martedì 7 giugno 2016

Madagascar: il viaggio di don Romano

Don Romano Zanni, direttore del Centro Missionario Diocesano, è appena rientrato dal Madagascar e ci racconta della sua visita alle missioni diocesane ed ai volontari.

Carissimi tutti, prima di reimmergermi nella vita quotidiana italiana vi racconto alcune cose viste e vissute senza ovviamente la pretesa di essere esaustivo. Vado per capitoletti che mi aiutano a tenere il filo.
   
   Ai Fratelli della Carità ho dedicato tempo ed energie, come era giusto. Sapendo che la perfezione la raggiungeremo solo in cielo, posso affermare che i Fratelli della Carità stanno andando abbastanza bene, che le comunità camminano con una maggiore assunzione di responsabilità e di condivisione. Come pure mi è parso di cogliere in loro il desiderio di camminare nella volontà di Dio e la ricerca di una santità quotidiana: fatta di preghiera, di lavoro, di fatiche e prove, che nessuno si nasconde, ma riconoscendo anche tante grazie, soprattutto nel rapporto con gli Ospiti delle singole Case.  Il numero dei ragazzi in formazione è incoraggiante: tra novizi, postulanti, prepostulanti, ragazzi in stage, studenti in propedeutica e teologia sono una ventina di ragazzi. Forse non tutti arriveranno alla Consacrazione... ma è comunque un bel numero! E tuttavia non stanno perdendo tempo perchè quanto apprendono e vivono servirà comunque per la loro vita.  E’ stato bello condividere con loro e godere della loro vivacità, esuberanza e gioia di vivere.

   Sono passato da quasi tutte le Case della Carità e l’incontro con la Sorelle, anche se breve, è stato un momento bello e positivo, soprattutto quando si è potuto celebrare insieme l’Eucaristia, commentando la Parola e pregando insieme per tutta la Famiglia. Abbiamo condiviso le gioie e i dolori, vicini e lantani, come la morte del Vescovo Lucjani di Sapa e di Ernesto il fratello di sr. Laurence.  Eventi in cui abbiamo sperimentato l’abbraccio grande dell’amore di Dio attaverso la l’appartenenza alla nostra Famiglia che in vario modo si è fatta presente.


   Ho speso un tempo adeguato con i nostri missionari: sacerdoti, volontari e laici che lavorano in pastorale, nei progetti di RTM e negli impegni loro affidati dal CMD. Posso dire che sono tutti sereni, con qualche preoccupazione e fatica... ma sostanzialmente tutti contenti di essere qui e prestare il loro servizio a questi fratelli, un tempo sconosciuti, ma che divengono ogni giorno più cari.

Don Giovanni Ruozi sta costruendo la nuova chiesa ed è ovviamente abbastanza preso; stupito lui stesso che la cosa gli stia piacendo. Purtroppo ormai da tre anni manca in Diocesi il Vescovo e questo non favorisce certo le cose. Inoltre l’economo diocesano, un prete “Fidei Donum” dell’Est, è andato in vacanza e il Vescovo Alfredo, attuale Amministratore diocesano, ha chiesto a don Giovanni di assumere l’interim, che rischia di diventare più lungo del previsto. Don Giovanni è comunque molto sereno e gioioso, con il suo solito stile scanzonato e un pò zingaresco che gli dona.


Don Giovanni Davoli continua il suo lavoro di responsabile di RTM in Madagascar, assistente spirituale dei volontari, vice cappellano del carcere e aiuto per la Caritas diocesana di Ambositra. Vive ad Ambositra e guida la piccola comunità dei volontari che operano in quella città. Ci ha accompagnato con la sua auto nel viaggio al sud, sempre molto disponibile e servizievole.
Diana e Chiara continuano il lavoro difficile, affidato loro dal Vescovo di Farafangana, di fare sorgere nella città di Manakara una Caritas con le caratteristiche proprie di “Caritas”, cioè più animativa e con prevalente funzione formativa e pedagogica. Ma anche qui, come in Italia, è più facile dare la borsina del cibo che avviare processi di riscatto e di liberazione. Tuttavia vanno avanti con fiducia. 

Chiara inoltre dà una mano a don Giovanni Ruozi nella gestione di una fabbricchetta di marmellate della Diocesi che dà lavoro ad un indotto di circa 40 famiglie, e nella gestione di una piccola libreria in centro a Manakara.

   Abbiamo visitato l’Ospedale Psichiatrico di Ambokala, che continua la sua attività ed è in ansiosa attesa di Enrica, attualmente in Italia per problemi familiari. Tutti pregano per la sua mamma, ovviamente, ma anche per il ritorno di Enrica, di cui sentono la mancanza.

   I volontari di RTM, sia a Tana (come coordinamento), che ad Ambositra e a Manakara, sono parecchio impegnati nei progetti per i malati mentali, delle scuole inclusive per i bimbi disabili, per la sicurezza alimentare. Sono progetti che stanno portando beneficio a questi poveretti e alle loro famglie, che spesso non sanno dove girarsi, specie quando hanno familiari in gravi difficolta psicofisiche.
Il Coordinamento di Antananarivo fa da supporto a tutto questo tenendo le fila dei vari progetti, i contatti Istituzionali con l’Italia, con i vari Ministeri e gli Uffici competenti.
   
   L’Ospedale di Ampasimanjeva va avanti nonostante le crescenti difficoltà economiche della gente, che fa sempre più fatica a contribuire alle spese mediche, e le fatiche gestionali del personale, che necessiterebbe di riqualificazione e di assunzione di nuove figure. 

Giorgio Predieri, il Direttore, è sempre bravo, impareggiabile, forse un pò stanco anche perchè gli anni passano! Un incontro provvidenziale con Giorgio e P. Cristopher (il parroco) ha individuato una proposta da sottoporre all’Arcivescovo di Fianarantsoa, proprietaria dell’Ospedale, che speriamo possa avere conseguenze positive per iniziare il passaggio dell’amministrazione dell’Ospedale alla Diocesi di Fianarantsoa, come auspicato dal Vescovo Massimo Camisasca nella sua visita pastorale a questa missione. Non dobbiamo dimenticare il grande contributo alla salute di questa popolazione, circa 80.000 persone, che la Fondation Medicale di Ampasimanjeva offre, considerando che l’Ospedale più vicino è a più di 100 km. di distanza; se venisse a mancare sarebbe un gravissimo danno alla sanità e allo sviluppo di questa regione. Le Carmelitane Minori della Carità, che vi fanno servizio, offrono anche la loro generosa maternità ai bimbi “gemelli”, che vengono abbandonati per un “fady” culturale di questa popolazione. Attualmente ne hanno tre e nei molti anni di servizio che le Sorelle hanno prestato all’Ospedale, possono contare ormai quasi 200 bimbi salvati.

   Anche quest’ultimo viaggio mi fa percepire quanto sia vero lo slogan: “la Chiesa o è missionaria o non è”, concetto espresso in altre parole da Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium e che deve rimanere per noi tutti un programma di pastorale e di vita. 
Si è ricordato parecchie volte che l’anno prossimo si celebrerà il 50° dell’invio da parte di mons. Baroni della prima équipe, capitanata da don Mario Prandi, in questa terra. Stupisce il fatto che siano proprio i malgasci a tenerci in modo particolare a questo giubileo, a cui si stanno preparando da tempo raccogliendo le storie degli inizi, testimonianze varie, riconoscendo che la loro fede, la loro esperienza di vita consacrata, è stata generata da questo evento indubbiamente straordinario: “una Chiesa in stato di Missione” che si prende a cuore l’evangelizzazione riconoscendo il dono immenso della fede che ha ricevuto e che deve condividere perchè possa vivere. Questa condivisione ci ha oltremodo arricchiti! Diventeremmo più poveri se ci lasciassimo vincere dalla tentazione di rinchiuderci nella nostra “ povertà”. Ci lasceremmo rubare la gioia del Vangelo!

   Nella festa della visitazione di Maria a S. Elisabetta veneriamo la prima missionaria che porta Gesù che ha concepito, che “corre in fretta” verso i monti di Giuda e porta la gioia: ad Elisabetta, a Giovanni il Battista, alla casa di Zaccaria al loro villaggio. É l’urgenza e la gioia della missione che ci deve spingere in Madagascar come in Italia ad annunciare il Signore che compie le opere grandi della salvezza!  É la missione che ci fa cantare con Maria le opere grandi che Dio compie nell vita di ciascuno di noi.


     Don Romano Zanni
                                                  Vicario episcopale per la Carità e le Missioni

Ultimo saluto al Vescovo Luciano

26 maggio 2016
Qoftë levduar Jesu Krishti!

Siamo arrivati con il Vescovo Adriano martedì mattina in terra albanese per portare come Diocesi di Reggio Emilia il nostro saluto e la nostra vicinanza alla chiesa sorella di Sapa e al suo Vescovo. Ci avevano preceduto don Carlo Fantini e il diacono Antonio Ferretti.
Dopo un saluto alla comunità della Casa della Carità e ad alcuni parenti del Vescovo Luciano siamo andati in Cattedrale dove da domenica sera (festa della SS. Trinità)  è stata posta la salma del Vescovo Luciano. La Cattedrale in questi giorni è diventata davvero il centro di tutta la Diocesi: è continua la processione di fedeli laici, sacerdoti, consacrate, donne, uomini, ragazze e giovani provenienti non solo dai villaggi intorno a Vau-Dejes ma anche da tante parti dell’Albania, del Kosovo e del Montenegro.
Il Vescovo Adriano ha guidato un breve momento di preghiera per e con il Vescovo Luciano, concludendo con la benedizione della salma. Anche Pjetri ha voluto salutare per l’ennesima volta il suo amico Monsignore e, aiutato da alcuni ragazzi che lo hanno sollevato, è riuscito a toccare il vetro della bara.

Nel pomeriggio abbiamo partecipato alla S. Messa celebrata dal Vescovo del Montenegro e concelebrata da diversi Vescovi e numerosi sacerdoti. A seguire abbiamo cantato il vespro in una cattedrale colma di gente.
Ci ha sorpreso il silenzio e il clima di preghiera che si sentiva, che si respirava in Cattedrale nonostante le tante persone presenti.
Abbiamo cenato alla Casa e dopo cena ci siamo ritrovati insieme al Vescovo Adriano per ricordare un po’ la figura del Vescovo Luciano e condividere il cammino fatto, da tanti anni, insieme alla chiesa albanese.
Alcuni di noi, insieme al Vescovo Adriano, sono poi saliti a Gomsiqe per la notte.
Mercoledì è stato il giorno del funerale. Si è cominciato con le lodi cantate tutti insieme in Cattedrale.
Poi sono iniziati i preparativi per la celebrazione della Messa. Gli Ospiti della Casa con sr Rita e sr Grazia hanno trovato posto in Cattedrale insieme alle altre autorità.








Nel cortile della Cattedrale era stato installato un maxi schermo per permettere anche a chi non è potuto entrare di seguire la Messa. Il cortile si è cominciato a riempiere già dalla mattina presto e continuavano ad arrivare persone: suore, donne, uomini e ragazzi, tutti per ringraziare insieme il Signore per il dono del Vescovo Luciano.
In Albania la bara viene chiusa solamente nel momento della sepoltura, quindi abbiamo potuto celebrare la Messa anche “alla presenza” del Vescovo Luciano.
La Messa è stata presieduta dal Vescovo di Scutari, mons. Massafra, concelebrata da 11 Vescovi e tanti sacerdoti. Erano presenti religiosi e religiose, rappresentanti del mondo Ortodosso e Musulmano, rappresentanti delle istituzioni guidate dal presidente della Repubblica Albanese.
L’omelia è stata fatta dal Vescovo del Kosovo, Mons. Doda, amico di sempre del Vescovo Luciano con il quale è stato ordinato sacerdote.
Il vangelo scelto era quello dell’incontro tra Marta e Gesù, “Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà».
Gesù le risponde “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”.
Al termine della celebrazione il Vescovo è stato sepolto in Cattedrale.
Il nostro gruppetto, al quale si è aggiunto don Stefano, è ripartito per tornare a casa nel pomeriggio.

Dobbiamo ringraziare il Signore per il dono grande che è stato questo Vescovo per questa chiesa e anche per la nostra chiesa di Reggio. Dalle tante persone che sono passate per salutarlo viene da pensare che abbia voluto bene a tanti e che fosse un punto di riferimento per tanti, dai politici alle persone più semplici dei villaggi della montagna. E’ stato pastore buono in mezzo alla sua gente, avendo a cuore i sacerdoti, la famiglia, l’ecumenismo, i giovani, gli ammalati.




Ora comincia un tempo nuovo per la Chiesa di Sapa, un tempo in cui si dovrà continuare a camminare e a seminare nei solchi preparati dal Vescovo Luciano: la Casa della Carità, la Casa di spiritualità dei Balcani animata dai padri Carmelitani, la Caritas e tutte quelle piccole e grandi attenzioni che aveva per la  sua gente.



Don Filippo, sr Ines, Paola e Caterina

Cecilia e la nazione/continente

Sono Cecilia, ho 19 anni, sono da poco tornata da un'esperienza di 6 mesi in India nelle Case della Carità: è stata un'esperienza davvero forte e indimenticabile!
La prima cosa con cui sono venuta a contatto appena atterrata (alle 5 di mattina) è stato il terribile caldo (35 gradi). Poi, durante il viaggio per raggiungere la casa, ho fatto i primi incontri: intere famiglie che dormivano per strada, sotto i ponti, sugli spartitraffico etc… Mentre osservavo tutto questo, mi chiedevo dove fossi capitata: sono stata travolta da un odore terribile che passava dal pesce marcio allo smog, alla fogna a cielo aperto e nonostante il buio sono riuscita a vedere tante case fatte solamente con teli di plastica.

Versova
Poi finalmente arrivo a Versova (alla Casa della Carità) e davanti alla porta di ingresso vedo una scritta e un disegno fatti con polveri colorate (welcome): questo è stato solo il primo segnale di accoglienza. 

Nei giorni seguenti provo a capire dove sono e a conoscere un po' la casa (che fortunatamente per certi aspetti è simile a quelle italiane), a imparare i nomi degli ospiti e della gente che frequenta la casa. Piano piano cerco di interagire con loro, ma non tutti conoscono l'inglese, qualcuno parla solo Hindi o Marathi. Questo mi ha aiutato a capire una grossa caratteristica dell'India: è formata infatti da 29 Stati e ha 22 lingue ufficiali. Le uniche due lingue nazionali sono l'Hindi e l'Inglese, ma non tutti possono studiarle; di conseguenza la comunicazione anche tra loro non è sempre facile.

Un po' alla volta ci si abitua alla vita di casa; non è stata la cosa più difficile. Infatti gli ospiti sono sempre un grande aiuto sotto moltissimi aspetti e con loro si impara a comunicare anche senza parlare la stessa lingua.

Girando per le strade e andando tra la gente, si viene quasi abbagliati dall'enorme quantità di colori brillanti che si vedono ovunque, nel modo di vestirsi della gente, nelle case, nei negozi e persino sui carretti dei venditori ambulanti. Impressionante è anche la quantità di statue, di immagini sacre e di fiori che si vedono dappertutto. Tutto questo, in mezzo a un traffico frastornante causato non solo dalle auto e dalle riscia (una specie di apecar giallo e nero), ma anche dalle migliaia di persone che camminano in strada. La vita indiana, infatti, è vissuta per la maggior parte del tempo fuori casa.
Per non parlare dei mezzi pubblici. Ogni volta che si prendono è una nuova avventura: salire su un treno vuol dire cominciare a sgomitare e farsi spazio non appena rallenta, stare stretti come delle sardine durante tutto il viaggio e prepararsi almeno 3 fermate prima, altrimenti diventa impossibile scendere.

Ho trascorso i primi 2 mesi nelle periferie di Mumbai;  poi  sono andata a Uttan per poco più di un mese, un villaggio di pescatori con una forte presenza cristiana e con tutte le caratteristiche di un villaggio: molto accoglienti all'inizio ma anche molto attaccati alle tradizioni. Qui ho avuto la fortuna di partecipare a dei matrimoni che sono davvero molto diversi dai nostri. 
Slum Mumbai

Tornando da Uttan ho visitato uno slum, che credo non sia possibile descrivere a parole: ho visto famiglie con almeno 2 bambini vivere in case di lamiera formate da una stanza, senza bagno, che danno su strade strettissime. Ovviamente l'acqua non è corrente; ma la cosa che mi ha colpito di più è la realtà sociale dello slum: una specie di comunità dove molte cose sono in comune. Ad esempio, i bambini spesso entrano senza problema in casa dei vicini come se fosse la loro.

                                                              Successivamente sono andata in Kerala, uno Stato del Sud completamente diverso da Mumbai, un piccolo paradiso terrestre: qui la visuale cambia sensibilmente, molto meno traffico, molto meno rumore e molte più piante e ruscelli, con il 25% dei cristiani (contro il 2% di Mumbai), ma con una cultura ancora diversa.


Infine sono ritornata a Versova e credo sia impossibile descrivere l'emozione provata: la sensazione di essere rientrata a casa o meglio di non essere mai andata via. Un'accoglienza strepitosa come se fossi stata via un sacco di tempo e allo stesso tempo come se fossi sempre stata una di loro; davvero un emozione stranissima ma bellissima e indescrivibile. Qui ho trascorso le ultime 2 settimane prima di rientrare in Italia, durante le quali ho anche vissuto la Pasqua...

Un aspetto dell'India che mi ha molto colpito è quello dell'interreligiosità, vedere come 3 grandi religioni convivano e si mescolino. Ad esempio: molto spesso veniva gente indù o musulmana in casa a offrire il pranzo o a portare qualcosa per gli ospiti. Gli stessi ospiti sono di religioni diverse; inoltre, la mattina si sentivano prima le campane della nostra chiesa poi quelle del tempio indù, lì vicino, mentre a Uttan si sentiva il Muezin.

Premnidhi Special School

Un altro aspetto davvero particolare è come ricchezza e povertà convivano una accanto all'altra: spesso girando per i quartieri si vedono palazzi e case meravigliose e accanto interi slum (magari un po' nascosti) o case davvero poverissime.

Questa è stata un po' la mia esperienza. Di India io ne ho vista davvero una piccola parte, ma da quel poco ho capito che noi non siamo "il centro del mondo", che tutto quello che possiamo pensare o immaginare, o crediamo sia giusto, è solo il nostro modo di vedere le cose.
Cobra 


Andare in India vuol dire dimenticare tutto quello che si crede di sapere e immedesimarsi in una nuova realtà che può sembrare assurda. Questo mi ha insegnato: che tutto quello che penso è il mio semplice punto di vista, e che prima di giudicare qualcosa o qualcuno devo sempre chiedermi se ho provato di guardarlo con occhi diversi, e smetterla di credere che ciò che penso sia sempre la cosa più giusta.

Cecilia

venerdì 13 maggio 2016

Lettera da Don Luigi Gibellini, Pintadas, Brasile

Doveroso aggiornamento: la situazione politica brasiliana è precipitata in questi giorni e la Presidenta è stata destituita


11 maggio 2016

Carissimi tutti,
È davvero da molto tempo che non scrivo, ho guardato la data dell’ultima lettera e mi son accorto che è del 15 settembre 2015, una vergogna.... e di questi tempi sono successe veramente tante cose, alcune publicizzate già da altre persone e media, come la visita del vescovo Massimo nel mese di gennaio, o i 20 anni della Casa di Carità in aprile, altre passate di sfuggita, come i fatti quotidiani che viviamo, ma è proprio di questi fatti che voglio parlarvi in questa lettera....



La prima cosa che desidero raccontarvi è la Messa che abbiamo celebrato nella casa di Auxilia, una signora di circa 65 anni che vive da 35 anni in un letto perchè una malattia, che non si capisce bene cosa sia, l’ha paralizzata; anche il vescovo Massimo, quando è passato da Wagner, l’ha visitata. Abbiamo cominciato, con questa Messa, il triduo alla festa de S.Jorge, proprio per sottolineare, in questo anno della misericordia, una delle opere di misericordia, visitare i malati. Una delle cose che stupisce di più é la serenità di questa donna, che non si lamenta, non reclama, ma benedice Dio per il dono della vita. Anche sua sorella, che l’accudisce da 35 anni, é un esempio di tenacia. Quando si entra in quella casa si percepisce che si entra in un luogo sacro, per la tranquillità e lo star bene della gente che vive là. Si esce sempre più sollevati e ammirati. Sono i “semi del Verbo” seminati nelle nostre comunità che danno frutto e aiutano a vivere meglio la nostra fede e fortificare il nostro cammino.




Quest’anno la diocesi di Ruy Barbosa, ha scelto come priorità il tema dell’Ecologia, a causa dell’Enciclica del Papa:“Laudato sia” e anche alla Campagna della Fraternità Ecumenica, che come tema ha scelto:“Casa Comune, nostra responsabilità”. Per questo, dopo il lavoro fatto nelle comunità nel tempo di Quaresima, a livello zonale, si è deciso di fare un Seminario, invitando non solo le comunità cristiane ed evangeliche ma anche le associazioni, i sindacati, i movimenti, le prefetture e i consiglieri comunali, per cercare di allargare il cerchio perchè tutti si sentano responsabili della casa comune che è il nostro pianeta. Lo stato del Brasile ha fatto una legge, nel 2007, che chiede a tutti i Comuni di fare un progetto sul “saneamento basico” cioè sul modo di gestire le discariche, le fogne, l’acqua potabile e l’acqua piovana, ed ha dato tempo ai Comuni fino al 2015 per presentare i progetti ed avere i finanziamenti per costruirli e realizzarli; ad ora la metà dei Comuni del Brasile non ha ancora fatto assolutamente nulla....

La scelta del seminario va in questa direzione, il vedere e verificare quello che sta succedendo nei nostri comuni. Per questo è stato fatto un questionario con varie domande, che dovrebbe darci l’idea di come sono le realtà dei nostri municipi. Sono stato nella Camara dos Vereadores (Consiglio Comunale) per spiegare il questionario e per consegnarne una copia ai vereadores pregandoli di riconsegnarla compilata; alcuni già l’hanno fatto, e si vede come, a secondo dello schieramento politico, hanno risposto appoggiando il prefetto o no. Ma questo manifesta come le cose stanno andando in Brasile, non è la verità che appare, ma quello che vogliamo che appaia. Un disastro!!!!!!

A proposito di quello che sta succedendo in Brasile, alcune cose con certezza le sapete attraverso i media, è veramente una tristezza. La battaglia che si sta facendo per destituire Dilma (la Presidenta) dal governo del paese, è veramente subdola perchè si vuole depistare il vero problema, la corruzione che è arrivata a dei livelli esagerati; il presidente della Camera dei Deputati, Eduardo Cunha, che ha dato inizio al processo de impeachment, è stato sollevato dal suo incarico perchè corrotto, ladro e disonesto (è un pastore della chiesa Assemblea de Deus), così come il 60% dei senatori, che adesso devono decidere se andare avanti per destituire Dilma, sono corrotti, non per sentito dire ma per prove e fatti ben concreti....e in questo clima di sfiducia e di confusione, chi paga sono i poveri, quelli che dipendono dalle prefetture che non hanno i soldi per pagare i dipendenti, e così via....
Ma quello che disanima di più è che quello che sta succedendo nei Piani Alti, cioè nel governo, è quello che succede nella base, dove chi vuole lavorare deve dare il voto al prefetto, se vuole qualcosa deve chiedere al Vereador, se ha bisogno di una visita deve chiedere alla tale che gestisce la salute...ect. 

In un paese dove non manca nulla, sia a livello di risorse che a livello di potenzialità economiche, quello che sta succedendo è davvero grave, perchè è a causa dell’avidità umana e della poca responsabilità riguardo ai più deboli; credo che si sia creato, in questi anni, (e non è colpa del PT, di Lula o di Dilma), una eccessiva corsa al proprio interesse, sfruttando il fatto politico...non se ne salva uno!!!!! Bisogna pregare perchè questa situazione possa cambiare, ma per farlo credo sia necessario un vero cambiamento nella base, nel popolo, ma temo che questo adesso sia proprio impossibile.

Tà bom, speriamo che il Buon Dio possa illuminare la mente ed il cuore delle persone che dovranno decidere il futuro di questo paese, e che si possa raggiungere una vera giustizia ed una vera onestà, che tutto sia fatto per il bene delle persone e dei più fragili ed impoveriti...

Un abbraccio a tutti 
pe.Luis irmão da caridade. 

giovedì 28 aprile 2016

Madagascar: Alba ci scrive

Lontano, grande, misterioso, sconosciuto, caldo, rosso, verde…
Missione, viaggio, progetto, impegno, silenzio, servizio, coraggio, forza, responsabilità, nuovo punto di vista, incontri, scontri, diversità, fatica, quesiti…
Grandi e infiniti…
Quanto questa terra, lontana, diversa, immensa e accogliente.
Al mio arrivo in Madagascar non ho potuto far a meno di notare l’accoglienza sia dei malgasci, dei volontari, sconosciuti che ti accolgono da Tanà a Manakara passando per Ambositra, con un biglietto di “Tonga Soa” una torta, un pensiero…un abbraccio, un sorriso.

L’arrivo ti fa sentire sballottato, come le tue valigie sul nastro trasportatore; il caldo, soffocante al quale non siamo abituati, ti fa sentire come quando ti manca forte qualcuno che ami che hai lasciato a diecimila chilometri…
La fede, l’entusiasmo, la curiosità, l’amicizia e l’amore, sono forze che ti fanno affrontare e superare ogni cosa.
La fede viene messa alla prova continuamente, ma quella che il Signore ha nell’uomo no, anzi, quella qui la senti più forte…e se Lui non ha mai smesso di fidarsi di noi, forse affidarsi a lui, per quanto grande sia il “mistero della fede”…

Ho trascorso un rapido mese ad Ambositra, le prime tappe al mio arrivo sono stati la messa in carcere e la casa di carità.
Ecco una cosa per me toccante e impressionante è il potere delle case di carità. Il trovare una foto di don Mario e Suor Maria dall’altra parte del mondo e la devozione che il suo sogno è riuscito a raggiungere, mi conforta e dà speranza.
Le case sono davvero un miracolo, un progetto del Signore divenuto realtà.
Un bisogno che l’uomo non sapeva di avere.
Lì in casa ad Ambositra è dove mi sono sentita più a casa…

Non credevo inizialmente d’incontrare tanta difficoltà nell’esprimermi in malgascio o nella mancanza di riuscire a mettersi in relazione più profonda attraverso le parole…
Ma la casa di carità, ti fa andare oltre le parole, grazie ai canti, alla preghiera, ai sorrisi agli sguardi ai gesti…E questo in tutto il mondo và oltre la diversità, con la quale ho potuto scontrarmi fin da subito per strada…
La gente, la massa di gente al mercato, sul posy, in bici, a piedi… scalzi… dai piedi puoi capire molte cose delle persone: da dove vengono, quanto hanno camminato, quanto cammineranno ancora, dove lavorano…
Per non parlare della bellezza dei colori e della luce…
Una cosa che chi era in Italia mi ha fatto subito notare quando gli inviavo una foto, era la luce, l’infinità del cielo e quanto fosse luminoso e splendente qui…
Camminando per strada, ti senti così osservato, ogni passo è un “Vazah” di qua, un Salama di là…
Tsara…
Non mi sono mai sentita così tanto osservata in vita mia…
Spesso mi chiedo cosa pensano di noi, sul perché siamo qui, sul colore della nostra pelle, su come siamo vestiti, sui nostri bisogni, a volte buffi, a volte superflui, sul nostro modo di camminare, sul nostro modo di parlare…
Mi sembrava sempre che i malgasci parlassero talmente a bassa voce che non potevo sentirli…
Finchè non becchi una mamma arrabbiata che urla bene…e ti ricredi subito…
Ho un bellissimo ricordo dei bambini di Fanomezantsoa, incontri brevi ma intensi, momenti di scambio e di gioco in questa realtà, importante, un centro di accoglienza per figli di carcerati.

Non faccio in tempo ad imparare il saluto di Ambositra a godere del suo clima fresco alla sera, a conoscere le persone incontrate nel soggiorno lì…
Che mi ritrovo ad Ampasimanjeva!
Ah, Ampasimanjeva, un altro mondo! Un altro ancora!

Quando imbocchi la strada per Ampasimanjeva, la natura ti avvolge, la strada non asfaltata, fangosa, e difficile da percorrere…l’aria umida…
Ampa avvolta nella sua verde maestosità, piccola, con il Faraony che scorre al tuo fianco…
Quasi come se dovessi chiederle il permesso…
Un posto magico come descrive anche la mia compagnia di viaggio Agnese!


La F.M.A. è situata in alto, alla fine della strada principale.
Un ospedale a tutti gli effetti, qui passerò i prossimi nove mesi….
Ovviamente ha qualcosa di più di un semplice ospedale… Perché è “Casa”.
Anche qui il passaggio di don Mario, è forte e impresso.
La F.M.A. è casa perché è famiglia.
Non posso nascondere che l’impatto è stato davvero forte.
E come in tutte le famiglie, a volte incontri ostacoli, incomprensioni, a volte non ci si ascolta abbastanza, o si dà per scontato… genitori e fratelli non ci è dato sceglierli eppure sono coloro che più ti ameranno così come sei, che saranno sempre al tuo fianco…
Fai presto ad affezionarti ad Ampa, però devi essere come il fango, morbido e malleabile, come quando c’è la “rano bè” e scorre forte l’acqua nella stessa direzione.
Ma non so ancora dirvi il perché.
Forse ripartendo da è famiglia: tutti vivono qui.
Il personale dell’ospedale, i guardiani e le varie figure che ruotano attorno a quest’immensa “macchina”, (un po’ come il corpo umano)
Per alcuni anche le loro famiglie, altri invece ce l’hanno lontana ma lavorando qui, si vive qui.
E le famiglie degli ammalati, dei ricoverati, i tubercolotici che sostano qui per due mesi per la terapia.
A tavola, noi volontarie, suore, (perno fondamentale di quiggiù) il direttore, i medici…
Inevitabilmente inserendoti nella sua quotidianità cominci a conoscere le persone…
I giorni diventano settimane e la routine di un “Akory aby” diventa pane quotidiano, del quale non puoi fare a meno…
Ampa ti smentisce e ti mette alla prova continuamente, da quando ti metti a letto a quando ti alzi…
A partire dal clima, ai suoni…
Qui come dicevo la natura prevale regina al contrario della città… se te la immaginavi silenziosa beh, i bambini, da quelli che giocano a quelli che piangono, e urlano, le anatre, i galli, le galline, le oche, gli insetti che non sto a elencare perché non finiremmo più…(Menomale che Agnese ogni tanto fa selezione naturale!)

Il lavoro: dal garage, alla falegnameria, alla produzione di caffè, alla Modestine che conta assieme a Norbert, alla Masera che fa scoperte in laboratorio, all’Agnese che tra una parola in malgascio e una in italiano, scherza con Tatà e Filippo in farmacia…
Ai bambini al pomeriggio che giocano con Agnese in puppunière, per poi andare un po’ più in là dalle madri, alle donne in dolce attesa al reparto adulti…
Tutto ha un suo ritmo, ogni cosa ha un suo posto e un suo momento, tutti sanno ciò che devono fare e tutto ha un orario ben preciso…
Inizia presto la giornata ad Ampa, e inevitabilmente finisce presto, e quando ti ritrovi ad avere sonno e a letto alle otto e mezza capisci di essere un minimo entrato nel giro… e vi assicuro che venire da un mondo dove le otto e mezza erano il pieno dell’ingresso al cinema…fa effetto…

 Ci sono tantissimi episodi che in questi due mesi circa e mezzo, mi hanno colpito, mi rimarranno per sempre impressi e mi hanno messo alla prova: da un bimbo piccolissimo che piange urlando perché un “Vazah” è diverso e lo spaventa da matti, ad uno invece che ti da fiducia e ti sorride, e gioca con te, ad una mamma dai tubercolotici che quasi si emoziona perché il bimbo di due anni ormai prende da solo il termometro e si prova la temperatura, al tragitto per andare a trovare un ammalata che era ricoverata in ospedale, abita al di là del fiume, quindi un pezzetto di lakana, un altro pezzetto a piedi, in quei giorni aveva piovuto molto, il cammino era davvero fangoso, da fare scalzi, e rendersi conto di non sapere cosa sia l’equilibrio, o quanto importante fosse l’utilizzo delle dita dei piedi… o della mano della masera.
Dal chiedersi continuamente come fanno loro, come ha fatto quella ammalata a raggiungere l’ospedale, in queste condizioni…? Alla fine scivolare totalmente e vedere le donne del villaggio che corrono verso di te per lavarti…dicendogli che non ce n’era bisogno, ma loro continuavano…a usare la loro acqua per lavare me sporca di fango.
Al poter scorgere nelle case costruite tradizionalmente, una donna che cuce, con una macchina da cucire vecchissima, ad un'altra che intreccia la rafia, una che cucina, pentola e carbone…
All’organizzare la formazione con i medici, che fanno un lavoro immenso, e si sforzano per parlarti in italiano e quando tu non crederai di potercela fare, loro con quel basso tono di voce ti diranno che funzionerà…all’incontrare tutte le figure di un villaggio, dal re, al sindaco agli agenti comunitari (per i meno esperti c’è zio Google, anch’io non ne conoscevo l’esistenza-“Déclaration de Ouagadougou”) alle matrone di villaggio (ostetriche tradizionali) alla voglia di mettersi in gioco ancora…
Allo scontrarsi con la realtà, con la diversità…
Al sentirsi completamente inutile, che loro aiutano te, ad inserirti, ad accoglierti a parlare la tua lingua, e a volte anche alcuni che ti fanno sentire tanto diverso, forse anche non voluto per ciò che rappresenta il nostro passato...la storia, forse.
Allo scorrere del tempo, percezione che ho avuto sin dall’arrivo, come quando esci dalla centrifuga della lavatrice ti siedi, ti guardi e ti dici: “e adesso...?”
…Niente, buona missione, soava dia!

Alba
Ampasimanjeva

venerdì 15 aprile 2016

Missi-ON-air: storia di un viaggio....

Già in luglio avevamo raccontato di Tuttelecaseportanoinstrada: siamo un gruppo di giovani “scalmanati” che una volta tornati dalla missione, per campi estivi o per un tempo più lungo, abbiamo scelto di condividere incontri, racconti, odori, sapori ed emozioni. Avevamo pensato ed organizzato un aperitivo in piazza Fontanesi in giugno, poi una giornata con mostra fotografica per la Festa di san Martino a Vezzano, allestendo alcuni spazi che ricordassero esperienze legate alle missioni della Diocesi. 




Ritrovarci ci diverte, ci sti-mola a fare memoria del-la ricchezza vissuta e a non voler far altro che con-dividerla, perciò abbia-mo pensato che forse ad altri come noi avrebbe fatto piacere rivedersi per un confronto e tanta festa. Così è nato MissiONair!

 Ed eccoci alle 16.30 di domenica 3 aprile, quando alla parrocchia del Sacro Cuore di Reggio, una settantina di ragazzi si sono imbarcati!












Dopo l’accoglienza delle hostess, il check in e tanta voglia di volare verso mondi lontani abbiamo iniziato un percorso di musiche, sabbia, sassi, fotografie, stoffe e piccole attività domestiche che per qualche istante ci hanno immerso tra India, Albania, Brasile, Madagascar, Rwanda, Sierra Leone e Kosovo. 



Prima di rifare gli zaini per il ritorno dal “viaggio” abbiamo proposto alcune domande sullo stare in missione, quelle che più spesso sono frullate nella testa di tanti di noi (cosa è giusto? per chi lo sto facendo? perché sono qui?) e abbiamo potuto incontrare alcuni amici, accolti a Reggio dopo esser fuggiti dalle loro terre attraverso il Mediterraneo,.



Il pomeriggio è proseguito suddivisi in gruppi dove ognuno si è presentato ed ha cercato di raccontare se e come il tempo in missione ha/abbia?? cambiato le nostre scelte, il modo di avvicinarci agli altri e i nostri stili di vita. Chi ha voluto ha potuto lasciare un messaggio davanti alla telecamera del confessiONair e votare le foto in concorso, poi premiate durante l’aperitivo.


Crediamo che MissiONair sia stata un’occasione per condividere le domande e le fatiche, ma soprattutto per allargare i progetti, i desideri e le speranze di continuare a tenere vivo quel che abbiamo visto e toccato in terra di missione e, moramora (piano piano), abbiamo iniziato a camminare. 







Noi continuiamo a trovarci e accogliamo con allegria nuovi arrivati, idee, domande e proposte. Non esitate a scriverci a tuttelecaseportanoinstrada@yahoo.it e a seguire su facebook alla pagina “ Tutte Le Case Portano In Strada” i prossimi appuntamenti itineranti!

giovedì 14 aprile 2016

Condividiamo la fatica

Questa condivisione ci è arrivata da Teresa Pecchini, in visita da alcuni giorni agli artigiani con cui la coop. Ravinala lavora da molti anni, nel commercio equo e solidale reggiano.

Oggi ho voglia di condividere con voi la mia fatica...
Nei giorni scorsi ero a Imeritsiatotsika dove vivono i nostri artigiani della latta (macchinine ecc) e tra le varie visite sono andata a trovare la vedova di Noel uno dei nostri artigiani morto alcuni anni orsono. Ora sua moglie e soprattutto il figlio primogenito portano avanti l'attività del padre e continuano a lavorare con noi.
Arrivando da loro mi accorgo che il piccolo di casa (12 anni, ma veramente piccolo) è seduto e dolorante con una brutta fasciatura alla gamba. chiedo cosa è successo e nessuno mi sa rispondere con chiarezza questo bimbo ha cominciato a star male a novembre e da allora hanno girato da un dispensario all'altro e poi da un ospedale all'altro e ad oggi nessuno ha scoperto cos'abbia questo bimbo che ormai da Gennaio non cammina più. Hanno speso tutti i loro risparmi e venduto tutti gli animali domestici (un maiale, 20 anatre, 20 galline) x pagare le cure e non hanno nemmeno una diagnosi.
Ieri ho concordato con il fratello che lo portasse dalle nostre suore almeno per fare una medicazione ben fatta e per sapere il pensiero e il consiglio di suor Giacinta... ora siamo in attesa di un esame che arriverà nei prossimi giorni la cosa migliore potrebbe essere una tubercolosi ossea che con un anno circa di cura guarisce completamente ma loro di sicuro non si possono permettere ancora così tante spese e quindi vedremo come fare fino ad oggi hanno speso circa 1000 euro inutilmente... non posso pensare che un bimbo così piccolo perda una gamba solo perchè non si trovano i soldi per curarlo...





Scusate avevo solo bisogno di condividere questa tristezza...
Non è la ricchezza che manca nel mondo, è la condivisione
(Proverbio cinese)