimento per la nonna, che ci stava mettendo tutte le forze per tenerli in vita e vedere i suoi occhi piedi di lacrime, di dolore, per quei suoi nipoti che sapeva benissimo che non ce l’avrebbero fatta.
La cosa che più mi ha turbato è venire a sapere che la madre aveva già avuto tre gravidanze e tutte e tre erano finite in questo modo, e pensare che ci sono persone che abbandonano i propri figli, perché non vogliono tenere due bambini uguali .
…ho il vuoto totale in testa e l’unica domanda che mi viene da farmi è “perché?”, ma non riesco a darmi ancora una risposta. E forse non troverò mai una risposta, ma dovrò solamente farci l’abitudine e sapere accettare.

Una cosa che non manca ad Ampasimanjva sono i bambini.
Sbucano da tutte le parti, e appena ce ne si libera di uno… ne arrivano altri.
Il lunedì, il mercoledì e il venerdì, come ho già scritto nella precedente lettera,  tengo aperta la “pupponiera”, una piccola ludoteca per i bambini dell’ospedale.
Questi mesi passati con i bambini sono stati veramente belli e soddisfacenti.
Faccio fatica a dirvi cosa provo e cosa mi trasmettono perché sono veramente tante le cose…

Prima di tutto, il tempo con loro vola, è inutile dirlo, ma da quando apro la porta della stanza al mattino, mi ritrovo, in pochissimo tempo a richiuderla e a salutare dicendo che ci rivedremo la volta prossima.
Se penso a tutti i bimbi che si sono fermati, anche solo a fare un disegno, sono stati tanti e molti mi sembrano andati via ieri, ma in realtà sono andati via già da uno o due mesi. Mi sono divertita a dare ai bambini dei soprannomi che sono rimasti tra me e me, ad  esempio Scenzia “quella che non tace mai”, Faniry  “ il gentiluomo”, Laria “la furba” , Nadine “la princesse” e così tanti altri, e poi c’è lei Cristanie, una bimba di quattro anni. 
Mi dispiace dirlo, ma è la mia preferita. E’ stato più forte di me e non potete capire quanta fatica faccia a sgridarla quando fa qualcosa che non va fatto, ma credetemi lo fa in un modo talmente buffo e disinvolto che la vorrei solamente riempire di baci.
Mi ricordo ancora quando eravamo a messa e il Don chiese chi facesse la comunione e lei alzando  la mano urlò “IO” e non la voleva tirare giù! E la grinta che ci metteva a cantare i canti durante la messa e infine, quando arrivava il momento della comunione, lei guardandomi e spingendomi mi diceva “dai!! devi andare” .

Come ho già detto prima, molti di loro sono venuti a fare disegni e colorare solamente per una o due volte, mentre i figli dei tubercolotici sono rimasti qui più di un mese. Con loro è stato bello ed è bello tuttora, perché, grazie al tempo che sono rimasti qua, sono riuscita a creare delle piccole relazioni.
Sanno che tutte le mattine vado dai loro genitori a dargli le medicine e quindi mi aspettano lungo le scale e appena mi vedono arrivare è un continuo chiamare “Agnesa!” e poi a turno, ciascuno mi chiede se può aprire la stanza e, dopo averla aperta, tutto il resto della truppa mi aiuta ad aprire le finestre e poi a fare l’operazione inversa una volta finito di dare i medicinali ai loro genitori.
Quando arrivano le cinque, dopo un pomeriggio passato in pupponiera, mi ritrovo a salutare i bambini ad augurar loro una buona serata e fra di loro c’è sempre chi cerca di chiedere se possono venire il giorno dopo anche se sanno che non è il giorno della pupponiera .

Sono contenta di questa stanza per i bambini, perché molte volte mi hanno dimostrato che ci tengono veramente.
Si impegnano ad arrivare puntuali (a volte fin troppo!), a tenere i colori, libri e tutto il materiale con cura. Verso le cinque sono loro stessi che iniziano a pulire e a riordinare la stanza.
Qualcuno di loro mi ha chiesto di insegnarli i numeri e le lettere dell’alfabeto, ho cercato una o due volte di insegnar loro qualcosa: non so cosa abbiano capito e imparato ma è stato bello imparare a fare qualcosa insieme.
In tutto questo c’è il rovescio della medaglia, ovvero quando i genitori dei bimbi sono guariti dalla tubercolosi e quindi possono tornare a casa.
Sono felice per i bimbi e per i genitori stessi che stanno bene e possono tornare a casa dalla loro famiglia nel loro villaggio, ma al tempo stesso so che mi mancheranno, come la piccola Cristanie che domani tornerà a casa.
Una volta al mese devono ritornare qui ad Ampasimanjeva per il controllo e per prendere del riso in base a da quante persone è composta la loro famiglia. 
Ogni mese non vedo l’ora che arrivi il 19 perché è il momento dei controlli e quindi ritornano anche tutti i bimbi anche se è solo per un giorno.

Ormai sono otto mesi che sono qui in Madagascar e a volte ho la sensazione di essere arrivata ieri mentre altre volte mi sembra di essere qui da una vita.
Voglio cercare di godermi questi ultimi mesi che mi rimangono, stando il più possibile con le persone, godendomi questa missione.
L’altro giorno la prima lettura diceva:
 “…La fine di tutte le cose ormai è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto conversate tra di voi una grande carità perché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. Ciascuno viva seconda la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri” ( dalla prima lettera di S.Pietro Apostolo)
Questa lettura è arrivata proprio nel momento in cui sto realizzando che manca poco al mio ritorno in Italia,  dicendomi di mettermi al servizio degli altri il più possibile e di essere sobria e caritatevole il più possibile.

Anche se sono qui da vari mesi faccio ancora fatica a superare e a capire molte cose.
Faccio ancora fatica ad andare in città per fare due passi, vedere facce, persone e posti nuovi  senza sentire ad ogni passo dire: “ Vasa” (bianco), oppure comprare qualcosa senza che gli occhi di bambini e adulti mi siano addosso per vedere esattamente cosa compro.
Ogni tanto, quando sono presa dall’esasperazione vorrei prendere della vernice marrone e colorarmi tutta, così da poter andare in giro come una di loro e fare tutto quello che devo fare senza sentire commenti e senza essere trattata in modo diverso.

 Spero tanto di sapermi gustare questi ultimi mesi che rimangono, di saper cogliere tutti i segni e le persone che incontrerò in questo ultimo periodo.

Vi saluto e vi abbraccio tutti! Ci vediamo presto un bacione!!  Agnessss





martedì 7 giugno 2016

Madagascar: il viaggio di don Romano

Don Romano Zanni, direttore del Centro Missionario Diocesano, è appena rientrato dal Madagascar e ci racconta della sua visita alle missioni diocesane ed ai volontari.

Carissimi tutti, prima di reimmergermi nella vita quotidiana italiana vi racconto alcune cose viste e vissute senza ovviamente la pretesa di essere esaustivo. Vado per capitoletti che mi aiutano a tenere il filo.
   
   Ai Fratelli della Carità ho dedicato tempo ed energie, come era giusto. Sapendo che la perfezione la raggiungeremo solo in cielo, posso affermare che i Fratelli della Carità stanno andando abbastanza bene, che le comunità camminano con una maggiore assunzione di responsabilità e di condivisione. Come pure mi è parso di cogliere in loro il desiderio di camminare nella volontà di Dio e la ricerca di una santità quotidiana: fatta di preghiera, di lavoro, di fatiche e prove, che nessuno si nasconde, ma riconoscendo anche tante grazie, soprattutto nel rapporto con gli Ospiti delle singole Case.  Il numero dei ragazzi in formazione è incoraggiante: tra novizi, postulanti, prepostulanti, ragazzi in stage, studenti in propedeutica e teologia sono una ventina di ragazzi. Forse non tutti arriveranno alla Consacrazione... ma è comunque un bel numero! E tuttavia non stanno perdendo tempo perchè quanto apprendono e vivono servirà comunque per la loro vita.  E’ stato bello condividere con loro e godere della loro vivacità, esuberanza e gioia di vivere.

   Sono passato da quasi tutte le Case della Carità e l’incontro con la Sorelle, anche se breve, è stato un momento bello e positivo, soprattutto quando si è potuto celebrare insieme l’Eucaristia, commentando la Parola e pregando insieme per tutta la Famiglia. Abbiamo condiviso le gioie e i dolori, vicini e lantani, come la morte del Vescovo Lucjani di Sapa e di Ernesto il fratello di sr. Laurence.  Eventi in cui abbiamo sperimentato l’abbraccio grande dell’amore di Dio attaverso la l’appartenenza alla nostra Famiglia che in vario modo si è fatta presente.


   Ho speso un tempo adeguato con i nostri missionari: sacerdoti, volontari e laici che lavorano in pastorale, nei progetti di RTM e negli impegni loro affidati dal CMD. Posso dire che sono tutti sereni, con qualche preoccupazione e fatica... ma sostanzialmente tutti contenti di essere qui e prestare il loro servizio a questi fratelli, un tempo sconosciuti, ma che divengono ogni giorno più cari.

Don Giovanni Ruozi sta costruendo la nuova chiesa ed è ovviamente abbastanza preso; stupito lui stesso che la cosa gli stia piacendo. Purtroppo ormai da tre anni manca in Diocesi il Vescovo e questo non favorisce certo le cose. Inoltre l’economo diocesano, un prete “Fidei Donum” dell’Est, è andato in vacanza e il Vescovo Alfredo, attuale Amministratore diocesano, ha chiesto a don Giovanni di assumere l’interim, che rischia di diventare più lungo del previsto. Don Giovanni è comunque molto sereno e gioioso, con il suo solito stile scanzonato e un pò zingaresco che gli dona.


Don Giovanni Davoli continua il suo lavoro di responsabile di RTM in Madagascar, assistente spirituale dei volontari, vice cappellano del carcere e aiuto per la Caritas diocesana di Ambositra. Vive ad Ambositra e guida la piccola comunità dei volontari che operano in quella città. Ci ha accompagnato con la sua auto nel viaggio al sud, sempre molto disponibile e servizievole.
Diana e Chiara continuano il lavoro difficile, affidato loro dal Vescovo di Farafangana, di fare sorgere nella città di Manakara una Caritas con le caratteristiche proprie di “Caritas”, cioè più animativa e con prevalente funzione formativa e pedagogica. Ma anche qui, come in Italia, è più facile dare la borsina del cibo che avviare processi di riscatto e di liberazione. Tuttavia vanno avanti con fiducia. 

Chiara inoltre dà una mano a don Giovanni Ruozi nella gestione di una fabbricchetta di marmellate della Diocesi che dà lavoro ad un indotto di circa 40 famiglie, e nella gestione di una piccola libreria in centro a Manakara.

   Abbiamo visitato l’Ospedale Psichiatrico di Ambokala, che continua la sua attività ed è in ansiosa attesa di Enrica, attualmente in Italia per problemi familiari. Tutti pregano per la sua mamma, ovviamente, ma anche per il ritorno di Enrica, di cui sentono la mancanza.

   I volontari di RTM, sia a Tana (come coordinamento), che ad Ambositra e a Manakara, sono parecchio impegnati nei progetti per i malati mentali, delle scuole inclusive per i bimbi disabili, per la sicurezza alimentare. Sono progetti che stanno portando beneficio a questi poveretti e alle loro famglie, che spesso non sanno dove girarsi, specie quando hanno familiari in gravi difficolta psicofisiche.
Il Coordinamento di Antananarivo fa da supporto a tutto questo tenendo le fila dei vari progetti, i contatti Istituzionali con l’Italia, con i vari Ministeri e gli Uffici competenti.
   
   L’Ospedale di Ampasimanjeva va avanti nonostante le crescenti difficoltà economiche della gente, che fa sempre più fatica a contribuire alle spese mediche, e le fatiche gestionali del personale, che necessiterebbe di riqualificazione e di assunzione di nuove figure. 

Giorgio Predieri, il Direttore, è sempre bravo, impareggiabile, forse un pò stanco anche perchè gli anni passano! Un incontro provvidenziale con Giorgio e P. Cristopher (il parroco) ha individuato una proposta da sottoporre all’Arcivescovo di Fianarantsoa, proprietaria dell’Ospedale, che speriamo possa avere conseguenze positive per iniziare il passaggio dell’amministrazione dell’Ospedale alla Diocesi di Fianarantsoa, come auspicato dal Vescovo Massimo Camisasca nella sua visita pastorale a questa missione. Non dobbiamo dimenticare il grande contributo alla salute di questa popolazione, circa 80.000 persone, che la Fondation Medicale di Ampasimanjeva offre, considerando che l’Ospedale più vicino è a più di 100 km. di distanza; se venisse a mancare sarebbe un gravissimo danno alla sanità e allo sviluppo di questa regione. Le Carmelitane Minori della Carità, che vi fanno servizio, offrono anche la loro generosa maternità ai bimbi “gemelli”, che vengono abbandonati per un “fady” culturale di questa popolazione. Attualmente ne hanno tre e nei molti anni di servizio che le Sorelle hanno prestato all’Ospedale, possono contare ormai quasi 200 bimbi salvati.

   Anche quest’ultimo viaggio mi fa percepire quanto sia vero lo slogan: “la Chiesa o è missionaria o non è”, concetto espresso in altre parole da Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium e che deve rimanere per noi tutti un programma di pastorale e di vita. 
Si è ricordato parecchie volte che l’anno prossimo si celebrerà il 50° dell’invio da parte di mons. Baroni della prima équipe, capitanata da don Mario Prandi, in questa terra. Stupisce il fatto che siano proprio i malgasci a tenerci in modo particolare a questo giubileo, a cui si stanno preparando da tempo raccogliendo le storie degli inizi, testimonianze varie, riconoscendo che la loro fede, la loro esperienza di vita consacrata, è stata generata da questo evento indubbiamente straordinario: “una Chiesa in stato di Missione” che si prende a cuore l’evangelizzazione riconoscendo il dono immenso della fede che ha ricevuto e che deve condividere perchè possa vivere. Questa condivisione ci ha oltremodo arricchiti! Diventeremmo più poveri se ci lasciassimo vincere dalla tentazione di rinchiuderci nella nostra “ povertà”. Ci lasceremmo rubare la gioia del Vangelo!

   Nella festa della visitazione di Maria a S. Elisabetta veneriamo la prima missionaria che porta Gesù che ha concepito, che “corre in fretta” verso i monti di Giuda e porta la gioia: ad Elisabetta, a Giovanni il Battista, alla casa di Zaccaria al loro villaggio. É l’urgenza e la gioia della missione che ci deve spingere in Madagascar come in Italia ad annunciare il Signore che compie le opere grandi della salvezza!  É la missione che ci fa cantare con Maria le opere grandi che Dio compie nell vita di ciascuno di noi.


     Don Romano Zanni
                                                  Vicario episcopale per la Carità e le Missioni

giovedì 28 aprile 2016

Madagascar: Alba ci scrive

Lontano, grande, misterioso, sconosciuto, caldo, rosso, verde…
Missione, viaggio, progetto, impegno, silenzio, servizio, coraggio, forza, responsabilità, nuovo punto di vista, incontri, scontri, diversità, fatica, quesiti…
Grandi e infiniti…
Quanto questa terra, lontana, diversa, immensa e accogliente.
Al mio arrivo in Madagascar non ho potuto far a meno di notare l’accoglienza sia dei malgasci, dei volontari, sconosciuti che ti accolgono da Tanà a Manakara passando per Ambositra, con un biglietto di “Tonga Soa” una torta, un pensiero…un abbraccio, un sorriso.

L’arrivo ti fa sentire sballottato, come le tue valigie sul nastro trasportatore; il caldo, soffocante al quale non siamo abituati, ti fa sentire come quando ti manca forte qualcuno che ami che hai lasciato a diecimila chilometri…
La fede, l’entusiasmo, la curiosità, l’amicizia e l’amore, sono forze che ti fanno affrontare e superare ogni cosa.
La fede viene messa alla prova continuamente, ma quella che il Signore ha nell’uomo no, anzi, quella qui la senti più forte…e se Lui non ha mai smesso di fidarsi di noi, forse affidarsi a lui, per quanto grande sia il “mistero della fede”…

Ho trascorso un rapido mese ad Ambositra, le prime tappe al mio arrivo sono stati la messa in carcere e la casa di carità.
Ecco una cosa per me toccante e impressionante è il potere delle case di carità. Il trovare una foto di don Mario e Suor Maria dall’altra parte del mondo e la devozione che il suo sogno è riuscito a raggiungere, mi conforta e dà speranza.
Le case sono davvero un miracolo, un progetto del Signore divenuto realtà.
Un bisogno che l’uomo non sapeva di avere.
Lì in casa ad Ambositra è dove mi sono sentita più a casa…

Non credevo inizialmente d’incontrare tanta difficoltà nell’esprimermi in malgascio o nella mancanza di riuscire a mettersi in relazione più profonda attraverso le parole…
Ma la casa di carità, ti fa andare oltre le parole, grazie ai canti, alla preghiera, ai sorrisi agli sguardi ai gesti…E questo in tutto il mondo và oltre la diversità, con la quale ho potuto scontrarmi fin da subito per strada…
La gente, la massa di gente al mercato, sul posy, in bici, a piedi… scalzi… dai piedi puoi capire molte cose delle persone: da dove vengono, quanto hanno camminato, quanto cammineranno ancora, dove lavorano…
Per non parlare della bellezza dei colori e della luce…
Una cosa che chi era in Italia mi ha fatto subito notare quando gli inviavo una foto, era la luce, l’infinità del cielo e quanto fosse luminoso e splendente qui…
Camminando per strada, ti senti così osservato, ogni passo è un “Vazah” di qua, un Salama di là…
Tsara…
Non mi sono mai sentita così tanto osservata in vita mia…
Spesso mi chiedo cosa pensano di noi, sul perché siamo qui, sul colore della nostra pelle, su come siamo vestiti, sui nostri bisogni, a volte buffi, a volte superflui, sul nostro modo di camminare, sul nostro modo di parlare…
Mi sembrava sempre che i malgasci parlassero talmente a bassa voce che non potevo sentirli…
Finchè non becchi una mamma arrabbiata che urla bene…e ti ricredi subito…
Ho un bellissimo ricordo dei bambini di Fanomezantsoa, incontri brevi ma intensi, momenti di scambio e di gioco in questa realtà, importante, un centro di accoglienza per figli di carcerati.

Non faccio in tempo ad imparare il saluto di Ambositra a godere del suo clima fresco alla sera, a conoscere le persone incontrate nel soggiorno lì…
Che mi ritrovo ad Ampasimanjeva!
Ah, Ampasimanjeva, un altro mondo! Un altro ancora!

Quando imbocchi la strada per Ampasimanjeva, la natura ti avvolge, la strada non asfaltata, fangosa, e difficile da percorrere…l’aria umida…
Ampa avvolta nella sua verde maestosità, piccola, con il Faraony che scorre al tuo fianco…
Quasi come se dovessi chiederle il permesso…
Un posto magico come descrive anche la mia compagnia di viaggio Agnese!


La F.M.A. è situata in alto, alla fine della strada principale.
Un ospedale a tutti gli effetti, qui passerò i prossimi nove mesi….
Ovviamente ha qualcosa di più di un semplice ospedale… Perché è “Casa”.
Anche qui il passaggio di don Mario, è forte e impresso.
La F.M.A. è casa perché è famiglia.
Non posso nascondere che l’impatto è stato davvero forte.
E come in tutte le famiglie, a volte incontri ostacoli, incomprensioni, a volte non ci si ascolta abbastanza, o si dà per scontato… genitori e fratelli non ci è dato sceglierli eppure sono coloro che più ti ameranno così come sei, che saranno sempre al tuo fianco…
Fai presto ad affezionarti ad Ampa, però devi essere come il fango, morbido e malleabile, come quando c’è la “rano bè” e scorre forte l’acqua nella stessa direzione.
Ma non so ancora dirvi il perché.
Forse ripartendo da è famiglia: tutti vivono qui.
Il personale dell’ospedale, i guardiani e le varie figure che ruotano attorno a quest’immensa “macchina”, (un po’ come il corpo umano)
Per alcuni anche le loro famiglie, altri invece ce l’hanno lontana ma lavorando qui, si vive qui.
E le famiglie degli ammalati, dei ricoverati, i tubercolotici che sostano qui per due mesi per la terapia.
A tavola, noi volontarie, suore, (perno fondamentale di quiggiù) il direttore, i medici…
Inevitabilmente inserendoti nella sua quotidianità cominci a conoscere le persone…
I giorni diventano settimane e la routine di un “Akory aby” diventa pane quotidiano, del quale non puoi fare a meno…
Ampa ti smentisce e ti mette alla prova continuamente, da quando ti metti a letto a quando ti alzi…
A partire dal clima, ai suoni…
Qui come dicevo la natura prevale regina al contrario della città… se te la immaginavi silenziosa beh, i bambini, da quelli che giocano a quelli che piangono, e urlano, le anatre, i galli, le galline, le oche, gli insetti che non sto a elencare perché non finiremmo più…(Menomale che Agnese ogni tanto fa selezione naturale!)

Il lavoro: dal garage, alla falegnameria, alla produzione di caffè, alla Modestine che conta assieme a Norbert, alla Masera che fa scoperte in laboratorio, all’Agnese che tra una parola in malgascio e una in italiano, scherza con Tatà e Filippo in farmacia…
Ai bambini al pomeriggio che giocano con Agnese in puppunière, per poi andare un po’ più in là dalle madri, alle donne in dolce attesa al reparto adulti…
Tutto ha un suo ritmo, ogni cosa ha un suo posto e un suo momento, tutti sanno ciò che devono fare e tutto ha un orario ben preciso…
Inizia presto la giornata ad Ampa, e inevitabilmente finisce presto, e quando ti ritrovi ad avere sonno e a letto alle otto e mezza capisci di essere un minimo entrato nel giro… e vi assicuro che venire da un mondo dove le otto e mezza erano il pieno dell’ingresso al cinema…fa effetto…

 Ci sono tantissimi episodi che in questi due mesi circa e mezzo, mi hanno colpito, mi rimarranno per sempre impressi e mi hanno messo alla prova: da un bimbo piccolissimo che piange urlando perché un “Vazah” è diverso e lo spaventa da matti, ad uno invece che ti da fiducia e ti sorride, e gioca con te, ad una mamma dai tubercolotici che quasi si emoziona perché il bimbo di due anni ormai prende da solo il termometro e si prova la temperatura, al tragitto per andare a trovare un ammalata che era ricoverata in ospedale, abita al di là del fiume, quindi un pezzetto di lakana, un altro pezzetto a piedi, in quei giorni aveva piovuto molto, il cammino era davvero fangoso, da fare scalzi, e rendersi conto di non sapere cosa sia l’equilibrio, o quanto importante fosse l’utilizzo delle dita dei piedi… o della mano della masera.
Dal chiedersi continuamente come fanno loro, come ha fatto quella ammalata a raggiungere l’ospedale, in queste condizioni…? Alla fine scivolare totalmente e vedere le donne del villaggio che corrono verso di te per lavarti…dicendogli che non ce n’era bisogno, ma loro continuavano…a usare la loro acqua per lavare me sporca di fango.
Al poter scorgere nelle case costruite tradizionalmente, una donna che cuce, con una macchina da cucire vecchissima, ad un'altra che intreccia la rafia, una che cucina, pentola e carbone…
All’organizzare la formazione con i medici, che fanno un lavoro immenso, e si sforzano per parlarti in italiano e quando tu non crederai di potercela fare, loro con quel basso tono di voce ti diranno che funzionerà…all’incontrare tutte le figure di un villaggio, dal re, al sindaco agli agenti comunitari (per i meno esperti c’è zio Google, anch’io non ne conoscevo l’esistenza-“Déclaration de Ouagadougou”) alle matrone di villaggio (ostetriche tradizionali) alla voglia di mettersi in gioco ancora…
Allo scontrarsi con la realtà, con la diversità…
Al sentirsi completamente inutile, che loro aiutano te, ad inserirti, ad accoglierti a parlare la tua lingua, e a volte anche alcuni che ti fanno sentire tanto diverso, forse anche non voluto per ciò che rappresenta il nostro passato...la storia, forse.
Allo scorrere del tempo, percezione che ho avuto sin dall’arrivo, come quando esci dalla centrifuga della lavatrice ti siedi, ti guardi e ti dici: “e adesso...?”
…Niente, buona missione, soava dia!

Alba
Ampasimanjeva