lunedì 19 settembre 2016

La porta del povero

Ritornando in terra peruviana, seppur per pochi giorni, non potevo non ripercorrere le strade che tutti i giorni, percorre la gente che frequenta la nostra missione.

Le strade polverose della periferia di Lima

Strade ´polverose, spesso in salita, attraversate da rigagnoli di ogni genere, affiancate da fili elettrici, spesso aggrovigliati e pendolanti. Per non parlare poi delle infinite strettoie , ai lati delle strade, strettoie che conducono a loro volta a realtá sempre piu nascoste e lontane...

Qui le famiglie ancora non hanno l’ acqua in casa... contenuta in cisterne comuni, viene portata, pagando, con bidoni alle proprie abitazioni.

Un giorno, arrivando davanti all’ ”abitazione” di una famiglia che volevo vistare, mi fermo ad ammirarne la PORTA... si’, la porta , di cui si parla tanto in quest’anno giubilare...: si tratta di una porta semplice, di legno, molto fragile .... basta poco per sfondarla. Osservo che la porta é SOCCHIUSA: sono attesa...

La porta socchiusa
L’accoglienza é commovente per la semplicitá e la gioia con cui sono ricevuta... All’interno é tutto un “gioco” di lamiere, teli, tavole di compensato” che cercano di creare alcuni spazi, delle piccole stanze. La giovane coppia che mi accoglie non esita a farmi entrare e mi porta fino al cuore di quel “labirinto”. L’incontro con la famiglia e’ semplice, fatto di ascolto e di semplici gesti, come quello di mangiare qualcosa insieme... Nella povertá, tutto é stato preparato con molta cura, anche la sedia migliore riservata per l’ospite.

Varcare la porta del povero e lasciarmi condurre nel suo mondo, nelle sue fatiche, nelle sue ferite... senza pretendere di dare facili risposte o “ricette di conversione”, e´la mia sfida piú grande.... forse la nostra sfida piu grande. Una cosa é certa: colui che puo sembrare il “piu povero” , non lo é sicuramente in fatto di umanitá e di fede.

Sorprende poi la riconoscenza finale da parte della giovane coppia: sulla soglia di casa, il dono di un frutto perché mi ristori durante il cammino di ritorno.

All’uscita, mi rimetto in cammino, davanti a me una distesa infinita di “baracche e polvere. Di polvere e di baracche”. Quante vole – penso – vorremmo un Dio meno coinvolto con la terra, con la polvere... un Dio meno coinvolto con la fragilitá dell’uomo.... Un Dio pulito, ordinato, perfetto, quasi “virtuoso”. Invece – fuori dalla porta – di polvere c’e ne’ tanta! Ma questa é la strada, la strada del Vangelo...

E.... “Lungo la strada é incominciata la Chiesa: lungo la strada polverosa la Chiesa continua... Camminate e starete nella Chiesa” (P. Mazzolari)

Cosi , sono le nostre strade di oggi... qui ...li’....ovunque: polverose e piene di una umanita´da cercare ed amare, con la fiducia che “le porte sono semichiuse”, sempre, anche lá dove sembra, per noi, improbabile.

Suor Paola Torelli

Riflessioni e spunti sulla GMG 2016

S.Margarida Redi, carmelitana.

Quinta feira, 1 de setembro 2016

Ciao a tutti,

dopo quasi un mese dal mio rientro dalla GMG a Cracovia voglio scrivervi le mie impressioni e il cammino che abbiamo fatto con i giovani brasiliani che hanno fatto questo cammino e vissuto questa esperienza. I giovani erano 17: 8 della parrocchia di Utinga, 6 della parrocchia di Pintadas, 1 della parrocchia di Lajedinho, 1 della parrocchia di Nova Redenção e 1 della parrocchia di Andaraì; poi eravamo in 3 preti, io, don Luigi Gibellini, don Giorlando, parroco di Utinga e don Carlos Fontenele parroco di Tapiramutà.


Divido questo tempo in due grandi tappe, la prima la permanenza in Italia e in particolare nella diocesi di Reggio Emilia, ricordando i 50 anni della missione brasiliana, e la seconda in Polonia, prima nella diocesi di Opole e poi a Cracovia.

Siamo sbarcati in Italia il 7 luglio all’aeroporto di Bologna, dove ci aspettavano don Marco Ferrari, don Paolo Cugini e don Gionatan. Subito ci siamo divisi per le rispettive destinazioni, quelli di Utinga sono andati con don Marco, quelli di Pintadas sono andati con don Paolo e gli altri con don Gionatan. Arrivati a Reggio Emilia abbiamo pranzato nella parrocchia di Regina Pacis e poi ognuno ha continuato il suo cammino verso le destinazioni assegnate, cioè quelli che erano con don Marco sono andati a Sassuolo e Castellarano e quelli che erano con don Gionatan sono andati a Guastalla; gli altri sono rimasti a Regina Pacis; fino a domenica 10 di luglio. Ognuno si è organizzato come credeva, visitando luoghi caratteristici o località della nostra terra. Il lunedì 11 di luglio siamo partiti per una settimana turistica che ci ha portato, attraverso l’Italia a visitare Perugia, Gubbio, Assisi e Roma, per tornare poi il sabato 16 di luglio a Fontanaluccia per festeggiare insieme con le Case della Carità la festa del Carmine.


La settimana dopo abbiamo viaggiato, insieme alle parrocchie nelle quali siamo stati ospitati, per arrivare nella diocesi di Opole, circa 250 km de Cracovia. Ha impressionato tutti l’accoglienza nelle famiglie, come si sono offerte e messe a disposizione nel miglior modo possibile. In Opole abbiamo fatto la settimana missionaria in preparazione alla GMG; il nostro gruppo era alloggiato a Nysa, una città di circa 45.000 abitanti, all’interno della parrocchia dove lavoravano i Verbiti, congregazione missionaria nata nel 1800, in Germania, ma poi diffusa in tutto il mondo, tanto che abbiamo incontrato un padre, giovane, che aveva fatto alcuni anni di missione in Brasile, nella nostra diocesi di Ruy Barbosa, dove fino all’anno scorso erano presenti i missionari verbiti. Questo ci ha aiutato nella comunicazione, perché il capirci è stato una delle difficoltà più grandi. I giovani della parrocchia ci hanno accompagnato nelle varie attività che erano state programmate in quella settimana, come la visita alla città, nelle varie celebrazioni che sono state fatte, come la Via Crucis per le strade della città, e il vivere in una giornata una delle Opere di Misericordia; io con il mio gruppo siamo andati a pulire le tombe in un cimitero, ricordando che “seppellire i morti”, fa parte delle opere di misericordia.

La domenica 24 luglio è stato il giorno della famiglia e tutti siamo rimasti nelle case dove siamo stati ospitati; a mezzogiorno siamo stati alla S Messa con tutti i componenti della famiglia e nel pomeriggio ci hanno accompagnato a visitare alcuni luoghi caratteristici della città, e per finire una bella grigliata in casa.

Il lunedì 25 siamo partiti per Cracovia, dove siamo arrivati nel primo pomeriggio. Dopo l’accoglienza, anche qui molto bella e calorosa, abbiamo ricevuto il Kit del Pellegrino ed, in seguito, siamo andati nelle famiglie che ci avrebbero ospitati in quella settimana; io insieme a pe.Carlos e don Gionatan (con un gruppo di 10 persone), siamo stati accolti in un chalet di legno, praticamente nel cortile della parrocchia, una bella sistemazione, in una famiglia che aveva ristrutturato la casa proprio in occasione della GMG. Il giorno seguente, giorno della Memoria, siamo stati a visitare il campo di concentramento di Auschwitz e Birkenaum; prima di entrare nel campo abbiamo fatto una celebrazione, ricordando persone che hanno vissuto il dramma della deportazione e che si sono rese segnali di misericordia dentro a queste realtà di sofferenza e di morte. Camminare in silenzio dentro i due campi è stato un momento molto forte, immaginando le tante persone che erano passate di lì e che non erano tornate alle loro case ma dopo tanta sofferenza avevano trovato la morte. Non ci sono parole per descrivere quanto è grande la malvagità umana e quanto è capace l’uomo di pensare e attuare cose di questo genere; è proprio vero che di fronte a tutto questo la risposta più vera é stare in silenzio, quello che ha fatto anche il Papa entrando e visitando i campi.


Da mercoledì a venerdì abbiamo, nella mattinata, partecipato delle catechesi; tutti i giorni bisognava fare 3 o 4 chilometri a piedi per arrivare al luogo dove ci sarebbe stata la catechesi, in italiano; la prima è stata fatta da don Massimo, la seconda da don Francesco Beschi, vescovo di Bergamo e la terza da don Matteo Zuppi, vescovo di Bologna. Molto belle e molto comprensibili; anche il modo con cui erano strutturate ha aiutato, visto che c’era anche uno spazio dove i giovani potevano fare domande e chiedere spiegazioni sul tema della misericordia. Nei pomeriggi ci si spostava per andare a Cracovia, dove un giorno abbiamo visitato e celebrato nei santuari di S.Faustina e di S.Giovanni Paolo II, in un altro abbiamo visitato la città e nel giovedì abbiamo ricevuto papa Francesco in Blonie, spazio costruito per gli eventi di quei giorni.

Sabato ci siamo messi in cammino presto, a piedi, per raggiungere la stazione del treno, che ci avrebbe avvicinato al Campus Misericordiae, luogo della veglia e della messa finale il giorno 31 di luglio. Scesi dal treno abbiamo cominciato a camminare di nuovo, insieme a una marea di giovani che stavano dirigendosi al Campus; dopo diverse ore siamo arrivati, stanchi ma allegri di essere in mezzo a quella moltitudine di giovani, una vera marea….all’imbrunire abbiamo cominciato a prepararci per accoglie il Papa che è arrivato in elicottero e poi, con la papa-mobile, è passato in mezzo ai settori dove erano accampati i giovani, e lì fu un vero tripudio…Il “sofà” e i “ponti” sono state le parole che hanno marcato di più, perché hanno richiamato a due realtà molto concrete della vita dei giovani e delle realtà dove vivono. Il sofà non rende felici, ha detto il papa, bisogna alzarsi dal sofà per calzare i sandali per andare ad annunciare il Vangelo; e bisogna costruire ponti, perché i muri creano solo divisioni e conflitti.


Il giorno finale ci siamo portati, noi preti, nel luogo della celebrazione, vicino sulla carta, ma ben distante nella realtà dal palco dove ha celebrato il Papa; ma è stato emozionante essere lì, in mezzo a tanti altri padri di tante nazione e lingue, ma con la stessa fede e, credo, nella stessa speranza che i giovani sono e devono essere sempre di più protagonisti della loro vita e della vita delle loro comunità; non è una utopia, ma una speranza piena di fiducia.

I giovani brasiliani sono tornati a casa ben entusiasmati, stanchi, ma contenti della possibilità che hanno avuto, e nella speranza di potere partecipare alla prossima GMG che sarà un poco più vicina, cioè in Panamà.




Um abraço a todos e a gente se vè daqui a pouco…      pe.Luis

Il Rischio di Dio - Lettera agli amici da Padre Filippo

Lc 15,11-32

Mongo, 9 settembre 2016 – Festa di S. Pierre Clavert

Carissime/i un abbraccione ciadiano a tutte/i!

Finalmente mi faccio vivo. E’ stato un periodo tosto e soltanto ora, dal silenzio degli esercizi spirituali qui a Mongo, il centro del nostro immenso Vicariato (a 400 Km da Abéché!), riesco a mettere a fuoco. Vi scrivo in una data importante per noi del popolo comboniano: oggi è S. Pierre Clavert, uno che ha lottato per il riscatto degli schiavi afro in America del Sud. Porta bene e dà speranza.

Tornare nel silenzio è andare dritti all’essenziale: l’amore sconfinato di Dio! Se ne parla tanto in giro di “misericordia” in questo anno santo e fa bene al cuore…ma sento poco parlare del rischio, come una delle componente irrinunciabili dell’amore. Forse perché la nostra madre Chiesa fa fatica a rischiare e come tutte le madri gioca spesso la carta della prudenza. Ma non sempre, per me, è evangelica. E invece mi sembra che il nocciolo del Vangelo sia proprio il rischio: chi ama rischia. Il tutto per tutto. Soprattutto che l’altro non corrisponda al mio amore. E il primo a rischiare è proprio Dio: lascia andare il figlio che gli ha chiesto la sua parte di eredità. E lo fa nel silenzio. Quel silenzio oggi mi parla in modo nuovo: sì un silenzio che parla. Un silenzio che soffre. E infatti il Padre sarà in attesa sulla strada ad aspettare. Non comodo in casa sdraiato sulla stuoia, come si fa qui per riposare bevendo il the con i vicini. Con il sole di queste zone non si può stare sulla strada, a meno che non ci sia un grande albero. “Lo vide da lontano…” sono le stesse parole che riprese Lele Ramin per accogliere suo fratello Fabiano che andava da lui per riconciliarsi con Dio. Il Dio sulla strada che guarda lontano. Ha preso il rischio e ora vive la sua passione…ritornerà?

Così Dio rischia la libertà. E rischia grosso. Di questi tempi sembra proprio che questa umanità non trovi la bussola: la guerra in Siria al suo quinto anno, la Libia sottosopra, attentati dappertutto anche nel cuore dell’Europa…certo i più mediatizzati. E poi le guerre di cui non si parla come il Sud Sudan…i paesi sull’orlo del baratro come Congo e Burundi. Mancava il terremoto! Dio rischia davvero che il mondo vada alla deriva? Certo il rischio c’è ma la forza della vita è ancora più forte…e per la prima volta i musulmani d’Europa si sono riversati nelle Chiese per solidarietà…tra i volontari che scavavano sotto le macerie ad Amatrice ho visto che c’erano degli immigrati…l’importanza della scuola sta prendendo piede in Ciad a ritmi accelerati…qui tra cristiani e musulmani c’è incontro e collaborazione. Certo a volte difficile ma esiste. La sera cammino tranquillamente per i quartieri di Abéché, ormai la seconda città del Ciad, senza paura. Un gruppo di donne musulmane con disabilità ha messo in piedi un progetto con la nostra Caritas per formazione professionale in cucito. Un altro gruppo di donne musulmane vedove hanno progettato con noi una pressa per l’olio. La speranza è in circolo…si ricrea nelle piccole cose. Basta non chiudersi in casa e crederci…osare l’incontro con il diverso, che a volte è complicato, ma che Dio mi ha messo sulla strada perchùè la mia vita sia più aperta e più bella.

Dio rischia sulla strada. Oggi mi sento più che mai in questa pagina, sul ritorno verso il Padre, dopo alcuni mesi di fatica e di senso di abbandono. Dio rischia anche con me!
Le elezioni truccatissime in Ciad mi hanno fatto sentire, con alcuni amici minacciati di morte, del tutto in preda ad un gruppo di gente che ha tolto la dignità ad un intero popolo. Con l’appoggio interessato di Francia, Stati Uniti, Unione Europea! C’era speranza di cambiamento…in tanti hanno votato l’opposizione per poi vedere un risultato inventato con la complicità anche di cristiani ad alti livelli. Ovvio comprati! “O Dio o Mammona” diceva il Galileo. E quando ho detto nei denti ad un amica cristiana della CENI (Commissione Elettorale Nazione...indipendente?) che un giorno dovrà rendere conto davanti a Dio e al suo popolo della truffa elettorale, sono arrivate le intimidazioni. Con degli amici abbiamo scritto ai nostri Vescovi per chiedere una dichiarazione al paese. Hanno taciuto. Anzi, una dichiarazione l’hanno fatta ma per non scontentare nessuno. Ci hanno lasciati soli. Ci hanno detto che non avevamo prove…ma che prove vogliono? Alcuni dei nostri cristiani non sono stati lasciati liberi di votare, altri hanno perso il posto di lavoro, altri minacciati, chi ha visto truccare le schede…Dio continua a rischiare con gli uomini ma sono certo che arriverà il giorno della verità. Chi avrebbe mai pensato che il sanguinario dittatore ciadiano degli anni ’80, Hissene Habré, potesse finalmente essere giudicato colpevole e condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità?
La salute che non sempre tiene e diversi problemi con le comunità cristiane spesso tolgono il sonno. A volte mi sembra di rischiare poco con la fretta di cercare una soluzione alla svelta. Poi capisco che il vero rischio qui è quello di avere la pazienza di andare a fondo nel problema, ascoltare tutti e solo alla fine prendere una decisione. Senza tornare indietro.



Dio rischia e lo fa anche con la nostra comunità comboniana. Ci ha affidato una parrocchia immensa, estesa su 6 regioni. Non certo a taglia umana. Siamo dentro al Vicariato dell’Africa Centrale che fu affidato proprio a Daniele Comboni. Ma lui non riuscì mai ad arrivarci. E così oggi ci proviamo noi macinando chilometri su chilometri per raggiungere piccole comunità cristiane molto dinamiche: le più piccole con 15-20 membri, le più grandi con 200-250. Una ventina di comunità, le più lontane a 500 Km da Abéché. Tutte in fermento: chi sta costruendo la chiesetta, chi la biblioteca, chi la scuola, chi un pozzo! Sono molto organizzate con laici impegnati e in prima linea. Sembra il Regno di Dio in cantiere…il nostro compito è di accompagnarle, incoraggiarle, seguirle, formarle. In un oceano musulmano proviamo a costruire famiglia in dialogo. A testa alta e senza paura. E a fine settembre avremo ad Abéché la nostra terza Assemblea Generale.

Non abbiamo grande esperienza: siamo tutti alle prime armi. Il meno giovane è P. Abakar dal Sud Sudan che, appena rientrato, ci ha raccontato le atroci vicende della guerra che insanguina il suo paese e il suo popolo. A ferragosto ha colpito i cuori della nostra gente ad Abéché con parole durissime ma anche con la speranza che la vita è ancora più forte della morte. Chi ne parla della guerra in Sud Sudan? E delle Elezioni in Ciad? Esistiamo per il mondo? Certo per Dio sì e anche questo è il rischio che si è preso. Che gli uomini e le donne di oggi siano diventati così presuntuosi da dare importanza soltanto al piccolo orticello di casa e semmai del quartiere. Siamo al tempo della globalizzazione e ci ristringiamo nel nostro piccolo mondo! Alziamo muri…e sembra che alla Gran Bretagna non sia bastato uscire dal progetto dell’Europa comune ma vuole anche costruire un muro contro l’afflusso dei profughi!

Possibile che ci devastino le orecchie con le primarie in USA e delle elezioni in Africa non si danno nemmeno i risultati? Ma che mondo stiamo costruendo? Chi sa che ci sono state elezioni in Gabon contestate e che la gente scende in piazza (ci sono dei morti) per gridare verità?
Dicevo che siamo in tre comboniani senza grande esperienza: Bernard congolese, ha fatto due mesi in capitale per lo studio dell’arabo. Anch’io ci sto dando sotto proprio per arrivare a parlare meglio con la gente, a leggere e capire il contesto. Vogliamo dialogare con l’islam, quindi la lingua è essenziale. Bernard è stato ordinato prete l’anno scorso: si dà molto da fare, è giovane e sveglio, una benedizione di Dio. Spesso ci parla del dramma del suo popolo: ora sono davvero in bilico perché a dicembre il mandato del presidente Kabila scade e non se ne vuole andare. Sale la tensione e la società civile non molla…il Dio che rischia.

Io ho appena festeggiato in luglio i 5 anni di ordinazione (il 9 proprio l’anniversario del Sud Sudan). Come 5 anni fa ho lavato ancora i piedi durante la messa. Questa volta a Joachin, il nostro papà veterano ad Abéché e a mama Isa, una donna straordinaria, insegnante e coordinatrice della nostra piccola Caritas. Due figlie, abbandonata dal marito, sempre attenta agli ultimi. Spesso ci fa arrivare a casa una buona “boule”, la polenta tradizionale con la “sauce longue”, tipica del sud. Dopo la messa the e biscotti tradizionali per tutti.


Dobbiamo tanto imparare. Ma almeno, dopo un lungo lavoro in equipe, quest’anno abbiamo il primo progetto pastorale del Vicariato. Abbiamo coinvolto tutte le comunità, raccolto questionari e poi con i laici rappresentanti di tutte le parrocchie abbiamo scritto un progetto per i prossimi sei anni sul tema della “prise en charge”, che è il prendere in mano il nostro destino. A tutti i livelli: la fede, i cristiani impegnati, l’economia, il sociale. Si tratta di dignità e fierezza dell’essere cristiani: un dono che deve prendere più il volto africano e ciadiano dopo che i primi missionari europei hanno cominciato a raccogliere i frutti che lo Spirito aveva già da tempo seminato in questa terra. “O sei vivo e sei fiero o sei morto” diceva sempre Steve Biko, leader della lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Quindi proviamo a stare in piedi, fieri di essere uomini e donne cristiani in dialogo con l’islam per costruire Regno di Dio. Come ci ha insegnato il vescovo Oscar Romero, martire della giustizia in Salvador, che abbiamo preso come nostro testimone di riferimento. Anche in questo Dio si prende un rischio.
Ma chiede anche a noi di rischiare…l’osso del collo! Rischiare la libertà e la felicità vera…e per andare contro la corrente di un mondo disorientato credo che oggi ci indichi la strada da rischiare:
Il rischio del silenzio (quello del Vangelo e del Padre che lascia andare il figlio, non quello dell’omissione o dell’omertà contro l’ingiustizia!) contro la presunzione di questo sistema di morte. E’ davvero urgente recuperare la bellezza del silenzio per ascoltare Dio e la sua Parola, ma anche la natura, e noi stessi, il profondo dell’io interiore. Così potremo rispondere alla domanda di Isaia: “Sentinella, a che punto siamo della notte?” (Is 21,11)

Il rischio della resistenza contro la violenza: in un mondo sempre più violento e armato sento il richiamo a non demordere sulla certezza che l’altro è mio fratello, è mia sorella e che per proteggerli sono chiamato a lasciarmi disarmare contro ciò che ostacola la fratellanza e tutto ciò che esercita potere e dominio sull’altro. Sono chiamato ad uno stile di vita radicalmente nuovo in tutti gli ambiti dell’esistenza a partire dal primato delle relazioni.
Il rischio del coraggio contro la paura: in un mondo che vorrebbe farci chiudere in casa sento la necessità di uscire fuori per organizzare la speranza, darle dei riferimenti concreti. Con i piedi a terra e il sogno ben in alto. A cominciare da piccoli gruppi di gente che ci crede, dalle piccole comunità cristiane di base…

Forse alla fine il rischio più grande è quello da non prendere: il rischio che le situazioni della vita per quanto dure e dolorose scelgano sempre per noi. E non scegliere da che parte stare è il rischio di essere tristi e di attraversare questa vita senza passione.
Il momento è certamente duro…ma il Padre vede da lontano…qualcosa si muove…qualcuno sta tornando. Sei te? Sono io? Siamo noi? O è finalmente un popolo nuovo in cammino…
Allora si riaccende la speranza di un umanità nuova: l’anello è pronto, i sandali quasi, l’abito più bello è solo da stirare. E il profumo del vitello grasso riscalda ancora il cuore e la passione di questa umanità dalle vene aperte… in cammino.

Vostro sempre,
Filo

martedì 30 agosto 2016

Quando il dottore è una sorella

Vado regolarmente in Congo da anni, nelle regioni dell’Est, quelle pericolose per una guerra che ha causato almeno 8 milioni di morti sul territorio. Guerra non etnica ma economica, per appropriarsi delle terre spaventosamente ricche di minerali preziosi. 
Ma questa è un’altra storia, non la solita lezioncina sui minerali  ma la storia di una grazia che mi è stata data quest’estate, appena arrivata nel Kivu.  

Arriviamo (siamo in 3, nel nostro gruppetto di viaggio) il 15 luglio pomeriggio a Goma, capoluogo del Nord Kivu. Siamo ospiti delle Piccole Figlie, congregazione di suore che hanno la casa madre a Parma.
La domenica sera, il 17, durante i vespri tutte le suore, a turno, pregano in suffragio di Marie-Jo. Conosco una Marie-Jo, medico all’ospedale di Ciriri, a Bukavu (capoluogo del  Sud Kivu), e scopro che preghiamo per lei, morta nella notte in Francia. Mi spiace ma penso anche che tutto si concluda con le espressioni dovute di cordoglio.
Lunedì viaggiamo verso Bukavu, gli amici ci accolgono con il solito calore e ci raccontano che è morta Marie Jo.
I giorni successivi, fino alla celebrazione in suffragio del venerdì mattina, sono un racconto dietro l’altro sulla vita ed i meriti di Marie-Jo. Scopro che il medico, chirurgo ortopedico, era in Congo da 37 anni, dopo aver lavorato in Vietnam durante la famosa guerra. Scopro che era a Kikwit (la città più colpita) durante la prima epidemia del virus Ebola, e non ha abbandonato l’ospedale ma è una dei pochi sopravvissuti .
Scopro che la gente è triste, davvero triste…

Chi racconta che Marie-Jo l’ha curata gratuitamente, chi, militare, ringrazia Marie-Jo che gli ha salvato una gamba da amputare…
Era una missionaria Marie-Jo, 
una laica consacrata, una francese, un medico. 
Il suo nome completo era Marie-Jo Bonnet. 
Era in Francia per un periodo di vacanza, per accudire la madre centenaria.

La messa di suffragio del venerdì mi ha segnato tanto. 
Ho scoperto che la donna modesta, che abitava in ospedale, che avevo incontrato più volte, aveva alle spalle una storia eroica di amore e dedizione verso i congolesi. 
Non ha abbandonato l’ospedale durante Ebola né durante la guerra…

La Messa, molti preti, 
anche Padre Nicola, saveriano, 
il Vescovo Maroy che presiede la celebrazione, non rendono l’idea della partecipazione popolare alla preghiera, 
della donnina evidentemente molto povera seduta davanti a me e che  ci chiede (siamo bianchi, quindi torniamo in Europa) di portare una sua lettera sulla tomba del dottore, che l’aveva curata benissimo e gratis.
Grande raccoglimento, la corale delle feste, preghiera e testimonianze… 
Io sento su di me la responsabilità storica (anche della storia contemporanea) dell’Europa che causa grandi sofferenze alla gente del Kivu, ma colgo l’amore nei confronti di Marie Jo, profondo, grato. Resto lì, intontita ed ancora una volta debitrice della grazia di aver potuto esserci, in un momento triste per la regione tutta, e per aver ricevuto testimonianza di quanto l’amore resta anche se sei dell’etnia peggiore… 
 di quanto Dio parla in una sala operatoria.
Grazie dottor Marie-Jo
Grazie congolesi del Kivu

Donata

lunedì 29 agosto 2016

GMG - Viaggio di una pellegrina

Pubblichiamo senza correzioni, in originale, lo scritto di una ragazza brasiliana della diocesi di Ruy Barbosa che, insieme agli altri ed agli italiani, ha vissuto la Giornata Mondiale della Gioventù in Polonia.

Sono Mirele Maiane, ho 17 anni e abito in Brasile, nel comune di Lajedinho, parrocchia della diocese di Ruy Barbosa, e vivere questa esperienza della Giornata Mondiale della Gioventù è stato come rinnovarmi novamente, per i semplici gesti, per le parole símplice e per la simplicità...dell’avere vissuto tutto questo. Quando sono stata chiamata per participare della GMG, mai avrei pensato che potessi apprendere in quella esperienza, il bello della vita. Per prima cosa, quando sono arrivata in Italia, sono stata accolta come se già mi conoscessero, così anche in Polonia, e questo cambiò la mia idea di pensare, perchè lasciando il Brasile non mi aspettavo questo tipo di accoglienza, e dovetti cambiare totalmente questo mio modo di pensare. Visitammo molti luoghi, ma quello che più mi chiamò attenzione, visitando il campo di concentramento di Auschwitz, non furono le cose che ho visto, ma quello che mi hanno raccontato di ciò che è sucesso là dentro, la tristezza del vedere come qualcuno avesse potuto fare tutto quel male, ma nello stesso tempo sono riuscita a uscire dal campo con uno sguardo misericordioso, perchè ho saputo delle azioni che varie persone che si donarono per rendere più umano quel luogo; in modo perticolare mi ha impressionato la storia di Massimiliano Kolbe, frate franciscano che ha donato la vita per salvare un’altra persona.
Questo mi ha fato riflettere sul come anche noi dobbiamo essere misericordiosi, dobbiamo guardare tutta la nostra realtà con lo sgurdo di Dio.
(Bem aventurados os misericordiosos, porque eles alcançarão misericórdia......Beati i misericordiosi, perchè raggiungeranno la misericórdia. E’ il ritornello dell’inno della GMG in portoghese)

I giorni passavano e ogni luogo in cui passavo, rimanevo impressionata davanti alle tante culture, costume...e arrivando il giorno in cui giovani di tutto il mondo si incontrarono per riflettere insieme, mi diede una grande gioia. Mi ha fatto molto pensare la frase che Papa Francesco ha detto, ricordando Giovanni Paolo II, cioé che “nel mondo dobbiamo costruire ponti e non barriere”. Ponti perchè io possa incontrare il mio fratello non muri che mi impediscono di camminare insieme con il mio fratello.

Un’altra frase che ha detto papa Francesco e che mi ha molto colpito, e che tocca  molto spesso quello che viviamo, noi Giovani, nelle nostre giornate, é stata questa:“alzatevi dal sofá, mettete i sandali ai piedi e uscite ad annunciare il vangelo”. Non possiamo come Giovani essere accomodati, pantofolai, ma dobbiamo vivere la realtà con gli occhi di Cristo, come ancora papa Francesco ci disse:“non dobbiamo confondere la felicita con il sofá”

Questa è stata la maggiore esperienza che ho vissuto nella mia vita, c’è stato un inizio , ma tutto quello che ho vissuto in questo tempo  lo porterò sempre con me, non può esserci una fine, perché le cose visto e esperimentato non le dimenticherò mai. E’ stata la mia prima GMG di molte che spero vivere, per potere apprendere e potere trasmettere agli altri Giovani miei amici, tutto quello che ho vissuto e que vivrò.

Il viaggio di Marzia in Albania


Ringrazio il Centro Missionario per avermi dato l'occasione di incontrare e conoscere la chiesa della diocesi di Sapa.


Prima di partire ho letto gli scritti di don Luigi Gugliemi dove racconta l'inizio della nostra presenza e anche qualche libro/testimonianza sulla chiesa durante il comunismo di E. Hoxha; ciò che mi ha colpito è stata il legame con la chiesa sorella in Rwanda e il progetto Amahoro.
Albania prima e Rwanda poi uscivano da violenze inumane e la scelta fu di ripartire dai più piccoli, e come richiesto dai locali di portare e far conoscere il Vangelo: "veniteci a parlare di Dio!"; è stata la richiesta che colpì la nostra chiesa concentrata sulle opere e sul fare.
La nostra presenza nella diocesi di Sapa accompagna una chiesa sorella a proseguire un cammino che ha bisogno di tanta speranza (lettera di don Luigi, 20.2.1993)






Le difficoltà non mancano perchè la zona dove siamo continua a spopolarsi; i giovani ambiscono ad andarsene per cercare fortuna altrove; la diocesi è in attesa del nuovo Vescovo e sono ancora poche le vocazioni albanesi; la Casa di Carità è segno e con piccoli passi tenta di far riscoprire il senso vero del volontariato.
Il mese di luglio le attività parrocchiali sono sospese e l'attenzione di Don Stefano e Laura è per i bambini e ragazzi che non hanno scuola e per i quali si organizzano orsi di italiano e chitarra per continuare a stare vicini.
Gocce di speranza:
- la Casa di Carità, con suor Rita e Suor Grazia, ha volontariato tra le signore, tra i ragazzi e le ragazze ed è meta di visite da parte di gruppi che vogliono conoscere questa famiglia così particolare;
- prima della S. Messa in chiesa si recita o canta il rosario, arma usata negli anni del comunismo che ha tenuta viva la fede di tante persone;
- la canonica di Gomisqe che da luogo di detenzione è diventato luogo di evangelizzazione;
- gite al mare per i disabili accompagnati dai familiari organizzati dalla Caritas;
- tutto parla della presenza di Dio, di Dio che ha vegliato e veglia su questo popolo.

Lo scambio tra chiese sorelle, dono inestimabile per la nostra diocesi, forse non ci aiuterà a cambiare la pastorale, ma potrà sostenerci nel cammino di conversione che anche noi stiamo compiendo; anche noi oggi siamo una chiesa che ha bisogno di riprendere forza e speranza, ha bisogno di coraggio per fronteggiare le sfide culturali che vogliono annientare l'umanità delle persone; che deve partire sempre dai più poveri e migranti; una chiesa che con umiltà può imparare che cosa è la FEDE e chiedere "venite a parlarci di DIO!".

Con gratitudine.

Marzia

giovedì 25 agosto 2016

Chiese Sorelle

Ringrazio il Centro Missionario per avermi dato l'occasione di incontrare e conoscere la chiesa della diocesi di Sapa.

Prima di partire ho letto gli scritti di don Luigi Gugliemi dove racconta l'inizio della nostra presenza e anche qualche libro/testimonianza sulla chiesa durante il comunismo di E. Hoxha; ciò che mi ha colpito è stata il legame con la chiesa sorella in Rwanda e il progetto Amahoro.

Albania prima e Rwanda poi uscivano da violenze inumane e la scelta fu di ripartire dai più piccoli, e come richiesto dai locali di portare e far conoscere il Vangelo: "veniteci a parlare di Dio!" è stata la richiesta che colpì la nostra chiesa concentrata sulle opere e sul fare.

La nostra presenza nella diocesi di Sapa accompagna una chiesa sorella a proseguire un cammino che ha bisogno di tanta speranza (lettera di don Luigi, 20.2.1993)

Le difficoltà non mancano perchè la zona dove siamo continua a spopolarsi; i giovani ambiscono ad andarsene per cercare fortuna altrove; la diocesi è in attesa del nuovo Vescovo e sono ancora poche le vocazioni albanesi; la Casa di Carità è segno e con piccoli passi tenta di far riscoprire il senso vero del volontariato.
Selfie con Laura, Don Stefano, Marzia e (sotto) Vilma

Il mese di luglio le attività parrocchiali sono sospese e l'attenzione di don Stefano e Laura è per i bambini e ragazzi che non hanno scuola e per i quali si organizzano corsi di italiano e chitarra per continuare a star loro vicini. Li aiutano Vilma e Benito, due ragazzi locali che si danno molto da fare.

Gocce di speranza:
- la Casa di Carità, con suor Rita e Suor Grazia, ha volontariato tra le signore, tra i ragazzi e le ragazze ed è meta di visite da parte di gruppi che vogliono conoscere questa famiglia così particolare;

il simbolo dei tre pani impresso nei muri della Casa della Carità
- prima della S. Messa in chiesa si recita o canta il rosario, arma usata negli anni del comunismo che ha tenuta viva la fede di tante persone;

- la canonica di Gomisqe che da luogo di detenzione è diventato luogo di evangelizzazione;

La casa della missione, durante il regime luogo di detenzione
- gite al mare per i disabili accompagnati dai familiari organizzati dalla Caritas;

- tutto parla della presenza di Dio, di Dio che ha vegliato e veglia su questo popolo. Lo scambio tra chiese sorelle, dono inestimabile per la nostra diocesi, forse non ci aiuterà a cambiare la pastorale, ma potrà sostenerci nel cammino di conversione che anche noi stiamo compiendo; anche noi oggi siamo una chiesa che ha bisogno di riprendere forza e speranza, ha bisogno di coraggio per fronteggiare le sfide culturali che vogliono annientare l'umanità delle persone; che deve partire sempre dai più poveri e migranti; una chiesa che con umiltà può imparare che cosa è la FEDE e chiedere "venite a parlarci di DIO!".

Con gratitudine.

   Marzia