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martedì 4 aprile 2017

Cara Anna...


Cara Anna, anzi Annina come ti chiamava Giorgio; questa volta ce l’hai combinata davvero grossa sai? Da togliere il fiato a tutti quanti. 

Siamo sicure che un foglio non basterà mai per descrivere e raccontare la fantastica donna, amica, missionaria, confidente e zia ( non possiamo dire nonna, perché ti faceva sentire vecchia) che sei stata per tutti noi. 
Dopo una vita di lavoro in ospedale a Guastalla e dopo aver girato buona parte del mondo, hai deciso che la tua casa diventasse  il Madagascar, l’ospedale di Ampasimanjeva. 


Tra te e l’ospedale è scoppiato subito l’amore e lo dimostravi ogni giorno con la continua attenzione per i malati, i poveri ma anche per i volontari , le suore e il popolo malgascio. Nulla lasciavi al caso, ma dovevi assolutamente dare il massimo che potevi per guarire i tuoi malati, come dicevi spesso te “ i MIEI” malati. 

Chi arrivava ad Ampasimanjeva doveva conoscerti, doveva passare da camera tua detta “piazza Navona”, doveva bere un caffè o una birra seduto sul tuo banco davanti a camera tua. Era una sorta di “benvenuto ad Ampasimanjeva, adesso rimboccati le maniche e inizia a lavorare” 


Ti vogliamo ringraziare Dokotera, ti abbiamo conosciuta un anno ad Ampa e sei stata una presenza importante per noi, non sei mai stata un tipo facile, sempre “sprucida” come ti diceva il tuo Giorgio, ma con un cuore grande e infinito.

Grazie, per averci sempre accolto: nella gioia, nel pianto, nelle difficoltà quotidiane, nelle chiacchiere, per essere stata una fonte d’ispirazione per molti, per ricordarci perché eravamo lì. Grazie alle storie del passato da Don Mario, a Don Romano.
Tenendo sempre forte e presente il perché eravamo in missione: i poveri prima di tutto come diceva Don Mario. 

I poveri e i malati che ti hanno fatto fare fatica e l’abbiamo  sperimentato ogni giorno affianco a te, ma tu non ti scoraggiavi mai, passati notti e notti a leggere manuali per trovare nuove terapie e grazie hai  i tuoi sforzi sei riuscita a salvare tantissime vite. I malgasci ti chiameranno sempre “dokotera fo” (dokotera del cuore)   


Grazie per l’allegria, la tua parlantina, le tue mille lamentele per le luce, prolunghe, l’ecografi che solo tu riuscivi a fare arrivare, grazie perché quando a pranzo e a cena eri li con noi, non c’era mai un momento di silenzio, ma bisognava stare sempre attenti a ciò che dicevi perché appena finivi di parlare ci interrogavi per vedere se eravamo state attente. 


Ringraziamo il Signore per questo incontro di vita, il tuo viaggio terreno finisce qui, ma sappiamo che ogni volta che ci volteremo sarai sempre lì con noi per spronarci a dare sempre il massimo in ogni situazione della vita.  

Chissà quante chicchere ti farai con don Mario e il tuo carissimo Giorno, ora non ti sfuggirà più nulla 
Tsara Mandroso, Tsara Miverina Dokotera!

Le tue A.A. di Ampa 
Agnese e Alba…. E come dicevi te…. AuGuri aby a tutti!!! 

p.s. ti aspettiamo alla prossima pizza navona, ti vogliamo bene doko! 

lunedì 4 luglio 2016

Agnese da Ampasimanjeva

“Piove, ma senti come piove, madonna come piove senti come viene giù uh!”

Già, il grande Jovanotti aveva ragione, bisogna proprio sentire bene come cade la pioggia.

Qui ormai sono  tre settimane che piove, il grande freddo sembra essere arrivato con molto anticipo. Di solito, dicono che questa temperatura  è più da Luglio e Agosto mentre a Maggio e Giugno  il clima dovrebbe essere più mite.

In queste settimane ho visto, giusto un poco, la forza della natura, muri d’acqua che cadono per qualche minuto oppure che durano tutta una notte.
In alcuni momenti, quando inizia a piovere oppure a tirare un forte vento, mi sento tornare bambina, mi incanto a guardare l’acqua che scende, come se qualcuno stesse tirando dei secchi dall’alto, altre volte, quando mi  trovo nel letto alla sera e inizia a tirare un fortissimo vento, ho paura che da un momento all’altro possa cadere il grande albero di lecci che ho davanti alla camera… ma per fortuna alla mattina è sempre lì, in ottima forma!

La cosa che più mi sorprende di Ampasimanjeva è che alla mattina, dopo una nottata di vento fortissimo e acqua,  si può percepire un’ aria bella e pulita e mi viene subito in mente la mia bellissima casa in montagna, ma la cosa più sorprendente è  che non c’è traccia di piante cadute o di foglie in terra.
Ma una cosa c’è il giorno dopo: il fango
Mi viene da pensare che se non si hanno i piedi un po’ sporchi a fine giornata vuol dire che non è stata un giornata piena ed esaustiva.
Bisogna stare molto attenti a dove si cammina e a dove si mettono i piedi, perché un passo sbagliato potrebbe essere l’occasione per cadere davanti a tutti e far ridere così i malgasci ma un po’ meno le tue ginocchia.
Al mattino esco dalla veranda per andare dalle suore a fare colazione e, appena arrivo da loro, mi guardo i pantaloni che prima di uscire erano blu e ora sono blu a pois marroni e capisco che questo fango mi accompagnerà per il resto della giornata .
Al mattino mentre vado dai tubercolotici e poi in ospedale mi sembra  di essere un’equilibrista,  devo stare attenta a dove metto i piedi per non lasciare sul terreno il mio didietro, ma poi mi vedo passare affianco bimbi, adulti e vecchi a piedi scalzi che camminano come nulla fosse, come se sotto ai loro piedi ci fosse del cemento.

Dall’ultima lettera ad oggi, sono successe tante cose e tante persone che sono passate da Ampasimajeva.

Fino alla settimana scorsa   in casa dalle suore eravamo in compagnia di tre bambini sopranominati “pupoli”. 
La prima ad essere arrivata è Gracia, una piccola bimba abbandonata alla nascita dalla madre, perché in questa zona del Madagascar i bimbi gemelli sono “fady”, tabù.  Significa che  nel momento in cui la mamma partorisce ne abbandona uno (di solito il più debole, quello che pesa di meno oppure se sono un maschio e una femmina, viene abbandonata la femmina). Le suore  hanno dato già da diversi anni la loro disponibilità per prendersi carico dei neonati abbandonati e nel frattempo cercare una famiglia che se ne prenda carico e per ora ne hanno salvati 200. 
Gracia, nel momento in cui è arrivata  pesava poco più di due chili  e per poterla darle ad una nuova famiglia doveva raggiungere i due chili e mezzo.

Agnese con uno dei bimbi accolti

Nel giro di pochi giorni è arrivato a fargli compagnia Martin, un altro piccolo “pupolo”. Martin al momento della nascita pesava due chili e duecentocinquanta  ma la sua salute non era buona; quindi, fin quando non si stabilizzerà a  livello di salute, non potrà andare in adozione, ma rimarrà qui per essere controllato dai dottori.
Infine dopo l’arrivo di Martin è arrivata Elisa ed era veramente un miracolo che fosse ancora viva.
Elisa è arrivata dalle suore poco dopo Martin, e aveva già un mese di vita.

Sua mamma non aveva partorito in ospedale ma nel suo villaggio e durante il parto è venuta a mancare, così per un mese la nonna di Elisa si è occupata di lei, ma senza dargli le cure necessarie ad una bambina appena nata. Quando è arrivata dalle suore  non si sapeva da quanti giorni non gli dessero da mangiare, aveva il viso tutto scavato e il suo piccolo corpo era solamente ossa e pelle.
Le suore l’hanno subito accolta e le hanno dato da bere latte e the con tanto zucchero, era veramente impressionante con quanta forza e voracità facesse fuori il biberon.

I medici non davano tante possibilità di vita ad Elisa, ma ogni giorno che passava la piccola “pupola” faceva un piccolo ma grande miglioramento.
Elisa è stata quella che richiedeva più energie perché ad ogni ora doveva assolutamente mangiare, e col passare dei giorni aveva impostato una sua sveglia personale e ogni ora, né un minuto in più né un minuto in meno era pronta per mangiare.

Io e la mia compagna di avventure Alba, abbiamo deciso di aiutare durante il giorno le suore con i “pupoli” e anche la notte. Io ho deciso di occuparmi di Elisa.. e diciamo che di notte la sua sveglia biologica migliorava: invece di ogni ora, si svegliava ogni mezz’ora. Si svegliava, si sbaffava il suo latte e poi era pronta per dormire di nuovo. 
Ora Elisa è tornata a casa, con qualche chilo in più e speriamo che la nonna e anche tutto il resto della famiglia si prenda veramente cura di lei. Sono anche sicura che, se è sopravvissuta a così tanti giorni senza mangiare, vuol dire che ha veramente tantissima forza e ne avrà anche per il domani che l’aspetta!

Un po’ di tempo fa, come tutte le mattine, ero dai tubercolotici insieme ad una suora che era venuta a fare una puntura ad un malato. Finito di dare le medicine siamo andate su in ospedale a vedere e fare due chiacchiere con i malati.
Verso la fine mi ha portato in maternità per vedere due piccoli bimbi gemelli nati da pochissime ore e molto  prematuri .
Appena siamo entrate abbiamo trovato i bimbi appoggiati su un tavolo ricoperti di coperte e in mezzo a loro c’erano delle bottiglie di vetro con acqua bollente per tenerli al caldo il più possibile. Li con loro c’era la nonna che cercava di tenerli in vita. Uno dei due aveva il sondino nel naso per fargli arrivare l’ossigeno… mentre eravamo lì,  ad un certo punto un gemellino non ce l’ha fatta ed è venuto a mancare.
Mi ricordo ancora tutta la scena come fosse successo ieri.
Le infermiere che arrivano, mettendo il bimbo morto su un lettino e cercando nel frattempo di tenere in vita l’altro piccolo neonato. Ma anche lui nel primo pomeriggio ha raggiunto il suo fratellino.
Ci sono tante cose che mi hanno colpito in tutto questo. Prima di tutto vedere così da vicino la morte di due bambini appena nati, e non sapere se provare più dolore o dispiacere?
Non so come chiamare questo sentimento per la nonna, che ci stava mettendo tutte le forze per tenerli in vita e vedere i suoi occhi piedi di lacrime, di dolore, per quei suoi nipoti che sapeva benissimo che non ce l’avrebbero fatta.
La cosa che più mi ha turbato è venire a sapere che la madre aveva già avuto tre gravidanze e tutte e tre erano finite in questo modo, e pensare che ci sono persone che abbandonano i propri figli, perché non vogliono tenere due bambini uguali .
…ho il vuoto totale in testa e l’unica domanda che mi viene da farmi è “perché?”, ma non riesco a darmi ancora una risposta. E forse non troverò mai una risposta, ma dovrò solamente farci l’abitudine e sapere accettare.

Una cosa che non manca ad Ampasimanjva sono i bambini.
Sbucano da tutte le parti, e appena ce ne si libera di uno… ne arrivano altri.
Il lunedì, il mercoledì e il venerdì, come ho già scritto nella precedente lettera,  tengo aperta la “pupponiera”, una piccola ludoteca per i bambini dell’ospedale.
Questi mesi passati con i bambini sono stati veramente belli e soddisfacenti.
Faccio fatica a dirvi cosa provo e cosa mi trasmettono perché sono veramente tante le cose…

Prima di tutto, il tempo con loro vola, è inutile dirlo, ma da quando apro la porta della stanza al mattino, mi ritrovo, in pochissimo tempo a richiuderla e a salutare dicendo che ci rivedremo la volta prossima.
Se penso a tutti i bimbi che si sono fermati, anche solo a fare un disegno, sono stati tanti e molti mi sembrano andati via ieri, ma in realtà sono andati via già da uno o due mesi. Mi sono divertita a dare ai bambini dei soprannomi che sono rimasti tra me e me, ad  esempio Scenzia “quella che non tace mai”, Faniry  “ il gentiluomo”, Laria “la furba” , Nadine “la princesse” e così tanti altri, e poi c’è lei Cristanie, una bimba di quattro anni. 
Mi dispiace dirlo, ma è la mia preferita. E’ stato più forte di me e non potete capire quanta fatica faccia a sgridarla quando fa qualcosa che non va fatto, ma credetemi lo fa in un modo talmente buffo e disinvolto che la vorrei solamente riempire di baci.
Mi ricordo ancora quando eravamo a messa e il Don chiese chi facesse la comunione e lei alzando  la mano urlò “IO” e non la voleva tirare giù! E la grinta che ci metteva a cantare i canti durante la messa e infine, quando arrivava il momento della comunione, lei guardandomi e spingendomi mi diceva “dai!! devi andare” .

Come ho già detto prima, molti di loro sono venuti a fare disegni e colorare solamente per una o due volte, mentre i figli dei tubercolotici sono rimasti qui più di un mese. Con loro è stato bello ed è bello tuttora, perché, grazie al tempo che sono rimasti qua, sono riuscita a creare delle piccole relazioni.
Sanno che tutte le mattine vado dai loro genitori a dargli le medicine e quindi mi aspettano lungo le scale e appena mi vedono arrivare è un continuo chiamare “Agnesa!” e poi a turno, ciascuno mi chiede se può aprire la stanza e, dopo averla aperta, tutto il resto della truppa mi aiuta ad aprire le finestre e poi a fare l’operazione inversa una volta finito di dare i medicinali ai loro genitori.
Quando arrivano le cinque, dopo un pomeriggio passato in pupponiera, mi ritrovo a salutare i bambini ad augurar loro una buona serata e fra di loro c’è sempre chi cerca di chiedere se possono venire il giorno dopo anche se sanno che non è il giorno della pupponiera .

Sono contenta di questa stanza per i bambini, perché molte volte mi hanno dimostrato che ci tengono veramente.
Si impegnano ad arrivare puntuali (a volte fin troppo!), a tenere i colori, libri e tutto il materiale con cura. Verso le cinque sono loro stessi che iniziano a pulire e a riordinare la stanza.
Qualcuno di loro mi ha chiesto di insegnarli i numeri e le lettere dell’alfabeto, ho cercato una o due volte di insegnar loro qualcosa: non so cosa abbiano capito e imparato ma è stato bello imparare a fare qualcosa insieme.
In tutto questo c’è il rovescio della medaglia, ovvero quando i genitori dei bimbi sono guariti dalla tubercolosi e quindi possono tornare a casa.
Sono felice per i bimbi e per i genitori stessi che stanno bene e possono tornare a casa dalla loro famiglia nel loro villaggio, ma al tempo stesso so che mi mancheranno, come la piccola Cristanie che domani tornerà a casa.
Una volta al mese devono ritornare qui ad Ampasimanjeva per il controllo e per prendere del riso in base a da quante persone è composta la loro famiglia. 
Ogni mese non vedo l’ora che arrivi il 19 perché è il momento dei controlli e quindi ritornano anche tutti i bimbi anche se è solo per un giorno.

Ormai sono otto mesi che sono qui in Madagascar e a volte ho la sensazione di essere arrivata ieri mentre altre volte mi sembra di essere qui da una vita.
Voglio cercare di godermi questi ultimi mesi che mi rimangono, stando il più possibile con le persone, godendomi questa missione.
L’altro giorno la prima lettura diceva:
 “…La fine di tutte le cose ormai è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto conversate tra di voi una grande carità perché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. Ciascuno viva seconda la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri” ( dalla prima lettera di S.Pietro Apostolo)
Questa lettura è arrivata proprio nel momento in cui sto realizzando che manca poco al mio ritorno in Italia,  dicendomi di mettermi al servizio degli altri il più possibile e di essere sobria e caritatevole il più possibile.

Anche se sono qui da vari mesi faccio ancora fatica a superare e a capire molte cose.
Faccio ancora fatica ad andare in città per fare due passi, vedere facce, persone e posti nuovi  senza sentire ad ogni passo dire: “ Vasa” (bianco), oppure comprare qualcosa senza che gli occhi di bambini e adulti mi siano addosso per vedere esattamente cosa compro.
Ogni tanto, quando sono presa dall’esasperazione vorrei prendere della vernice marrone e colorarmi tutta, così da poter andare in giro come una di loro e fare tutto quello che devo fare senza sentire commenti e senza essere trattata in modo diverso.

 Spero tanto di sapermi gustare questi ultimi mesi che rimangono, di saper cogliere tutti i segni e le persone che incontrerò in questo ultimo periodo.

Vi saluto e vi abbraccio tutti! Ci vediamo presto un bacione!!  Agnessss





martedì 12 aprile 2016

Agnese: racconti dal Madagascar

Da circa un mese mi trovo ad Ampasimanjeva che fa parte del distretto di Manakara, ma sulla cartina non è segnata.
Per arrivare ad Ampasimanjeva bisogna prendere un bivio che si trova sulla route  principale. Una volta preso questo bivio ci sono 40-45 minuti abbondanti di strada non  asfaltata con tante buche e quando si è a metà del viaggio si pensa solo ad una cosa: “Finiranno mai queste buche ?” oppure ci si immagina che alla prossima curva ci sia una bella strada asfaltata, ma non è così.

Durante il tragitto  in macchina si ha tutto il tempo per osservare e capire dove si sta andando. Si iniziano a vedere tanti piccoli villaggi e sempre meno negozi e vita cittadina. Le case sono capanne e le chiese sono strutture di lamiera e la domenica, quando batte il sole, si trasformano in forni.  Ogni tanto si intravede qualche scuola in cemento fatta di stanzoni con tantissimi bambini seduti ai banchi. Poi finalmente si arriva ad Ampasimanjeva

Io e la mia compagna di viaggio, Alba, abbiamo le stanze sopra ad una bellissima veranda in legno, con una bellissima amaca (avete presente la pubblicità delle Gocciole? Ecco, molto simile a quella).

Tuttora alla mattina e alla sera mi sembra di essere in campeggio. Sapete i campeggi che si trovano al mare e dove le famiglie passano le vacanze estive? Ecco è un qualcosa di molto simile.
Il momento più bello della giornata per me è il mattino.
Mi sveglio con tutta calma, vado in terrazza, raccolgo i panni stesi dalla sera precedente e, una volta finito di lavarmi e vestirmi, mi siedo sulla sdraio e guardo il sole sorgere attraverso una grandissima e bellissima pianta di lecci posizionata davanti alla nostra veranda.
Durante questo piccolo momento sento piccoli rumori e suoni di un villaggio che piano piano si sta svegliando.

Verso le sette mi reco a fare colazione e il lunedì e il venerdì alle 7.30 c’è la preghiera all’ospedale con tutti i malati, dottori, infermieri e anche gli operai che vi lavorano. Una volta finita la preghiera vengono date tutte le informazioni tecniche ai malati e alle loro famiglie(ad esempio come utilizzare in modo corretto i bagni, non sporcare…) .
 Poi si inizia!!!!
Tutte le mattine io e Alba ci rechiamo dai tubercolotici, che sono circa una ventina; il trattamento per guarire dalla malattia richiede un tempo di cura di due mesi, quindi arriva il malato con tutta la famiglia.

Quando arriviamo da loro, per prima cosa facciamo una piccola preghiera tutti insieme, dopodiché misuriamo ad ognuno la febbre  e trascriviamo la temperatura in un grafico.
Una volta finito distribuiamo le medicine anche ai rispettivi figli, per evitare contagi.
La cosa più buffa dei tubercolotici, oltre ad essere molto simpatici, è che hanno un presidente tra di loro, che è il portavoce del gruppo per le loro necessità.

Una volta finito dai tubercolotici vado in farmacia.

In farmacia collaboro con due ragazzi Tatà e Filippo, con cui mi trovo molto bene, sono simpatici e alla mano.
Faccio varie cose con loro ad esempio dare i farmaci alle persone che vengono, sistemare un po’ il magazzino, vedere quali medicine tenere oppure buttare perché scadute e infine preparare le comande che ci vengono date dai quattro reparti presenti ad Ampasimanjeva : pediatria, maternità,  reparto maschile  e  femminile adulti.
Rimango con loro fino alle 12 per poi andare a pranzo dalle suore.

Finito il pranzo arriva la bellissima e attesissima “pennichella” in veranda, e, se devo essere sincera, serve proprio a riprendersi un po’… anche se gli schiamazzi dei bambini non mancano.
L’amaca è una bellissima amica durante il riposo ma al tempo stesso è una dura lotta alzarsi alle 14.30 per riprendere i lavori!!!

Il lunedì, mercoledì e venerdì pomeriggio sto iniziando a tenere aperta una piccola ludoteca chiamata “Pupponiere” dedicata ai bambini della pediatria e ai figli dei malati che stanno qui due mesi senza andare a scuola e, purtroppo, senza fare nulla. 
Lunedì ci sarà l’inaugurazione: spero che vada tutto bene, e che possa essere un punto di riferimento per i bambini. Nel momento in cui abbiamo deciso, insieme alle suore e a Giorgio (il direttore dell’FMA)  di cimentarci in questo progetto, abbiamo dovuto escludere i bambini di Ampasimanjeva e i figli degli infermieri, dei guardiani… e questo mi dispiace molto, ma sono fiduciosa che una sistemazione per loro riusciremo a  trovarla.

Alle 17 si chiude tutto, farmacia, laboratorio,accettazione … e piano piano tutte le persone iniziamo a rincasare.


Alle 18.30 c’è la cena ( mi sconvolge ancora l’orario, ma almeno riesco a digerire il pasto tranquillamente), perché alle 19.30 il generatore della luce viene staccato. 
Una cosa bellissima di Ampasimanjeva, alla sera, nel momento in cui viene staccata la luce, è il cielo pieno di stelle e il silenzio che mi circonda ( molto spesso mi viene da pensare ai bellissimi campi scout fatti, e a tutte quelle bellissime sere passate davanti ad un fuoco e a un cielo stellato)... si sente solamente il rumore di qualche grillo o cicala,  qualche animale che cammina sopra al tetto di lamiera e tanti, tantissimi insetti, blatte cavallette mantidi … ma cerco di ucciderne un po’ giusto per fare una piccola selezione naturale e per riuscire ad andare in bagno e a farmi una doccia in modo tranquillo.
Verso le 21.30 22.00 il sonno ha la meglio su  di me e vado a letto,  cercando di riposarmi per iniziare un’altra giornata!

Anche qui è arriva la pasqua!!! TRATRA NY PAKA!!!

Il giovedì e il venerdì santo l’ho passato qui ad Ampasimanjeva con la comunità locale mentre il Sabato Santo, Pasqua e Pasquetta sono andata a Manakara per passare le vacanze insieme agli altri volontari.

E’ stata una Pasqua lontano da casa, come lo è stato per il Natale.
Il triduo pasquale per me è sempre stato un momento molto bello e emozionante.
Mi è venuto molto da pensare alle varie pasque fatte a casa, con gli scout e in parrocchia.. tutte molte belle dalla lavanda dei piedi fino al sabato santo e alla benedizione del fuoco.

Mi è venuto da sorridere durante la messa di Sabato santo, durante la benedizione del fuoco perché c’ erano gli scout che si occupavano di questo, c’era la danza con le candele e i bimbi che si addormentavano durante la messa e mi è venuto da pensare che tutto il mondo è paese. Chiudendo gli occhi ho creduto per un attimo di essere nella mia parrocchia, stanca dopo  aver fatto una route, ma felice di essere lì, tutti insieme.

Non so se mi sono preparata in modo corretto alla pasqua, ma so che qualcuno da lassù ogni giorno mi manda qualche sfida fatta di persone, incontri, volti e sorrisi e devo essere solamente io a sapere cogliere i segni che mi manda.

Ogni Giovedì qui ad Ampasimanjeva le suore vanno a trovare i malati nei vari villaggi.  Oggi è stata la seconda volta che ci sono andata  dal mio arrivo e devo dire che è stato molto impegnativo.
Ha piovuto tutta la notte e tutta la mattina, ma al pomeriggio ha smesso e quindi abbiamo deciso di andare. Abbiamo attraversato il fiume con una barca fatta di legno, e poi abbiamo camminato, neanche tanto se devo essere sincera, ma è stato molto impegnativo.
Camminare in una foresta con un sentiero piccolissimo dove passava  solamente una persona per volta, ma soprattutto con tantissimo fango. I piedi sprofondavano fino alle caviglie nelle  pozzanghere e bastava un nulla per scivolare. 
Finalmente siamo  arrivati dalla donna ammalata, Bao, una donna sulla sessantina d’anni, con un corpo magrissimo, scavato, che fatica a parlare, respirare e a muoversi.
Il giorno prima Bao era venuta per una visita in ospedale, aveva fatto la mia stessa strada, il mio stesso percorso. I piedi nel fango li aveva messi anche lei.
Io che ero stanca di quel tragitto, rischiando di continuo di cadere, e lei, con i suoi trenta chili e con quella salute, se l’era fatto tantissime altre volte.
È stato bello andarla a trovare, vedere che lei e la sua famiglia erano contenti che fossimo lì. Anche questa volta ho capito di quanto siamo fortunati ad avere tutto vicino, alla nostra portata.

Un altro segno che mi è stato mandato,è stato un piccolo bambino di nome Sery di cinque anni.
Sery soffre di epilessia e si nota anche qualche problema a livello cognitivo.
E’ arrivato in veranda un sabato pomeriggio chiamando me e Alba
“ mamma”; io e Alba ci siamo guardate, come per dire: “E questo da dove salta fuori?”. Decido di portarlo dalle suore per vedere se sanno qualcosa su di lui. Le suore mi dicono che è un bambino che viene spesso qua, chiede i soldi e chiama tutti mamma e papà.
Pochi giorni dopo si ripresenta, mi vede, mi chiama “mamma” e mi chiede dei soldi. Lo guardo gli dico che non mi chiamo “mamma” ma “Agnese” e che i soldi non si chiedono, mi risponde con “Va bene, domani”.
Lo porto dalle suore, e decidiamo che ha bisogno di una doccia e di vestiti puliti perché è veramente sporco.
Mi avventuro così in questo “ restyling” di Sery. Noto che gli piace stare sotto la doccia, giocare a riempire il secchio d’acqua e a buttarsela addosso, noto anche che è quasi meravigliato, stupito nel vedere che ha una maglia e un pantalone nuovo pulito.
Il giorno dopo con la suora e Alba decidiamo di andare a trovare la sua famiglia. La mamma è scappata, il papà si è risposato e Sery vive con i nonni. I nonni faticano a tenere il bambino con loro, scappa molto spesso da casa, sta via quasi tutto il giorno e nel momento in cui gli si dice un “no” si butta per terra, urla e picchia.
I nonni ci dicono che sono stanchi, che non comprano le medicine per l’epilessia da Dicembre perché costano troppo e non hanno i soldi e che non vogliono più tenere Sery.
Rimaniamo d’accordo che le medicine le paghiamo noi e che se noi gli diamo il riso una volta a settimana loro si impegnano a tenere il bambino.
Mercoledì mattina dopo il mio rientro da Manakara, Sery era lì che aspettava di prendere il riso con sua nonna. Appena mi ha visto mi è venuto subito incontro e mi ha abbracciato: non c’è stata gioia più grande!!! Mentre aspettavamo mi ha incominciato a chiamare dicendo “mamma” allora gli ho incominciato a dire “Agnese, Agnese” e lui ha iniziato a dire “Agnes” poi tutto ad un tratto ha detto  “Agnese”, in un modo così bello che tutti quanti ci siamo stupiti e c’è stato un momento di felicità e risate per tutti quanti e anche lui si vedeva che era bello soddisfatto! 

Spero di rivederlo presto qui, pronto per un “restyling” e per fare due giochi insieme, ma soprattutto per camminare insieme.
Ho imparato in questo primo mese ad Ampasimanjeva  a stare con le persone, con i malati, i bambini, le famiglie dei malati…
Certo, essere dipendente dalla difficoltà che può comportare una lingua non è semplice( direi che dopo aver detto ad un malgascio “sposiamo” invece che “prendi tutte le medicine insieme” possa bastare), ma per loro quel che importa è esserci, sentire che non sono abbandonati a loro stessi e che c’è qualcuno che è lì, pronto per stare con loro, per condividere le gioie e le difficoltà che può comportare un ospedale.

“Per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti per dare a loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto”

Con questa piccola e breve frase vi saluto, auguro ad ognuno di voi di poter consolare e stare a fianco alle persone che hanno bisogno senza fare nulla di eroico, ma semplicemente stare e ascoltare vale più di mille parole.

Un saluto grandissimo da tutta Ampasimajeva.


Agnese