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giovedì 5 ottobre 2017

Un viaggio strano

Donata Frigerio, consacrata dell’Ordo Virginum, membro della Rete Pace per il Congo e operatrice del Centro Missionario Diocesano, racconta del suo recente viaggio nel Kivu, a nord-est della RD del Congo, zona martoriata dal conflitto provocato dagli interessi internazionali per le risorse minerarie.

“L’Africa, o la mangi o ti mangia”. Questo proverbio mi è stato raccontato da un missionario, in Africa, per spiegarmi come nel continente o ti butti e parli con la gente, assaggi i cibi diversi, sperimenti e ti sperimenti nelle situazioni, hai sete di conoscere (perché capire a volte è troppo difficile), oppure sei devastato. La natura, la situazione in cui la gente è costretta a vivere da forze esterne è così “forte”, a tratti violenta, che scopre di te i lati più nascosti.

Una strada di Goma, tutta in pietra lavica. Sullo sfondo le abitazioni 
Da anni vado in Africa, nella martoriata regione dei Grandi Laghi, a cavallo tra Rwanda, Burundi e Congo RD. Soprattutto in Congo, nel Kivu. Quest’anno ci son stata purtroppo solo l’indispensabile, per partecipare al matrimonio di una carissima amica. Forse perché avevo pregato molto, prima della partenza, che Dio mi aiutasse ad aprire gli occhi del cuore a quanto avrei vissuto, anche se ero razionalmente preparata al peggioramento della situazione generale, anche se ho vissuto 4 giorni di festa e innumerevoli baci ed abbracci, il mio “mangiare l’Africa” mi ha segnato profondamente.
Solo un paio di episodi del mio vissuto, a Goma,

martedì 30 agosto 2016

Quando il dottore è una sorella

Vado regolarmente in Congo da anni, nelle regioni dell’Est, quelle pericolose per una guerra che ha causato almeno 8 milioni di morti sul territorio. Guerra non etnica ma economica, per appropriarsi delle terre spaventosamente ricche di minerali preziosi. 
Ma questa è un’altra storia, non la solita lezioncina sui minerali  ma la storia di una grazia che mi è stata data quest’estate, appena arrivata nel Kivu.  

Arriviamo (siamo in 3, nel nostro gruppetto di viaggio) il 15 luglio pomeriggio a Goma, capoluogo del Nord Kivu. Siamo ospiti delle Piccole Figlie, congregazione di suore che hanno la casa madre a Parma.
La domenica sera, il 17, durante i vespri tutte le suore, a turno, pregano in suffragio di Marie-Jo. Conosco una Marie-Jo, medico all’ospedale di Ciriri, a Bukavu (capoluogo del  Sud Kivu), e scopro che preghiamo per lei, morta nella notte in Francia. Mi spiace ma penso anche che tutto si concluda con le espressioni dovute di cordoglio.
Lunedì viaggiamo verso Bukavu, gli amici ci accolgono con il solito calore e ci raccontano che è morta Marie Jo.
I giorni successivi, fino alla celebrazione in suffragio del venerdì mattina, sono un racconto dietro l’altro sulla vita ed i meriti di Marie-Jo. Scopro che il medico, chirurgo ortopedico, era in Congo da 37 anni, dopo aver lavorato in Vietnam durante la famosa guerra. Scopro che era a Kikwit (la città più colpita) durante la prima epidemia del virus Ebola, e non ha abbandonato l’ospedale ma è una dei pochi sopravvissuti .
Scopro che la gente è triste, davvero triste…

Chi racconta che Marie-Jo l’ha curata gratuitamente, chi, militare, ringrazia Marie-Jo che gli ha salvato una gamba da amputare…
Era una missionaria Marie-Jo, 
una laica consacrata, una francese, un medico. 
Il suo nome completo era Marie-Jo Bonnet. 
Era in Francia per un periodo di vacanza, per accudire la madre centenaria.

La messa di suffragio del venerdì mi ha segnato tanto. 
Ho scoperto che la donna modesta, che abitava in ospedale, che avevo incontrato più volte, aveva alle spalle una storia eroica di amore e dedizione verso i congolesi. 
Non ha abbandonato l’ospedale durante Ebola né durante la guerra…

La Messa, molti preti, 
anche Padre Nicola, saveriano, 
il Vescovo Maroy che presiede la celebrazione, non rendono l’idea della partecipazione popolare alla preghiera, 
della donnina evidentemente molto povera seduta davanti a me e che  ci chiede (siamo bianchi, quindi torniamo in Europa) di portare una sua lettera sulla tomba del dottore, che l’aveva curata benissimo e gratis.
Grande raccoglimento, la corale delle feste, preghiera e testimonianze… 
Io sento su di me la responsabilità storica (anche della storia contemporanea) dell’Europa che causa grandi sofferenze alla gente del Kivu, ma colgo l’amore nei confronti di Marie Jo, profondo, grato. Resto lì, intontita ed ancora una volta debitrice della grazia di aver potuto esserci, in un momento triste per la regione tutta, e per aver ricevuto testimonianza di quanto l’amore resta anche se sei dell’etnia peggiore… 
 di quanto Dio parla in una sala operatoria.
Grazie dottor Marie-Jo
Grazie congolesi del Kivu

Donata

martedì 15 marzo 2016

Sr Alvera e il suo orfanotrofio nel Kivu

« Suor » Alvera è una donna congolese dall'energia incredibile.
Era una missionaria carmelitana, ha studiato in Italia per 4 anni, si è formata come catechista e sarta per sostenere le donne, ha lavorato per 4 anni in brousse (nei villaggi spersi sulle montagne), poi in città, nella martoriata regione del Nord Kivu, al centro di un conflitto terribile per più di 20 anni.

E' stata missionaria in Madagascar, dove ha conosciuto Don Emanuele Benatti.
Di ritorno dal Madagascar ha notato la drammatica situazione dei bambini di strada, orfani di guerra e abbandonati in balia dei mercenari di turno, a rischio costante di morte o di essere obbligati ad entrare nelle fila dei gruppi armati come bambini soldato. Ha chiesto di distaccarsi dal Convento e di occuparsi dei bimbi e le è stato concesso per un breve periodo. Messa alle strette dalla congregazione, con la quale è rimasta comunque in ottimi rapporti, Alvera ha deciso di uscire dalla Congregazione e rimanere con i bambini. Ha aperto un piccolo orfanotrofio, casa di accoglienza, a Goma, città capoluogo del Nord Kivu. 






Il suo stile e la sua storia ricordano Madre Teresa di Calcutta, vive in povertà insieme ai suoi bambini, a cui fa da mamma, ed aiuta tutti coloro che si rivolgono a lei per un problema o una parola buona.

Ora si occupa, aiutata da qualche volontario e qualche mamma del quartiere, di una 40ina di bimbi in casa e di altri 70 che si trovano nelle loro famiglie, in situazione di estrema povertà, che lei accompagna perché possano frequentare la scuola.

Un sorriso dolce e disarmante, corporatura sottile e fraglie, Alvera non rivela tutta la sua forza interiore, la determinazione che le viene dall'amore di Dio che riversa sui piccoli di cui si fa carico. I bambini non hanno quasi nulla ma non manca loro l'affetto ed un tetto.

La casa ora è assolutamente insufficiente alle necessità dei bimbi e, con l'aiuto di amici italiani e canadesi e di Suor Giovanna Gallicani dell'Istituto Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, si sta provvedendo, pian piano, alla costruzione dei bagni e della cucina nuovi, per arrivare poi alla ristrutturazione delle camerate e di tutta la casa.

L'azione di Sr Alvera è una piccola fiamma di amore che brucia per i bambini. 


Questa estate con un piccolo gruppo di Parma e di Reggio Emilia scenderò in Congo RD da Ss Alvera per sostenerla nella sua lotta quotidiana e condividere in semplicità la vita con i bimbi.  
                                                                          
                                                                                                     Donata







sabato 11 luglio 2015

Missione è uscita, incontro, confronto, sosta.



Alcuni amici si ritrovano in un bar con un desiderio: raccontare il tempo trascorso lontano, convinti che più persone lo ascolteranno, più l’informazione e la conoscenza del “lontano” potranno dare vita a nuove idee e ad una realtà migliore.
No, non è una barzelletta o una bella storia, è successo davvero!
Pensa ad una piazza, un sabato sera all'ora dell'aperitivo, ad un gruppo di giovani che hanno voglia di incontrarsi e raccontarsi...questo è Tutte le case portano in strada!!!



La piazza si è colorata di mondo, sono state allestite alcune “tende” con lo scopo di accogliere i visitatori in India, Albania, Rwanda, Congo RD, Brasile, Sierra Leone, Madagascar, Palestina.
Attraverso parole, sapori tipici, oggetti, fotografie, una ventina di ragazzi della diocesi di Reggio Emilia, che negli ultimi due anni hanno condiviso un tempo della loro vita in missione o come volontari all'estero, hanno pensato di invitare i passanti a osservare, ascoltare, toccare ed assaggiare un pezzetto dei loro vissuti.


Così, dalle 17.00 in avanti, tante persone sono passate incuriosite, qualcuno è entrato ed ha potuto fare domande ai giovani, fare due chiacchiere in albanese, bere il tè indiano, mangiare i mofo gasy, e ascoltare storie di speranza da paesi falcidiati dalle malattie (come l'ebola in Sierra Leone) ed altrettante di riconciliazione provenienti da territori di conflitto (come il Congo RD).
Al centro della piazza, per non dimenticare chi arriva dal mare, si è messo a disposizione Bamba, un ragazzo del Mali di 24 anni; da quattro anni vive in Provincia, ha raccontato il proprio viaggio, cominciato quando aveva appena quindici anni, attraverso la Libia, da cui è fuggito a causa della guerra, fino a Reggio Emilia.
La serata è stata un successo per noi! Crediamo che questo piccolo passo, che ci ha spinto a scendere e a sederci in piazza, sia stata l'occasione per iniziare un dialogo, un incontro, con gli anziani seduti sulle panchine nella calura estiva, con le mamme che venivano a recuperare i bambini attratti dai colori delle tende, con i ragazzi che facevano “una vasca” e hanno deciso di azzardare ad avvicinarsi e con i tanti amici che si sono messi in gioco.




Ma il dialogo e lo scambio non finiscono qui. Siamo sempre disponibili ad essere contattati al nostro indirizzo email tuttelecaseportanoinstrada@yahoo.it e a raccontarci nelle piazze di tanti altri paesi!