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martedì 4 aprile 2017

Un saluto sorridente ad ognuno di voi!

29 Marzo 2017, Ampasimanjeva

Eccomi di nuovo qui, per cercare di raccogliere ciò che mi è stato donato in questi mesi. Ogni giorno è pieno di vita. Di momenti, gesti, immagini che mi fanno sentire viva e parte di un mondo che vive, intorno a me, creato con così tanto amore. Ve ne affido qualcuno, perché tenendoli dentro ho paura di perderli, dimenticarli, e perché è bello poterli condividere.

Del mese di gennaio, trascorso con Anna ad Ambositra cercando di imparare un po' di lingua malgascia, porto nel cuore gli ospiti della Casa di Carità, gli abbracci, le risate e i momenti di preghiera insieme. Con loro ho sentito di essere felice, senza "ma" o "se", davvero felice. Una gioia simile a quando corri sotto l'acqua che scende a secchiate e ridi, ed in quell'istante ti senti vivo e senti che quell'acqua è stata creata dalle stesse mani che hanno creato te, che ha come Padre lo stesso tuo Padre. Così è stato anche con loro, abbiamo riso tanto.

Ambositra
Ed insieme a loro, vi affido i giochi con i bimbi di Fanomesantsoa ("Il dono delle cose belle"), una casa che accoglie i figli dei carcerati; le Messe in carcere, dove il Signore si manifesta nel canto, nella musica; ed i balli, le risate insieme ai lebbrosi e a ragazzi con delle gravi infezioni, che vivono e sono medicati in una struttura chiamata Akanin'ny Marary, "Gli amici dei malati". In particolare Ny Aina, una ragazzina di 15 anni, con un'infezione della tibia talmente estesa da farle perdere la pelle e la carne, rimanendo così solo l'osso esposto. In questi giorni sarà sottoposta ad un intervento alla gamba per poter così finalmente riabbracciare la sua famiglia, che non vede da un anno, e tornare a scuola. Vi chiedo una preghiera per lei, perché possa avere un bel futuro.

Anche il rientro ad Ampasimanjeva è stato bello ed ha richiesto molte energie.
Abbiamo iniziato le uscite nei villaggi insieme alle ostetriche per visitare le donne incinta ed i neonati. Osservando quelle pance tutte diverse si coglie la bellezza del dono della vita. C'è chi è pronta a diventare presto mamma, ultimi ritocchi per preparare il figlio ad uscire nel mondo; e chi invece ha dentro di sé un piccolo seme, ancora da coltivare, giorno per giorno. E prendendo tra le braccia i bimbi di pochi mesi, appoggiati al mio petto, li sentivo respirare insieme a me. La vita nasce e cresce dentro ed intorno a noi ogni giorno.

Da poco abbiamo anche creato una piccola classe, in una stanza dell'ospedale, per i bimbi che non hanno la possibilità di studiare in villaggio e per i figli dei pazienti ricoverati che sono costretti a stare lontani da casa per un periodo di tempo più o meno lungo. Purtroppo l'aula non è molto grande e, nonostante sia aperta mattina e pomeriggio, dobbiamo dividere gli alunni durante le varie giornate, riuscendo a garantire solamente due giorni a settimana ad ogni bambino. Eppure quando arrivano sono sempre contenti. L'impegno e la voglia di imparare, nonostante facciano tanta fatica, sono da 10 e lode. Mi piace guardarli mentre ce la mettono tutta per riuscire a scrivere una lettera o un numero nuovi, in quel momento sono loro i miei maestri.

Ogni mattina, poi, Suor Saholy ed io andiamo dai tubercolotici. Prima di provare la febbre e distribuire le medicine, c'è il momento di preghiera in cui uno di loro a turno condivide spontaneamente con gli altri ed il Signore ciò che ha nel cuore. E' bello iniziare la giornata insieme a loro. In questi giorni Suor Saholy ha costruito con i bimbi un piccolo campo da calcio, con due bellissime porte di bambù, ed oggi abbiamo fatto la prima partita. Ridevano tutti, giocatori e genitori a bordo campo!

Gli effetti del ciclone ad Ampa 
C'è stato anche il ciclone. Per fortuna aveva già perso molta forza quando è arrivato ad Ampa, ma per due giorni parte del villaggio è rimasta allagata, con l'acqua che arrivava fino ai tetti delle case, fatte di legno e foglie di ravinala. L'ospedale si trova su una collina, per cui non ci sono stati danni. Mi ha stupito molto come le persone non si siano mai lamentate o disperate, affrontando la situazione insieme. E cogliendone i lati positivi. Ripenso all'immagine di una ragazza che lavava la propria bimba nell'acqua, ed accanto la sorellina più grande strofinava i panni. In quel momento, per loro, quell'acqua era un dono.

Ampa mi sta insegnando tanto. Mi ricorda ogni giorno quanto sia grande e bello il dono della vita, eppure così fragile. Gli alberi fioriscono, la frutta cresce, i bimbi nascono, il sole sorge e regala contorni dorati… tutto germoglia intorno a noi e indipendentemente da noi. Possiamo "solo" ammirare e vivere la bellezza di questi miracoli.

Ed indipendentemente da noi, la vita termina.
Come ci ha scritto Don Pietro "C'è dato un tempo non illimitato, non determinato da noi, e non sappiamo quando, quando sarà il nostro momento. Possiamo solo provare a riempire questo tempo d'amore perché solo l'amore resta di noi."

Ringrazio il Signore per il dono della vita di Anna Maria.
Vi auguro di cuore una buona Quaresima, vissuta camminando con il Signore e con chi vi è accanto. Accogliendo la vita che vi circonda. Penso sia davvero bello che il Dio che preghiamo sia lo stesso, vicini e lontani. Malati, dottori, infermieri, "vahaza" (stranieri), suore, bimbi e anche voi lì… tutti siamo rivolti allo stesso Signore crocifisso.


Tolotra

Un abbraccio forte a tutti voi,
Cris

Nelle foto… alcuni degli ospiti della casa di Carità di Ambositra; la ragazza che ha lavato la bimba nell'acqua dopo il ciclone; e Tolotra sorridente, bimbo accolto dalle suore di Ampa, che ora ha potuto abbracciare una nuova famiglia!

mercoledì 14 dicembre 2016

Ringrazio il Signore

Ringrazio il Signore per ciascuno di voi.
Ringrazio il Signore perché il Capo della prigione ha accettato la stragrande maggioranza di dette iniziative.
Ringrazio il Signore perché ho potuto contare e spero anche in seguito su un direttore dei lavori nella persona di Dadazozy che, non solo si è preso a cuore questi lavori in carcere, ma anche li fa realizzare a regola d’arte in robustezza prima di tutto.
I lavori fatti in prigione hanno lo scopo di ricordare che i detenuti hanno ancora una dignità.
Facendo lavorare a turno i detenuti più poveri come manovali questi ricevono uno ‘stipendio’: metà riso e fagioli e metà in denaro … ho visto varie persone che dopo avere lavorato più volte come manovali ottenere la fine della pena o il riconoscimento di non colpevolezza o potere lavorare all’esterno del carcere… quindi negli intrecci non ben chiari questi soldi sono utili anche per uscire.
Sono proprio contento che in ogni camerone  alle due finestrelle esistenti se ne sono aggiunte tre …ora i detenuti che dormono in quei tre cameroni dicono che l’aria è sufficiente. Quei cameroni erano stati fatti tinteggiare nel giugno-luglio 2014 con una donazione della cittadinanza di Brescello nella persona di ‘Peppone’ allora Giuseppe Vezzani … quella tinteggiatura durò un anno e poco più in quanto l’aerazione era scarsa al punto che il vapor acqueo del respiro dei detenuti rimanendo all’interno ha fatto deteriorare in breve tempo la pittura soprattutto del soffitto dei cameroni … ora l’aria è abbondante e i detenuti preferiscono coprirsi con la coperta quando l’aria è troppo fresca piuttosto che quel caldo umidiccio per assenza di aria … si spera anche che diminuiscano i problemi polmonari, quindi i ricoveri in ospedale.

 Un’altra iniziativa è stata il prolungamento della tettoia dei bagni/docce e dello spazio dove alcuni con una fatapera (1) in lamiera o in mattoni si cucinavano il pranzo.
Ora in questo spazio si sono costruite più di 60 fatapera in mattoni e cemento allineate in tre file, così anche i poveri possono, se hanno carbone e il riso, cucinarsi il pranzo,
Queste fatapera sono in sovrannumero, secondo il bisogno dando così a tutti la possibilità di  usufruirne.

Sono proprio contento: venerdì 30 settembre 2016 il nuovo cappellano delle carceri Mompera Jean Bosco ha fatto la preghiera di benedizione alla presenza di tutti i detenuti.
Domenica 2 ottobre terminata la S. Messa la guardia carceraria addetta ha dato il via per l’uso di queste batterie di fuochi per il cibo. La guardia ha anche ricordato ai detenuti di non sporcare i pilastri della tettoia … ma, avendo a che fare con il carbone, il pavimento in cemento e i pilastri ora sono … come il colore del carbone … ma non è un problema l’estetica.

Quando vado in carcere sono proprio contento nel vedere le persone appollaiate sotto la tettoia: c’è chi cucina con la nuova fatapera, c’è chi cucina con la sua fatapera in lamiera, ci sono alcuni seduti in crocchio che parlano, altri che giocano a carte, altri che giocano i soldi con i dadi. Sono proprio contento nel vedere lo spazio sotto la tettoia venga ABITATO QUOTIDIANAMENTE.

Il 1 novembre come di consueto il Vescovo di Ambositra Mons. Fidelis ha presieduto la S. Messa in carcere … e per quella occasione alcuni detenuti hanno fatto la rappresentazione della donna adultera e … il tutto svolto sotto la tettoia, eravamo un po’ strettini, ma non è stato un problema, il problema è quando la testa di uno viene esposta al sole cocente senza una protezione.
Oggi mercoledì 14 dicembre l’associazione CSPD (2)  ha indetto una iniziativa sui ‘diritti dell’uomo’ c’erano due tipo Gazebo: uno per le autorità come il Presidente della Regione, il Procuratore, il Nuovo Direttore delle carceri per la Regione di Ambositra, il Vescovo, i Pastori della Chiesta protestante, Avventista… l’altro per le guardie carcerarie, i membri della Cappellania Cattolica della prigione, membri del CSPD e altri e di nuovo gioia nel vedere i carcerati non schierati nel cortile sotto il sole cocente ma di nuovo là appollaiati sotto la tettoia. Per l’occasione ai detenuti è arrivato un sapone, un filone di pane e una banana e del riso non ancora cotto.

Venerdì 23 dicembre la Cappellania Cattolica della Prigione offrirà un pranzo per tutti i carcerati a basa di riso condito con cipolle, carote, patate e carne … sì carne … due signore francesi Madame Francine e Madame Clodine offriranno questo sostanzioso pranzo.
Lunedì 5 dicembre è iniziato un nuovo lavoro in prigione: su richiesta della Croce Rossa internazionale sono iniziati i lavori per aggiustare e ampliare la casa esistente e fatiscente dei detenuti minori, che hanno il diritto, per la loro salvaguardia da abusi di ogni genere, di uno spazio loro dedicato e una serie di iniziative per il loro recupero, prima fra queste l’alfabetizzazione.
E’ un’impresona ‘costosa’ e volentieri chiedo il vostro contributo sempre nella libertà dei figli di Dio ricordando che ‘non il tanto o il poco’ conta ma il donare con amore.

Con gioia anche in questo Natale celebrerò la S. Messa in prigione nella cappella della prigione, vera Cattedrale.
Quest’anno, grazie anche alla visita di  don Daniele Simonazzi nell’agosto 2015 in carcere, è aumentata la consapevolezza che nella cappella della prigione si riunisce per pregare la vera Chiesa, Chiesa Santa e peccatrice, chiesa di chi come quel pubblicano della parabola evangelica non osa alzare lo sguardo e non ha paura di chiedere Misericordia.

Vi faccio gli auguri del Santo Natale chiedendo a me stesso e a ciascuno di voi di mescolarvi con quei pastori che vanno alla grotta stalla, con quei Magi che si prostrano adorando quel bimbo. Non è facile mescolarsi con i pastori o con i carcerati in preghiera ci vuole umiltà … quell’umiltà che ogni giorno può tamponare il nostro io … io … io  e non vare paura di chiedere ogni giorno l’Aiuto del Signore.

Ambositra 14-12-2016

                                                            Don Giovanni Davoli

martedì 7 giugno 2016

Madagascar: il viaggio di don Romano

Don Romano Zanni, direttore del Centro Missionario Diocesano, è appena rientrato dal Madagascar e ci racconta della sua visita alle missioni diocesane ed ai volontari.

Carissimi tutti, prima di reimmergermi nella vita quotidiana italiana vi racconto alcune cose viste e vissute senza ovviamente la pretesa di essere esaustivo. Vado per capitoletti che mi aiutano a tenere il filo.
   
   Ai Fratelli della Carità ho dedicato tempo ed energie, come era giusto. Sapendo che la perfezione la raggiungeremo solo in cielo, posso affermare che i Fratelli della Carità stanno andando abbastanza bene, che le comunità camminano con una maggiore assunzione di responsabilità e di condivisione. Come pure mi è parso di cogliere in loro il desiderio di camminare nella volontà di Dio e la ricerca di una santità quotidiana: fatta di preghiera, di lavoro, di fatiche e prove, che nessuno si nasconde, ma riconoscendo anche tante grazie, soprattutto nel rapporto con gli Ospiti delle singole Case.  Il numero dei ragazzi in formazione è incoraggiante: tra novizi, postulanti, prepostulanti, ragazzi in stage, studenti in propedeutica e teologia sono una ventina di ragazzi. Forse non tutti arriveranno alla Consacrazione... ma è comunque un bel numero! E tuttavia non stanno perdendo tempo perchè quanto apprendono e vivono servirà comunque per la loro vita.  E’ stato bello condividere con loro e godere della loro vivacità, esuberanza e gioia di vivere.

   Sono passato da quasi tutte le Case della Carità e l’incontro con la Sorelle, anche se breve, è stato un momento bello e positivo, soprattutto quando si è potuto celebrare insieme l’Eucaristia, commentando la Parola e pregando insieme per tutta la Famiglia. Abbiamo condiviso le gioie e i dolori, vicini e lantani, come la morte del Vescovo Lucjani di Sapa e di Ernesto il fratello di sr. Laurence.  Eventi in cui abbiamo sperimentato l’abbraccio grande dell’amore di Dio attaverso la l’appartenenza alla nostra Famiglia che in vario modo si è fatta presente.


   Ho speso un tempo adeguato con i nostri missionari: sacerdoti, volontari e laici che lavorano in pastorale, nei progetti di RTM e negli impegni loro affidati dal CMD. Posso dire che sono tutti sereni, con qualche preoccupazione e fatica... ma sostanzialmente tutti contenti di essere qui e prestare il loro servizio a questi fratelli, un tempo sconosciuti, ma che divengono ogni giorno più cari.

Don Giovanni Ruozi sta costruendo la nuova chiesa ed è ovviamente abbastanza preso; stupito lui stesso che la cosa gli stia piacendo. Purtroppo ormai da tre anni manca in Diocesi il Vescovo e questo non favorisce certo le cose. Inoltre l’economo diocesano, un prete “Fidei Donum” dell’Est, è andato in vacanza e il Vescovo Alfredo, attuale Amministratore diocesano, ha chiesto a don Giovanni di assumere l’interim, che rischia di diventare più lungo del previsto. Don Giovanni è comunque molto sereno e gioioso, con il suo solito stile scanzonato e un pò zingaresco che gli dona.


Don Giovanni Davoli continua il suo lavoro di responsabile di RTM in Madagascar, assistente spirituale dei volontari, vice cappellano del carcere e aiuto per la Caritas diocesana di Ambositra. Vive ad Ambositra e guida la piccola comunità dei volontari che operano in quella città. Ci ha accompagnato con la sua auto nel viaggio al sud, sempre molto disponibile e servizievole.
Diana e Chiara continuano il lavoro difficile, affidato loro dal Vescovo di Farafangana, di fare sorgere nella città di Manakara una Caritas con le caratteristiche proprie di “Caritas”, cioè più animativa e con prevalente funzione formativa e pedagogica. Ma anche qui, come in Italia, è più facile dare la borsina del cibo che avviare processi di riscatto e di liberazione. Tuttavia vanno avanti con fiducia. 

Chiara inoltre dà una mano a don Giovanni Ruozi nella gestione di una fabbricchetta di marmellate della Diocesi che dà lavoro ad un indotto di circa 40 famiglie, e nella gestione di una piccola libreria in centro a Manakara.

   Abbiamo visitato l’Ospedale Psichiatrico di Ambokala, che continua la sua attività ed è in ansiosa attesa di Enrica, attualmente in Italia per problemi familiari. Tutti pregano per la sua mamma, ovviamente, ma anche per il ritorno di Enrica, di cui sentono la mancanza.

   I volontari di RTM, sia a Tana (come coordinamento), che ad Ambositra e a Manakara, sono parecchio impegnati nei progetti per i malati mentali, delle scuole inclusive per i bimbi disabili, per la sicurezza alimentare. Sono progetti che stanno portando beneficio a questi poveretti e alle loro famglie, che spesso non sanno dove girarsi, specie quando hanno familiari in gravi difficolta psicofisiche.
Il Coordinamento di Antananarivo fa da supporto a tutto questo tenendo le fila dei vari progetti, i contatti Istituzionali con l’Italia, con i vari Ministeri e gli Uffici competenti.
   
   L’Ospedale di Ampasimanjeva va avanti nonostante le crescenti difficoltà economiche della gente, che fa sempre più fatica a contribuire alle spese mediche, e le fatiche gestionali del personale, che necessiterebbe di riqualificazione e di assunzione di nuove figure. 

Giorgio Predieri, il Direttore, è sempre bravo, impareggiabile, forse un pò stanco anche perchè gli anni passano! Un incontro provvidenziale con Giorgio e P. Cristopher (il parroco) ha individuato una proposta da sottoporre all’Arcivescovo di Fianarantsoa, proprietaria dell’Ospedale, che speriamo possa avere conseguenze positive per iniziare il passaggio dell’amministrazione dell’Ospedale alla Diocesi di Fianarantsoa, come auspicato dal Vescovo Massimo Camisasca nella sua visita pastorale a questa missione. Non dobbiamo dimenticare il grande contributo alla salute di questa popolazione, circa 80.000 persone, che la Fondation Medicale di Ampasimanjeva offre, considerando che l’Ospedale più vicino è a più di 100 km. di distanza; se venisse a mancare sarebbe un gravissimo danno alla sanità e allo sviluppo di questa regione. Le Carmelitane Minori della Carità, che vi fanno servizio, offrono anche la loro generosa maternità ai bimbi “gemelli”, che vengono abbandonati per un “fady” culturale di questa popolazione. Attualmente ne hanno tre e nei molti anni di servizio che le Sorelle hanno prestato all’Ospedale, possono contare ormai quasi 200 bimbi salvati.

   Anche quest’ultimo viaggio mi fa percepire quanto sia vero lo slogan: “la Chiesa o è missionaria o non è”, concetto espresso in altre parole da Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium e che deve rimanere per noi tutti un programma di pastorale e di vita. 
Si è ricordato parecchie volte che l’anno prossimo si celebrerà il 50° dell’invio da parte di mons. Baroni della prima équipe, capitanata da don Mario Prandi, in questa terra. Stupisce il fatto che siano proprio i malgasci a tenerci in modo particolare a questo giubileo, a cui si stanno preparando da tempo raccogliendo le storie degli inizi, testimonianze varie, riconoscendo che la loro fede, la loro esperienza di vita consacrata, è stata generata da questo evento indubbiamente straordinario: “una Chiesa in stato di Missione” che si prende a cuore l’evangelizzazione riconoscendo il dono immenso della fede che ha ricevuto e che deve condividere perchè possa vivere. Questa condivisione ci ha oltremodo arricchiti! Diventeremmo più poveri se ci lasciassimo vincere dalla tentazione di rinchiuderci nella nostra “ povertà”. Ci lasceremmo rubare la gioia del Vangelo!

   Nella festa della visitazione di Maria a S. Elisabetta veneriamo la prima missionaria che porta Gesù che ha concepito, che “corre in fretta” verso i monti di Giuda e porta la gioia: ad Elisabetta, a Giovanni il Battista, alla casa di Zaccaria al loro villaggio. É l’urgenza e la gioia della missione che ci deve spingere in Madagascar come in Italia ad annunciare il Signore che compie le opere grandi della salvezza!  É la missione che ci fa cantare con Maria le opere grandi che Dio compie nell vita di ciascuno di noi.


     Don Romano Zanni
                                                  Vicario episcopale per la Carità e le Missioni

giovedì 28 aprile 2016

Madagascar: Alba ci scrive

Lontano, grande, misterioso, sconosciuto, caldo, rosso, verde…
Missione, viaggio, progetto, impegno, silenzio, servizio, coraggio, forza, responsabilità, nuovo punto di vista, incontri, scontri, diversità, fatica, quesiti…
Grandi e infiniti…
Quanto questa terra, lontana, diversa, immensa e accogliente.
Al mio arrivo in Madagascar non ho potuto far a meno di notare l’accoglienza sia dei malgasci, dei volontari, sconosciuti che ti accolgono da Tanà a Manakara passando per Ambositra, con un biglietto di “Tonga Soa” una torta, un pensiero…un abbraccio, un sorriso.

L’arrivo ti fa sentire sballottato, come le tue valigie sul nastro trasportatore; il caldo, soffocante al quale non siamo abituati, ti fa sentire come quando ti manca forte qualcuno che ami che hai lasciato a diecimila chilometri…
La fede, l’entusiasmo, la curiosità, l’amicizia e l’amore, sono forze che ti fanno affrontare e superare ogni cosa.
La fede viene messa alla prova continuamente, ma quella che il Signore ha nell’uomo no, anzi, quella qui la senti più forte…e se Lui non ha mai smesso di fidarsi di noi, forse affidarsi a lui, per quanto grande sia il “mistero della fede”…

Ho trascorso un rapido mese ad Ambositra, le prime tappe al mio arrivo sono stati la messa in carcere e la casa di carità.
Ecco una cosa per me toccante e impressionante è il potere delle case di carità. Il trovare una foto di don Mario e Suor Maria dall’altra parte del mondo e la devozione che il suo sogno è riuscito a raggiungere, mi conforta e dà speranza.
Le case sono davvero un miracolo, un progetto del Signore divenuto realtà.
Un bisogno che l’uomo non sapeva di avere.
Lì in casa ad Ambositra è dove mi sono sentita più a casa…

Non credevo inizialmente d’incontrare tanta difficoltà nell’esprimermi in malgascio o nella mancanza di riuscire a mettersi in relazione più profonda attraverso le parole…
Ma la casa di carità, ti fa andare oltre le parole, grazie ai canti, alla preghiera, ai sorrisi agli sguardi ai gesti…E questo in tutto il mondo và oltre la diversità, con la quale ho potuto scontrarmi fin da subito per strada…
La gente, la massa di gente al mercato, sul posy, in bici, a piedi… scalzi… dai piedi puoi capire molte cose delle persone: da dove vengono, quanto hanno camminato, quanto cammineranno ancora, dove lavorano…
Per non parlare della bellezza dei colori e della luce…
Una cosa che chi era in Italia mi ha fatto subito notare quando gli inviavo una foto, era la luce, l’infinità del cielo e quanto fosse luminoso e splendente qui…
Camminando per strada, ti senti così osservato, ogni passo è un “Vazah” di qua, un Salama di là…
Tsara…
Non mi sono mai sentita così tanto osservata in vita mia…
Spesso mi chiedo cosa pensano di noi, sul perché siamo qui, sul colore della nostra pelle, su come siamo vestiti, sui nostri bisogni, a volte buffi, a volte superflui, sul nostro modo di camminare, sul nostro modo di parlare…
Mi sembrava sempre che i malgasci parlassero talmente a bassa voce che non potevo sentirli…
Finchè non becchi una mamma arrabbiata che urla bene…e ti ricredi subito…
Ho un bellissimo ricordo dei bambini di Fanomezantsoa, incontri brevi ma intensi, momenti di scambio e di gioco in questa realtà, importante, un centro di accoglienza per figli di carcerati.

Non faccio in tempo ad imparare il saluto di Ambositra a godere del suo clima fresco alla sera, a conoscere le persone incontrate nel soggiorno lì…
Che mi ritrovo ad Ampasimanjeva!
Ah, Ampasimanjeva, un altro mondo! Un altro ancora!

Quando imbocchi la strada per Ampasimanjeva, la natura ti avvolge, la strada non asfaltata, fangosa, e difficile da percorrere…l’aria umida…
Ampa avvolta nella sua verde maestosità, piccola, con il Faraony che scorre al tuo fianco…
Quasi come se dovessi chiederle il permesso…
Un posto magico come descrive anche la mia compagnia di viaggio Agnese!


La F.M.A. è situata in alto, alla fine della strada principale.
Un ospedale a tutti gli effetti, qui passerò i prossimi nove mesi….
Ovviamente ha qualcosa di più di un semplice ospedale… Perché è “Casa”.
Anche qui il passaggio di don Mario, è forte e impresso.
La F.M.A. è casa perché è famiglia.
Non posso nascondere che l’impatto è stato davvero forte.
E come in tutte le famiglie, a volte incontri ostacoli, incomprensioni, a volte non ci si ascolta abbastanza, o si dà per scontato… genitori e fratelli non ci è dato sceglierli eppure sono coloro che più ti ameranno così come sei, che saranno sempre al tuo fianco…
Fai presto ad affezionarti ad Ampa, però devi essere come il fango, morbido e malleabile, come quando c’è la “rano bè” e scorre forte l’acqua nella stessa direzione.
Ma non so ancora dirvi il perché.
Forse ripartendo da è famiglia: tutti vivono qui.
Il personale dell’ospedale, i guardiani e le varie figure che ruotano attorno a quest’immensa “macchina”, (un po’ come il corpo umano)
Per alcuni anche le loro famiglie, altri invece ce l’hanno lontana ma lavorando qui, si vive qui.
E le famiglie degli ammalati, dei ricoverati, i tubercolotici che sostano qui per due mesi per la terapia.
A tavola, noi volontarie, suore, (perno fondamentale di quiggiù) il direttore, i medici…
Inevitabilmente inserendoti nella sua quotidianità cominci a conoscere le persone…
I giorni diventano settimane e la routine di un “Akory aby” diventa pane quotidiano, del quale non puoi fare a meno…
Ampa ti smentisce e ti mette alla prova continuamente, da quando ti metti a letto a quando ti alzi…
A partire dal clima, ai suoni…
Qui come dicevo la natura prevale regina al contrario della città… se te la immaginavi silenziosa beh, i bambini, da quelli che giocano a quelli che piangono, e urlano, le anatre, i galli, le galline, le oche, gli insetti che non sto a elencare perché non finiremmo più…(Menomale che Agnese ogni tanto fa selezione naturale!)

Il lavoro: dal garage, alla falegnameria, alla produzione di caffè, alla Modestine che conta assieme a Norbert, alla Masera che fa scoperte in laboratorio, all’Agnese che tra una parola in malgascio e una in italiano, scherza con Tatà e Filippo in farmacia…
Ai bambini al pomeriggio che giocano con Agnese in puppunière, per poi andare un po’ più in là dalle madri, alle donne in dolce attesa al reparto adulti…
Tutto ha un suo ritmo, ogni cosa ha un suo posto e un suo momento, tutti sanno ciò che devono fare e tutto ha un orario ben preciso…
Inizia presto la giornata ad Ampa, e inevitabilmente finisce presto, e quando ti ritrovi ad avere sonno e a letto alle otto e mezza capisci di essere un minimo entrato nel giro… e vi assicuro che venire da un mondo dove le otto e mezza erano il pieno dell’ingresso al cinema…fa effetto…

 Ci sono tantissimi episodi che in questi due mesi circa e mezzo, mi hanno colpito, mi rimarranno per sempre impressi e mi hanno messo alla prova: da un bimbo piccolissimo che piange urlando perché un “Vazah” è diverso e lo spaventa da matti, ad uno invece che ti da fiducia e ti sorride, e gioca con te, ad una mamma dai tubercolotici che quasi si emoziona perché il bimbo di due anni ormai prende da solo il termometro e si prova la temperatura, al tragitto per andare a trovare un ammalata che era ricoverata in ospedale, abita al di là del fiume, quindi un pezzetto di lakana, un altro pezzetto a piedi, in quei giorni aveva piovuto molto, il cammino era davvero fangoso, da fare scalzi, e rendersi conto di non sapere cosa sia l’equilibrio, o quanto importante fosse l’utilizzo delle dita dei piedi… o della mano della masera.
Dal chiedersi continuamente come fanno loro, come ha fatto quella ammalata a raggiungere l’ospedale, in queste condizioni…? Alla fine scivolare totalmente e vedere le donne del villaggio che corrono verso di te per lavarti…dicendogli che non ce n’era bisogno, ma loro continuavano…a usare la loro acqua per lavare me sporca di fango.
Al poter scorgere nelle case costruite tradizionalmente, una donna che cuce, con una macchina da cucire vecchissima, ad un'altra che intreccia la rafia, una che cucina, pentola e carbone…
All’organizzare la formazione con i medici, che fanno un lavoro immenso, e si sforzano per parlarti in italiano e quando tu non crederai di potercela fare, loro con quel basso tono di voce ti diranno che funzionerà…all’incontrare tutte le figure di un villaggio, dal re, al sindaco agli agenti comunitari (per i meno esperti c’è zio Google, anch’io non ne conoscevo l’esistenza-“Déclaration de Ouagadougou”) alle matrone di villaggio (ostetriche tradizionali) alla voglia di mettersi in gioco ancora…
Allo scontrarsi con la realtà, con la diversità…
Al sentirsi completamente inutile, che loro aiutano te, ad inserirti, ad accoglierti a parlare la tua lingua, e a volte anche alcuni che ti fanno sentire tanto diverso, forse anche non voluto per ciò che rappresenta il nostro passato...la storia, forse.
Allo scorrere del tempo, percezione che ho avuto sin dall’arrivo, come quando esci dalla centrifuga della lavatrice ti siedi, ti guardi e ti dici: “e adesso...?”
…Niente, buona missione, soava dia!

Alba
Ampasimanjeva

mercoledì 2 dicembre 2015

Le prime immagini dalla missione

Non so bene cosa raccontare, ci sarebbero tante cose da dire ma  vorrei che  ognuno di voi potesse immaginare come è il Madagascar… Vi darò qualche spunto..

La terra non è marrone ma è rossa, i paesaggi cambiano spesso, si passa da un paesaggio di collina, a un paesaggio di pianura con risaie. Il clima è mite con un sole non troppo forte ma che viene spazzato via dalle nuvole per far posto ai famosi acquazzoni africani che durano 10 minuti e, come niente fosse, subito dopo ritorna il sole .
La popolazione del Madagascar è composta da varie etnie e da varie religioni, i bambini sono sempre pronti ad urlare “Vasa” al primo bianco che incontrano oppure a chiedere “Bombon” per poi scappare via.

Cercherò di non annoiarvi con quello che vi voglio raccontare, ma sono semplicemente alcune piccole riflessioni dopo quasi un mese dal mio arrivo ad Ambositra.

“ La straniera sono io”
Arrivata ad Ambositra  di sabato sera, domenica mattina  sono andata a messa insieme a Don Giovanni che mi ha portato con lui per partecipare alla messa in carcere.  Ecco, non dovete immaginare un carcere italiano perché non ci assomiglia per nulla. Dovete immaginare quattro stanzoni per quattrocento persone. Dentro i quali  durante il giorno si cucina, c’è chi vende qualcosa (frutta, riso pesce, sigarette tutta roba portata dai parenti ai carcerati).
Quando arriva la sera questi stanzoni si trasformano in dormitori senza  letti nè coperte ed essendo così tanti si fa a turno per dormire.  C’è chi dorme sdraiato e chi dorme seduto. Questi stanzoni si affacciano su un campo fatto di polvere, circondato da quattro mura. Alla fine del campo ci sono i bagni, senza porte ( hanno deciso di togliere le porte perché alcuni carcerati le usavano per scappare) e di fronte ai bagni ci sono i lavandini per lavarsi e per lavare le pentole, perché loro stessi devono farsi da mangiare con il cibo che i loro famigliari gli portano.
Oltre ai quattro stanzoni ci sono altre due stanze importanti: la prima è una sorta di “cucina” con due pentoloni dove alcuni carcerati sono addetti alla preparazione del pasto (di uno solo in tutta la giornata composto da riso); la seconda stanza ha varie funzioni: come chiesa, come scuola per alfabetizzazione e come “laboratorio” lavorativo per alcuni carcerati, nel quale vengono create borse, bracciali di feuillrds  e anelli in metallo.
Appena varchi quella porta controllata da guardie, che dà sul campo dove stanno quasi tutti i carcerati tutto il giorno, non passo inosservata, mi sento tutti gli occhi addosso e non so bene cosa fare o cosa dire.
Vengono tutti a salutare il Don e l’unica cosa che dico è “Salama”: tanti , troppi pensieri mi vengono alla testa quando ciascuno di loro viene a stringermi la mano. “Perché è dentro?” “La sua famiglia?” “Avrà ucciso?Oppure rubato?”
La messa inizia in una stanza dove l’umidità sembra schiacciarti, ma che al tempo stesso ti dimentichi di essere in carcere, proprio grazie alla cura con cui gli stessi carcerati hanno preparato la funzione.
I canti e le loro voci sono un qualcosa di magnifico, straordinario, si impegnano tantissimo, tra chi suona il bongo, chi la chitarra e chi la pianola.
In mezzo a loro ci sono anche le donne carcerate che sono una quindicina, sono separate dagli uomini e hanno le loro stanze situate prima del reparto maschile.
Finita la messa il Don si ferma a chiacchierare , a comprare qualche lavoretto fatto da loro, ad ascoltare eventuali problemi e a dare un po’ di riso ai minori, perché in quel carcere ci sono  quasi dieci minori che vivono insieme a tutti gli altri.
Non posso dire che sia dura oppure difficile stare lì dentro, per chi viene da fuori e ci sta giusto il tempo di una Messa, come me.
Sicuramente posso dire che, ora che ho conosciuto questa realtà, il pensiero torna spesso a loro.

“Una domenica tranquilla “

Sono le 18.30 di domenica, noi volontari siamo già tutti a casa, c’è chi sta iniziando a preparare da mangiare e chi fa due chiacchiere in sala sorseggiando una tazza di the, quando ad un certo punto si sente bussare alla porta.
Vado ad aprire e mi trovo davanti una donna con due bimbi di neanche un mese fra le braccia. Dice di venire da Landina che dista 18 km , è venuta a piedi ha camminato tutto il giorno. Ha detto che è da sola, suo marito è scappato poco dopo la nascita dei suoi figli e i suoi genitori sono morti. Decidiamo di accompagnarla all'ospedale che dista pochi metri da casa nostra. Mentre ci incamminiamo verso l’ospedale  chi chiediamo se veramente questa donna ha bisogno d’aiuto oppure vuole abbandonare i suoi figli  ( visto che la tradizione malgascia vuole che venga abbandonato uno dei due gemelli, ritenuti frutto della stregoneria) e andiamo a letto un po’ con queste domande. L’indomani scopriamo che la donna aveva bisogno di latte e che a casa l’attendono altri due figli.  Sono contenta che fosse solo quello il problema e che la mamma non abbia abbandonato i gemelli.
Spero veramente che questa “tradizione/usanza” possa cessare e che ogni mamma e famiglia capisca il bellissimo dono che è avere dei figli.

“Ti seguirò ovunque andrai”

Da quando sono arrivata ad Ambositra ho iniziato fin da subito a frequentare la Casa della Carità, perché so che è una buonissima palestra soprattutto nei momenti più difficili.
Mi hanno chiesto di seguire in particolare una bambina di nome Clarisse.
Clarisse è una bambina di due anni, fin dalla nascita è in Casa di Carità, suo papà è morto e sua mamma è malata di mente e non riesce a tenerla. Clarisse è una bambina normalissima cammina, corre, capisce tutto, l’unico difetto  è nata con un problema al palato: ha subito un’operazione e fatica a parlare ma i medici hanno detto che parlerà ci vorrà solamente un po’ di tempo.
Mi hanno chiesto di stare con lei, di  giocare e soprattutto parlarle (visto che la parola non mi manca!) per aiutarla a migliorare dopo l’operazione.
Siamo subito entrate molto in sintonia, io le provavo a dire piccole parole in malgascio e lei cercava di ripeterle. Giocavamo insieme, coloravamo e lei migliorava a piccoli passi. Oggi sono andata in Casa di Carità per fare un'attività con le tempere, ma non sono riuscita a farla. La superiora delle suore mi ha comunicato che fra due giorni Clarisse dovrà andare a Fianarantsoa dove starà per un po’ in Casa di Carità e poi andrà nell'orfanotrofio aspettando una famiglia.
Non ce l’ho fatta e sono scoppiata a piangere, non riesco a credere che questa piccola creatura prenderà il volo fra pochi giorni. Abbiamo lavorato insieme per tre bellissime settimane giorno per giorno migliorando sempre di più. Non mi dimenticherò mai di sabato mattina quando  eravamo insieme in giardino e nel vedere una mucca ci siamo avvicinate. Io ingenuamente mi sono avvicinata con lei per accarezzarla, ma nel momento in cui ho allungato la mano la mucca ha incominciato ha rincorrerci. Io l'ho presa subito in braccio e ho iniziato a correre verso casa come una disperata,  mentre lei ha iniziato a ridere di gusto fino a quando non siamo arrivate.
Oppure quando l'ho portato per la prima volta in casa dei volontari e alla vista di uno specchio si è subito fiondata a guardarsi tutta e ha incominciato a darsi piccoli baci allo specchio e ogni bacio era accompagnato da una risata.
Questi sono piccoli ricordi  che mi porterò di Clarisse, ovunque andrà.
Domani sarà dura salutarla e dirle “ buona strada”, ma sono convinta che il Signore ogni giorno metta sul nostro cammino persone magnifiche che hanno il compito di accompagnarci, seppur per un breve tratto. Non mi resta che ringraziare Clarisse e il Signore per questo nostro incontro e per il percorso fatto insieme; nel frattempo aspetto che arrivi qualcun altro sulla mia strada per continuare questa missione che questa bimba è riuscita a farmi iniziare nel modo migliore!


Un saluto e un mega bacio a tutti quanti, ogni sera un pensiero va a tutti voi!

Alla prossima... Veloma

           Agnese Bertacchini

Un anno di vita in Madagascar

Mi chiamo Giovanni e sono da poco rientrato dopo una anno vissuto in Madagascar, più precisamente ad Ambositra, uno dei posti dove opera la missione della diocesi di Reggio Emilia Guastalla.
Quasi due anni fa ho deciso di partire, finita l’università, per capire cosa significa essere missionario laico, vedere di persona le situazioni di povertà e di bisogno nel sud del mondo, sporcarmi le mani in prima persona e intanto cercare di capire quale fosse la mia strada.
Quando ho deciso di partire, probabilmente con tanta arroganza, ho pensato che sicuramente io potevo “dare” qualcosa a chi era nel bisogno, potevo “fare” qualcosa per gli altri, potevo “aiutare” chi viveva nella povertà… insomma ero sempre io al centro. Per fortuna, quando sono arrivato in Madagascar, mi sono reso conto di essere la persona più inutile del modo: non capivo assolutamente nulla di quello che la gente diceva, non ero minimamente in grado di farmi capire dalle persone, non conoscevo le usanze e le tradizioni locali e nemmeno in Casa della Carità riuscivo a rendermi utile non sapendo le loro abitudini ed il loro modo di fare le cose.


Sono partito da qui leggendo, durante una veglia che avevo organizzato per salutare gli amici del gruppo scout, il passo del vangelo di Matteo che dice “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”... pensando che era per quello che stavo partendo… mentre una volta arrivato in Madagascar mi è sembrato più che altro di sentirmi dire, come a Pietro, “Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”.

Quindi, aiutato dai preziosissimi consigli di chi era lì da molto prima che arrivassi io, ho iniziato a provare a “stare” in mezzo alle persone. All’inizio è stato molto faticoso, non si può negare, ma poi pian piano mi son reso conto di come tutti coloro che stavo frequentando si sforzavano per aiutarmi… già io che ero sceso in Madagascar pensando di “aiutare tutti” mi son ritrovato a prender coscienza di quanto a volte sia molto più difficile lasciarsi aiutare piuttosto che aiutare il prossimo.
I malgasci sono così, è una cosa eccezionale e disarmante, quando vedono che puoi aver bisogno, senza che tu chieda nulla, ti si fanno prossimi, ti offrono il loro aiuto e di colpo il tuo problema, la tua difficoltà, diventa anche il loro pensiero per cercare di aiutarti… anche se non ti conoscono, anche se è la prima volta che ti vedono in vita loro, anche se sei straniero. Ci sono diverse lezioni che credo potremmo imparare dai malgasci ed una è proprio questa: il riuscire a guardare attorno a noi, al di fuori di noi, a quelle che possono essere le esigenze di chi ci sta intorno ed offrire il nostro aiuto senza aspettare che ci venga chiesto nulla.

E così mi son lasciato aiutare a prendere pian piano confidenza, ad imparare da loro le abitudini, le tradizioni, il loro modo di fare le cose, ho imparato ad avere pazienza, a non cercare di imporre il mio modo di pensare e di agire nella convinzione che tutto debba seguire una determinata logica che per me era cosa ovvia (e questo è stato parecchio difficile vista la mia immensa testardaggine), ma al contrario mettermi ad osservare ed ascoltare anche quando sembra non esserci un senso.

Un’altra lezione bella che si apprende in Madagascar è quella dell’essere sempre e perennemente in ritardo, è una cosa che personalmente mi ha sempre dato un enorme fastidio e anche là della pazienza ne ho consumata un bel po’ prima di iniziare a capire. I malgasci sono sempre in ritardo, ma non come noi qui che fino all’ultimo secondo siamo impegnati in qualcos’altro che facciamo per noi stessi, i malgasci sono in ritardo perché considerano mancanza di rispetto camminare per strada senza salutare e fermarsi a scambiare due parole con chi si conosce. E penso che sia una differenza sostanziale perché il ritardo non è dato da tempo trattenuto per se, ma al contrario è causato da tempo che viene donato nell’incontro. Forse troppo spesso a noi capita di camminare per strada con la testa bassa a guardarci le punte dei piedi o peggio ancora rivolgendo le nostre attenzioni unicamente al cellulare che teniamo in mano senza renderci conto di chi ci cammina di fianco o evitiamo di salutare qualcuno per paura di disturbare o per paura che ci tocchi fermarci a scambiare due parole e non ne abbiamo voglia. Forse arrivare in ritardo non è poi così male se ci si guadagna nell’essere persone più socievoli.






Ciò che ho ricevuto in quest’anno trascorso in missione è di gran lunga più abbondante di quel poco che forse sono riuscito a dare io a coloro che ho avuto la fortuna di incontrare... è una frase che tutti quanti ripetono ma è anche la cosa più vera che si possa dire.

È stato un dono veramente grande per me questa chiamata a partire come missionario laico a condividere un pezzo di strada con tante splendide persone che ho incontrato in Madagascar, anche con gli altri fratelli e sorelle della famiglia dei missionari e volontari reggiani, che è ben numerosa e si compone di varie figure, diverse e complementari nel modo di vivere la missione.
Sono grato al Signore per ogni singolo incontro, perché ciascuno mi ha lasciato tanto e credo mi abbia insegnato qualcosa: qualcosa che spero di riuscire a custodire per farne tesoro nella mia vita.

Anche se l’approccio non è sempre stato facile, ho ricevuto molto dai tanti poveri che ogni giorno hanno suonato alla campanella di casa chiedendo prima di tutto di essere ascoltati e poi di essere aiutati nella difficoltà che stavano attraversando. Ho ricevuto tanto dalle suore e dagli ospiti della casa della carità di Maharivo, a due passi da casa volontari, che mi hanno sempre accolto, aiutato e guidato con grande affetto e mi hanno fatto veramente sentire a casa e parte di una splendida famiglia condividendo con me ogni cosa. Ho ricevuto veramente tanto dai numerosi bambini con cui ho trascorso le mie giornate in missione: dai bimbi in cura presso l’Akanin’ny Marary con i quali abbiamo fatto tante chiacchiere per cercare di conoscerci e di guadagnare piano piano un po’ di fiducia da parte loro; ai bimbi di Maharivo, il quartiere di Ambositra in cui abitavo, bimbi spesso poveri che non hanno niente e che non hanno la possibilità di studiare, ma che con grande gioia e splendidi sorrisi mi seguivano per fare qualche attività e un po’ di giochi insieme; i bimbi con disabilità mentale che frequentano le classi integrate all’interno della scuola pubblica di Ambositra e le loro insegnanti con i quali ho lavorato in merito al progetto di RTM sulla salute mentale, con qualche difficoltà nel riuscire a collaborare su una linea condivisa insieme alle insegnanti, ma con la gioia di raggiungere buoni risultati per gli studenti; e per concludere i bimbi che vivono nella casa/comunità di Fanomezantsoa in quanto i loro genitori, o l’unico genitore, sono detenuti in carcere… a Fanomezantsoa ho lasciato il mio cuore, costruendo, settimana dopo settima, un forte legame con ciascuno dei 14 giovani che ci vivono e con Mme Bako e suor Julie che se ne prendono cura…

Fanomezantsoa  in malgascio vuol dire “un dono grande” e credo nn ci sia parola più adatta a descrivere ciò che è stata per me questa missione.

Giovanni Aldrovandi

martedì 18 agosto 2015

Diario di viaggio dal Madagascar

Dal campo estivo ancora in corso:

Domenica 9 agosto 2015 ore 23:30, Antananarivo
Mettiamo piede in Madagascar, l' “Isola rossa”. Dopo quasi due ore di attesa per le valigie, eccoci in pulmino diretti alla casa dei volontari di “Tanà”. L’attesa e la voglia di “vedere” è tanta, ma stasera ad impedircelo sono il buio pesto ed il tanto sonno.

Lunedì 17 agosto, Ambositra
Oggi, dopo una settimana qui, tante sono le sensazioni e le emozioni provate:
…vedere tanta gente per strada, chi con le scarpe, chi con i sandali rotti, chi con le ciabatte, ma tanti semplicemente scalzi…e pensare che noi guardiamo bene per vedere cosa non pestare!!
… vedere negli occhi delle persone la gioia di un incontro, di un sorriso o di un semplice saluto, ma anche le difficoltà e le ingiustizie che questa terra provoca…
…commuoversi di fronte al linguaggio universale del sorriso…
…vedere quante persone considerano l’andare alla Messa come una vera e propria festa, persone che, indipendentemente dalla situazione in cui si trovano, povertà, reclusione, sfoggiano il loro vestito più bello e partecipano cantando, suonando, soprattutto con un sorriso costante sui loro volti. 
…quanto buio nel viaggio da Tanà ad Ambositra, quanto buio per le strade quando il sole scende. Non ci sono lampioni né luci alle finestre. Ci vogliono occhi allenati per guidare al buio, per accorgersi di quelli che ci camminano a fianco. 

Allora puoi vedere che non sei solo sulla strada e che le tue difficoltà non sono poi così grandi come pensavi…