martedì 5 agosto 2014

Vao vao 2 - notizie da Elena e Stefano

Luglio 2014

Carissimi tutti!

Eccoci di nuovo a raccontarvi le ultime notizie dall’isola rossa! Vi scriviamo finalmente dalla nostra destinazione finale, Ampasimanjeva. Stiamo bene, il mal di pancia e le pulci sembrano averci finalmente salutato… ma parliamo piano… non si sa mai L’ultimo periodo di studio della lingua ad Ambositra è davvero volato e le lezioni di malgascio con i professori si sono fatte più intense. Uno dei due insegnanti una domenica ci ha anche invitati a casa sua al pranzo della cresima di suo figlio. Peccato che quella domenica i cresimandi fossero 200… ma fortunatamente non eravamo stati invitati alla cerimonia che è durata “solo” 5 ore! Un pomeriggio siamo stati anche in casa di carità per giocare con gli ospiti che vivono lì e che hanno davvero pochi momenti di svago. L’idea di portare con noi in valigia un po’ di equipaggiamento da clown non poteva essere più azzeccata… è stato toccante vedere come il solo fatto di dedicare loro del tempo possa far nascere dei sorrisi incantevoli.

Il nostro periodo di studio si è concluso a fine giugno, quindi, abbiamo fatto la valigia e siamo partiti per il sud, lasciando la fredda Ambositra. Prima di arrivare a destinazione siamo passati a salutare la numerosa comunità di volontari di Manakara, che ci ha accolto a braccia aperte. Poi siamo finalmente arrivati ad Ampasimanjeva! L’emozione di ritornare in questo posto, che ci aveva tanto affascinato 4 anni fa, è stata davvero forte. La comunità che ci ha accolto, e che è diventata la nostra famiglia, ci aspettava da tempo e con entusiasmo. Ampasimanjeva è un comune molto esteso, a pochi km dalla costa sudest dell’isola. Gli abitanti sono circa 12.000, ma al centro ospedaliero affluisce anche la popolazione dei villaggi limitrofi, per un totale di circa 110.000 persone. Qui insieme a noi ci sono altre 3 volontarie del Centro Missionario: Chiara, Cecilia ostetrica e Giovanna infermiera.
Inoltre, siamo a stretto contatto con una comunità di 4 suore malgasce che ci preparano sempre da mangiare. Oltre a questo, al di fuori dei momenti di preghiera, le suore accudiscono tutto il giorno i gemelli abbandonati in ospedale.


Infatti, in questa regione del Madagascar esiste il tabù dei gemelli (fady kambana): in pratica la tradizione locale non consente di tenere entrambi i gemelli. La madre dopo il parto è costretta ad abbandonarne uno, che le suore accolgono e accudiscono fino al momento dell’adozione. Durante la nostra prima settimana qui, ne sono già arrivati due. I pranzi e le cene sono molto affollati perché mangiamo sempre tutti insieme, anche con il Dott.

CASA DI CARITA’ AMBOSITRA


Martin, primario malgascio dell’ospedale, e con Giorgio il direttore tecnico. E bisogna dirlo… siamo davvero fortunati perché le suore fanno da mangiare divinamente. Sanno bene che non siamo abituati a mangiare riso a colazione pranzo e cena, quindi preparano sempre anche qualcosa di alternativo… e il pane fatto in casa tutti i giorni sta davvero minando il nostro girovita Qui le temperature sono decisamente più vivibili, è come la nostra primavera, ma la stagione attuale è l’inverno. Non osiamo immaginare quanto caldo sarà d’estate, cioè a dicembre. I primi giorni dopo il nostro arrivo sono stati parecchio impegnativi, non possiamo negarlo. La nostra stanza era stata preparata, ma necessitava ancora degli ultimi lavori di ripristino e non è stato semplicissimo fare il tutto vivendoci dentro.


Insomma, ci siamo improvvisati falegnami, imbianchini ed elettricisti, ma il risultato è soddisfacente e stiamo iniziando a percepire la sensazione di “essere a casa”. Qui dobbiamo fare i conti con alcune comodità diciamo “poco comode”. La corrente elettrica c’è solo 2 ore e mezza al giorno dalle 17 alle 19.30 circa, poi… il buio. Qui viene scuro intorno alle 18 circa, quindi dalle 19 in poi la serata è a lume di candela.
L’acqua arriva pompata dal fiume Faraony che scorre qui vicino, e ovviamente è calda solo quando è acceso il generatore della corrente. Per andare in bagno dobbiamo uscire, e vi risparmiamo la descrizione delle acrobazie per le pipì notturne con la pila… soprattutto perché il nostro bagno, anzi bagnetto, è davvero micro: 85 cm per 1 metro e mezzo, comprensivo di doccia. Ma c’è la tazza ed è al coperto, quindi lusso.
Abbiamo fatto i primi incontri con gli insetti tipici di questa zona: dalle formiche non ci si libererà mai, i gechi ridono e continueranno a scorrazzare sui muri della nostra camera e le zanzare svolazzano, ma la zanzariera ci salva. Le uniche bestiacce inutili e orribili che non hanno senso di esistere sono gli scarafaggi, che escono solo di notte e hanno anche osato varcare la soglia della nostra zanzariera durante l’apertura per una pipì notturna. Strage compiuta… ma che schifo! E non si pensi che questi animali ci sono perché non ci laviamo eh?! Con la lingua va meglio, abbiamo iniziato a parlare direttamente con le persone e sembra che ci capiscano… e noi iniziamo un po’ a capire loro. Il problema è che questa zona del Madagascar, che non è più città ma campagna, parla malgascio con il dialetto tipico di questa regione, l’Antaimoro. E in più, parlano velocemente e a voce bassa… insomma, se non è difficile non ci piace!

Scrive Elena
Dopo i primi giorni di ambientamento ho iniziato a lavorare in ospedale. Il padiglione della maternità comprende il reparto delle degenti, la sala parto e qualche ambulatorio. Ci sono circa 15 posti letto ma, se è tutto pieno, le pazienti dormono anche con la stuoia per terra. Questo reparto conta circa 400 parti l’anno.


Al momento ci sono 3 ostetriche che lavorano qui, una di queste è Cecilia, la volontaria italiana. In 3 si barcamenano tra le guardie in corsia e l’ambulatorio diurno. Lavorano sempre, tutti i giorni. Non esiste giorno di riposo e io non ho la più pallida idea di come facciano. Comunque… io per il primo mese sono affiancata in ambulatorio, che funziona dal lunedì al venerdì dalle 7.30 alle 12 e dalle 14.30 alle 17 e anche il sabato mattina. Tutte le mattine ci sono i controlli delle donne in gravidanza, se ne presentano ogni giorno circa 30, dipende dal meteo, se piove sono poche, se è una bella giornata è il delirio di gente. In silenzio e con tanta pazienza aspettano il loro turno senza lamentarsi del tempo che passa… ho qualche vago ricordo dei nostri ospedali invece… Una dopo l’altra entrano in ambulatorio, controlliamo il peso, misuriamo la pancia col metro, manovre di Leopold e si ascolta il battito del bambino con lo stetoscopio ostetrico di legno, che volente o no ho imparato ad usare… ma colleghe ostetriche che leggete, provate a sentire voi un BCF con questo strumento a 18 settimane… aaaaa Poi si danno le medicine: ferro, pastiglie antivermi, antimalarico e vaccino antitetanica. Non esistono ecografie, esami del sangue, corsi pre-parto. E la pressione si misura solo al primo controllo (a meno che la donna non abbia le convulsioni…), perché lo sfigmomanometro è soltanto uno e se lo si usa per tutte, si rompe più in fretta… questa spiegazione mi ha lasciata basita. I guanti ci sono ma, se non sono troppo sporchi, si lavano e si riusano.

Le siringhe e gli aghi si disinfettano in formalina e si riutilizzano, fino a quando l’ago non è così smussato da non bucare più la pelle. Per quante spiegazioni mi siano state date, questa è una cosa che faccio molta fatica ad accettare. Non ci sono siringhe a sufficienza per tutto il fabbisogno dell’ospedale, o così o niente. I pazienti partecipano alla spesa delle prestazioni ospedaliere con una somma davvero irrisoria rispetto al costo effettivo. Irrisoria per noi s’intende. Ad esempio, le donne in gravidanza pagano solo la prima visita prenatale, 2000 Ariary (circa 70cent di Euro). Se costasse di più o dovessero pagare tutti i controlli, non verrebbero a farsi visitare. Semplice. L’ospedale rimane in piedi grazie alle donazioni che vengono dall’Italia e dall’estero. Nonostante tutto, questo centro sanitario è un punto di riferimento vitale per le persone di questa zona, che altrimenti non avrebbero alternative, visto che le strutture statali sono inefficienti. Mi ripeto ogni giorno di darmi tempo per capire e per smettere di fare confronti con il nostro paese, ma è difficile. E’ come se dovessi mettere da parte tutto quello che ho fatto fino ad ora (non cancellare, ma mettere da parte). Devo imparare ad usare davvero le mie mani e le mie orecchie nel mio lavoro… e soprattutto devo imparare a fidarmi di quello che sentono. Perché non esiste ecografia di conferma che tenga. Ho tanto ma tanto da imparare da loro, dalle ostetriche con cui lavoro, questa è la realtà. Una cosa che mi sta mettendo un po’ in difficoltà è la marea di burocrazia, tutta su carta e purtroppo in francese. Quindi insieme al malgascio devo imparare anche un po’ di francese. Una passeggiata.
Il giovedì mattina, invece delle visite prenatali facciamo i vaccini ai bimbi.

Ecco, posso dire ufficialmente che odio il giovedì mattina. Lo scorso giovedì abbiamo vaccinato 160 bambini, dai neonati ai più grandicelli. Mi sono beccata due pipì addosso, un calcio e un morsicone… e molto simpaticamente tutte le mamme presenti se la ridevano… Le donne malgasce poi sono tutte da scoprire, ne vediamo di tutti i tipi, magari giovanissime già con 2/3 figli. Sono donne minute, non solo magre, ma proprio basse di statura. Alcune pesano 45 kg a fine gravidanza, sono tutta pancia E questi tatini che nascono per me sono così piccoli… ma sono proporzionati alle loro mamme! Quelli più piccolini li si scalda mettendogli all’interno della copertina un paio di bottiglie di acqua calda, altro che incubatrice… e funziona, funziona! A volte mi stupisco davvero… acqua calda e petto della mamma, è così semplice. E io sono solo all’inizio… non sono ancora stata in sala parto e ho ancora tanto da vedere e conoscere. Ma c’è tempo e voglio camminare a piccoli passi.

Scrive Stefano

Ho iniziato anch’io a lavorare sotto la guida di Giorgio, il direttore dell’ospedale che vive qui da ormai 40 anni e conosce vita, morte e miracoli di tutta la struttura, da quando è stata presa in gestione dal CMD di Reggio Emilia fino ad oggi. Nel tempo si sono susseguite numerose nuove edificazioni per venire incontro alle crescenti esigenze dell’ospedale, che è diventato, per questa zona del Madagascar, la struttura sanitaria di riferimento, molto più efficiente e completo di quelle statali. Ci sono edifici molto vecchi accanto a quelli di recente edificazione, fattore che complica la gestione globale dell’infrastruttura, rendendo necessarie continue manutenzioni e ristrutturazioni. All’interno dell’area dell’ospedale ci sono inoltre la casa delle suore, un’officina meccanica, una falegnameria, una cappella, gli alloggi del personale, gli alloggi per gli ospiti, gli alloggi per i tubercolotici, le cucine (dove le famiglie degli ammalati fanno da mangiare per i propri cari), la torrefazione del caffè e la farmacia. Pian piano dovrò rendermi conto di tutte le attività ordinarie e straordinarie per poter pianificare assieme a Giorgio il da farsi. Per ora ho iniziato a grattare la ruggine dalla copertura in lamiera degli alloggi degli infermieri, la prossima settimana applicheremo della vernice per rallentare il fenomeno. Poi ci saranno da pulire le cucine dalla fuliggine, da ritinteggiare la farmacia, rifare l’intonaco dell’officina, sostituire le piastrelle in alcuni reparti… Insomma, le cose da fare non mancano! Tenendo conto che l’elettricità c’è solo quando viene acceso il gruppo elettrogeno e che l’acqua viene pompata ogni giorno dal fiume alle cisterne, l’ottimizzazione dei processi diventa fondamentale, assieme alla cura degli strumenti disponibili e ad evitare qualsiasi tipo di spreco. Negli alloggi degli ospiti c’è un ampio salone con una tv da 50 pollici lasciata qui da un gruppo di medici francesi, grazie alla quale siamo riusciti a vedere tutte le partite dei mondiali (povero Brasile!). Ogni partita era un evento, con la gente che si metteva in fila fuori dalla porta della sala già 3 ore prima del calcio d’inizio per avere un posto.

Vi ringraziamo per tutte le mail e i messaggi che abbiamo ricevuto in questo periodo, siamo tanto contenti di leggerli e sentirvi vicini… Ci siete di grande supporto! Ci scusiamo se molto spesso non rispondiamo, ma il tempo a disposizione non è tanto, la corrente è poca e internet non è propriamente una scheggia…

Alla prossima! Ciaoooooo!!!

venerdì 25 luglio 2014

Madagascar: una scelta di Amore

Giulia Caraffi è da 11 mesi in Madagascar per RTM
Riuscire a raccontare questi primi 11 mesi di vita in Madagascar è difficile perchè  mi sembra di non riuscire a esprimere tutta la mia felicità in una pagina A4... mi sembra di dire tutto e niente. Le giornate scorrono velocemente, forse troppo. Mio padre mi ha chiesto così ci trovo di bello nello stare qui. Non me l'aspettavo, forse la risposta era talmente chiara a me che probabilmente non mi ero mai presa il tempo di spiegarlo agli altri. Mi è finalmente stata data la possibilità di vivere ogni secondo con amore e per amore dell'altro. Non mi viene chiesto nient'altro.


Naturalmente posso permettermelo perché ho un tetto sulla testa e il pasto assicurato. Mi è stato permesso di essere più coerente con tutto quello che avevo sempre pensato, mi sono potuta spogliare da tutto ciò che non mi permetteva di dimenticarmi di me stessa. In verità non è una cosa che si impara da un giorno all'altro ma sto provando ogni giorno a scegliere di amare sempre e comunque, a partire dalla propria comunità fino ad arrivare a quelli più lontani, a quelli che sembrano rifiutarsi all'amore, nelle continue lezioni di umiltà che la vita ci mette davanti. Detto questo, ogni cosa che faccio, al lavoro o fuori dal lavoro, dalla più banale alla più importante, se è per il bene di qualcun'altro, lo faccio con felicità e serenità.


Sono felice per le ore passate a dare un occhio ai ragazzi che vengono al centro culturale per leggere e studiare, per le ore usate a modificare un volantino per la sensibilizzazione sulla tubercolosi in modo che possa essere capito da tutti (anche da chi non sa leggere), per le giornate in cui abbiamo cercato di sensibilizzare le persone su temi come la tubercolosi e la salute mentale, per le serate in cui ho preparato i giochi per i bambini dell'orfanotrofio con i quali vado a giocare ogni sabato mattina (il gioco dello scalpo piace da morire), per i momenti passati a fare un po' di animazione all'ospedale psichiatrico di Ambokala per rompere la routine dei malati, per le mezzore prima di andare a lavoro passate ad ascoltare la gente bisognosa che viene a casa a chiedere lavoro, per le cene passate a pensare, insieme alla mia comunità, a come poter aiutare le varie persone che ci hanno chiesto una mano, per le mezze giornate passate a pensare a cosa scrivere nella lettera per l'Italia. Ogni secondo passato qui è un dono bellissimo che il Signore mi fa.


Un paio di mesi fa si è presentato un signore anziano qui in ufficio per chiedere un lavoro, Silvia gli aveva detto di venire a casa nostra al sabato mattina che è il momento in cui abbiamo un po' più tempo per ascoltare la gente, lui si è presentato e ci ha spiegato di essere solo e di aver bisogno di soldi. Dopo esserci confrontate fra di noi, gli abbiamo proposto di lavorare da noi 2 mattine a settimana con il compito di tenere pulito il cortile. Lo stipendio era di 60 centesimi di euro al giorno più due tazze di riso: un ottimo stipendio! Purtroppo poco dopo è stato sfrattato dalla sua casa perché non riusciva a pagare l'affitto. Ci ha più volte chiesto di poter venire ad abitare nella casetta vuota nel nostro cortile che una volta era del guardiano; non per cattiveria, ma non potevamo prenderlo senza avere un progetto per lui, non potevamo rischiare di renderlo ancora più dipendente da noi, cerchiamo sempre di evitare questo. A quel punto abbiamo interpellato don Giovanni Ruozi per pensare insieme a cosa poter fare per lui. Sfruttando il suo malgascio impeccabile e il fatto che fosse uomo e prete, gli abbiamo chiesto di parlare con lui per cercare di capire un po' meglio la  sua situazione: sono in tanti quelli che chiedono aiuto e spesso raccontano un sacco di frottole. Il don ha scoperto che Jonasy, questo è il suo nome, aveva dei parenti che forse lo avrebbero preso a Vangaindrano. Gli abbiamo fatto spedire un lettera ai suoi parenti che hanno risposto che sarebbero stati disposti a prenderlo. A quel punto si è deciso di prenderlo nella casetta per un breve periodo, anche perché dormendo al mercato, si era ammalato e una notte, qualcuno probabilmente più disperato di lui, gli aveva rubato quel poco che aveva e gli permetteva di vivere: una coperta, una pentola e del carbone per poter cucinare. Ormai è da 10 giorni che vive nella casa nel nostro cortile, gli abbiamo dato tutto ciò che solitamente possiede un malgascio medio per condurre una vita normale: un secchio grande e uno piccolo, una pentola, una coperta, una stuoia, una saponetta, una spazzola per i piedi, del carbone, del legno resinoso per accendere il fuoco  e dei vestiti puliti. Quando sono andata a comperare queste cose non mi sembrava possibile che fosse tutto li il minimo indispensabile per vivere... io sono partita con due valige da 23 kili e probabilmente nulla di utile per sopravvivere! Piano piano lo stiamo rimettendo a nuovo, lo abbiamo mandato dal dottore e finalmente sta guarendo dalla tosse, ora stiamo cercando di mettere a posto anche i suoi piedi pieni di pulci penetranti. E' veramente un tesoro, ce ne stiamo tutte affezionando... noi ci prendiamo cura di lui e lui fa lo stesso con noi, ci apre il cancello al mattino quando andiamo via, ci tiene da parte le cose quando ce le dimentichiamo in giro per il giardino, placca i cuccioli per non farli andare sotto la macchina, ci viene a salutare quando torniamo a casa alla sera, ci ha lavato la macchina prima che andassimo a lavoro perchè non voleva che girassimo con l'auto sporca; insomma è un tesoro! Starà con noi finché non avrà finito tutte le cure mediche, dopodiché partirà per andare dai suoi parenti, tutto tirato a lucido e con 2 soldini in tasca.. speriamo davvero che vada tutto bene. Nella prossima lettera spero che vi potrò raccontare il lieto fine di questa storia.

Con la speranza che l'amore possa guidare ogni vostro passo!
Un grosso abbraccio a tutti da Giulia

mercoledì 23 luglio 2014

Jambo Watoto! - Un salto in Congo con due amici!

15 Luglio 2014 - Bukavu (RD Congo)

Inizia così il nostro cammino in Africa: jambo watoto è il saluto che ci capita più spesso di fare a chi incontriamo per la strada; Jambo significa “ciao”  e watoto significa “ bambini”. Dunque “Ciao bambini!” sia perché i bambini sono la risorsa che non manca mai in Africa (sarà che viene buio molto presto J ) sia perché anche noi ci siamo sentiti accolti così dall’Africa: ci sembra di essere tornati bambini, quando tutto è più grande, da esplorare e devi lasciarti guidare dalle persone che incontri.

Alcuni giorni fa abbiamo concluso un pellegrinaggio organizzato dal centro missionario di Bologna nella zona del Kivu dove siamo tutt’ora, la regione del Congo più colpita dalla guerra. I luoghi visitati ci hanno portato a pensare a quanto questo paese si possa definire il simbolo delle grandi ingiustizie che il mondo difende e nutre: da un lato infatti abbiamo trovato la terra più fertile, più ricca di minerali, di gas, di acqua, legname e di vegetazione, abbiamo assaggiato i frutti più dolci e nutrienti, ci siamo scaldati con il sole più caldo che diventa pioggia quando non fa più bene all’uomo e alla terra. Dall’altro lato però abbiamo anche sperimentato quanto il popolo congolese, frutto anch’esso di questa terra così ricca, è stato privato di tutto, di ciascuna delle ricchezze destinate loro in modo così generoso, sfruttate da chi ha l’interesse a mantenere uno stato di guerra permanente per continuare questa razzia. Una guerra nascosta agli occhi del mondo, ma che conta dal ’94 a oggi otto milioni di morti (numero per difetto pubblicato nell’ultimo rapporto ONU), un numero incredibile di sfollati e rifugiati che occupano ancora oggi l’inferno dei campi profughi (abbiamo visitato il campo di Mugunga a Goma nel Nord Kivu), donne violentate (lo stupro utilizzato come arma di guerra) e bambini rimasti orfani.
Silvia maglia arancione e Giovanni maglia blu

Le vicende che stanno dietro a questa guerra sono molto complesse, ma tra le poche cose chiare a tutti coloro che non sono rimasti indifferenti, vi è la certezza che le cause di questo conflitto sono riconducibili agli interessi economici di grandi potenze straniere che sopravvivono grazie alle ricchezze di questo paese. Tenteremo di spiegarvi di più una volta tornati a casa, per ora ciò che possiamo condividere qui e con voi a casa è la sofferenza di questo popolo che ha subito un vero e proprio genocidio (anche se non riconosciuto dalle istituzioni internazionali) a causa di una guerra d’altri combattuta, e che si continua a combattere, in casa loro. Anche noi, che siamo appena arrivati, sentiamo la guerra ogni volta che accostiamo la nostra vita a quella di chi soffre sotto il peso dell’ingiustizia e della violenza, e in questi giorni ci è successo diverse volte. Ci siamo infatti accorti dopo poco tempo qui, che molte delle persone che incontriamo nella nostra quotidianità vivono storie di sofferenza alle quali la nostra ragione fa fatica a credere. Proprio pochi giorni fa, parlando casualmente con M., la ragazza che aiuta nelle faccende domestiche nella casa dove abitiamo, ci ha raccontato tutta la sua storia. Rapita 10 anni fa da un gruppo di ribelli Rwandesi ha vissuto diversi anni con loro in foresta, subendo diversi tipi di violenza; un giorno, trovando la forza di scappare, è riuscita ad arrivare dopo molti giorni di cammino, nella città di Bukavu dove è stata accolta da alcuni parenti. Trovandola incinta, questi parenti hanno cercato di fare di tutto perché abortisse, in quanto la bambina era figlia dei ribelli nemici, ma con grande coraggio la donna ha deciso di tenere la bambina dicendo a tutti che era stata sua compagna nella sofferenza. Oggi M. vive con sua figlia qui a Bukavu e nonostante tutto continua a ringraziare Dio, anche se sa che l’incubo della guerra e di queste violenze non è ancora finito.


Ma a partire da tutto questo, la cosa più incredibile che questo popolo ci sta insegnando, è che, andando oltre alla sofferenza, andando oltre alla violenza e alla guerra, non si deve mai smettere di credere alla Vita: una vita che qui si fa sentire sempre intensa e potente: attraverso il canto instancabile dei bambini; nell’immagine di una mamma che, con suo figlio sulla schiena, porta sempre con sé la vita ovunque vada; attraverso il coraggio di chi riesce ancora a trovare L’Uomo anche se nascosto dietro alla maschera di un fucile, e a dare l’ultima parola alla riconciliazione e alla pace;  attraverso uomini e donne che non cedono mai alla paura di essere vivi, di essere veramente uomini.

Nella continua sorpresa di questa vita che incontriamo, continuiamo a portarvi tutti con noi!!!

Un abbraccio!

Giò e Silvia

lunedì 7 luglio 2014

Giugno ad Ampasimanjeva

Eila!!!

Giugno qui è arrivato con prepotenza e con un po’ di freddo!


Ci hanno fatto compagnia qui ad Ampa per qualche giorno Giacomo e Francesco, l’uno si è occupato di impianti idraulici e annessi e anche non, e l’altro di impianti elettrici! Hanno girato un po’ per le varie case dei volontari e case di carità a mettere a posto alcune cose.

La dott.ssa Paola, che era arrivata qui a fine Maggio, ha deciso di tornare in Italia, e quindi dopo un paio di settimane ci ha salutato.
Anche la dott.ssa Anna, che era arrivata a metà Aprile, è tornata in Italia dopo i suoi 3 mesi qui ad Ampasimanjeva, con il progetto però di tornare molto probabilmente entro la fine dell’anno!! E restare più tempo.. chissà quanto! J
Il 26 di Giugno è stata la Festa dell’Indipendenza o “Fetim-pirenena” malgascia. La gente del villaggio ha festeggiato per tre giorni… pic-nic e musica a gogo! Partite di calcio, partite di basket.. e viaaaaa! (ecco la foto della nostra super squadra di calcio)

Ed infine un paio di giorni fa sono arrivati finalmente gli sposi!! Lei, Elena, è ostetrica, e inizierà presto a lavorare in maternità, e lui, Stefano, è ingegnere, e aiuterà Giorgio (il direttore dell’ospedale) in tutto e per tutto. Ormai siamo una super famiglia gigante.
Anche questo mese è stato ricco di emozioni.. Maaamma miaa!

Pensavo a come in certi luoghi alcune cose, certi fatti della vita, ci vengano “gettate addosso”.
Insomma spesso siamo egoisti no? Almeno, io spesso sono egoista. Insomma uno pensa a sé, alla sua vita, alle sue scelte..
E qui invece solo occhi, emozioni e gesti che si mischiano, si donano, si sporcano.. La vita, la morte. La consolazione, il non essere mai in pace.. Le fatiche, le cose possibili, le cose impossibili.. Così bello e scontato condividere e condividersi. Che roba!

Sembrano solo parole, sciocche, ma certe emozioni feriscono e cambiano, e spezzano. E’ difficile. Ma a volte è anche bello lasciarsi spezzare se poi c’è un paio d’occhi pronto a ricomporti, con la loro luminosità, la gioia inspiegabile a “noi” e semplice a “loro”.

Vi abbraccio
Gio






venerdì 4 luglio 2014

Brasile: è arrivato don Gabriele!

Carissimi amici, inizia il mese di “Sant’Ana” nostra patrona e siamo di nuovo alle prese con la grande festa. E’ un’antica tradizione ed ogni anno richiede sempre un certo impegno per prepararla al meglio, cercando di mettere al centro l’aspetto religioso e non solo pranzi, banchetti, promozioni per fare dei soldi, ecc.

E’ arrivato don Gabriele Burani qui con me, come sapete sarà il mio sostituto e sta cominciando a guardarsi attorno per capire da quale parte è finito e cercare di imparare la cosa per ora più importante: la lingua.
Siamo alle prese con la coppa del mondo, l’Italia purtroppo è già rientrata e il Brasile temo che farà la stessa fine, anche se da queste parti sono sicuri che vinca la coppa del mondo. Se volete girare bene per strada andate in giro durante le partite del Brasile, nessuno si muove e dopo la partita festa (ovviamente se vince), musica e bere. Immaginate se vince il mondiale…

Ho visto sulla libertà un sacco di cambiamenti di parroci, unità pastorali, ecc. In vari mi hanno chiesto perché non c’ero tra le nomine. Credo sia molto semplice, è una questione di tempi, nel senso che a settembre, quando inizia l’anno pastorale, non sarò ancora in Italia. Come sapete dovrei arrivare verso  novembre ma ancora non ho comprato biglietti e fissato date esatte. Auguri ai nuovi parroci trasferiti!
Um abraço a todos!

Pe. Marco

Ipirà, 2 de julho, Festa da Indipendencia da Bahia

martedì 10 giugno 2014

Pentecoste...

Pubblichiamo di seguito una lettera di Maurizia dal Rwanda inviata il giorno di Pentecoste

“..la fiamma dello Spirito risplende nel cenacolo.. una mistica ebbrezza tocca le lingue e i cuori.. manda su di noi Signore il dono del tuo Spirito.. concedi al mondo inquieto la giustizia e la pace..”

“.. pace a voi, detto questo mostrò loro le mani e il fianco.. e i discepoli gioirono al vedere il Signore.. Gesù disse loro di nuovo.. pace a voi, come il Padre ha mandato me, anche io mando voi.. detto questo soffiò e disse loro.. ricevete lo Spirito Santo".. “

sono a Bare immersa nei canti e nella gioia dei  carismatici  e partecipo volentieri alle loro invocazioni allo Spirito. Le letture e la liturgia mi accompagnano nella preghiera, mi mostrano sempre  più il bisogno che abbiamo di sentirci   Chiesa di/in  Cristo.

“consacrali nella verità....siano anch'essi una cosa sola come noi....custodiscili dal maligno....”

il Signore ci dà la forza di riconoscere e di rifiutare le divisioni, gli egoismi, le indifferenze, i rifugi del far finta di niente...e altrettanto ci dà il coraggio di testimoniarlo.
manteniamoci in comunione nella preghiera, nella testimonianza, nella condivisione.
buona festa!!!

un abbraccio grande, Mauri

lunedì 9 giugno 2014

Vaovao da Elena e Stefano

Carissimi tutti!
Eccoci finalmente con la prima mail dall’isola rossa! Innanzitutto stiamo bene, sentiamo che il periodo di ambientamento non è ancora terminato, ma siamo contenti! Dopo il lungo viaggio in aereo siamo arrivati in capitale, Antananarivo. Qui ci siamo fermati giusto 2 giorni solo per le pratiche del visto e burocrazia varia. Siamo poi ripartiti per Ambositra, cittadina nell’altopiano di circa 30.000 abitanti a 1300m slm. Qui ci fermeremo circa un mese per studiare la lingua ufficiale che è il malgascio. Qualcuno in città sa anche il francese, ma nel villaggio dove andremo poi, la popolazione non lo parla. Tanto meglio, perché noi il francese non lo sappiamo
Gruppo misto di volontari ad Ambositra

Escursione nella foresta di Vohiday
Stiamo seguendo un corso intensivo accompagnati da due professori, uno per la grammatica e uno per la conversazione. Ci fanno lezione in inglese e non possiamo negare che sia parecchio difficile… Ma è l’unico mezzo che abbiamo! Stando qui ci siamo resi conto di quanto grande sia la barriera della lingua. Adesso capiamo tutti quegli immigrati che arrivano da noi e non sanno comunicare neanche i bisogni primari. Trovarsi dall’altra parte ed essere “lo straniero” è decisamente illuminante. Qui sta per arrivare l’inverno… di giorno, se è bel tempo, si sta anche bene, ma la sera e al mattino… è un freddo cane! In casa non abbiamo riscaldamento, ma c’è una piccola stufa che riscalda cucina e sala da pranzo. Insomma altro che caldo africano!! Siamo sempre vestiti con maglioni e giubbotti! E la borsa dell’acqua calda è diventata un’amica fedelissima  La nostra casa è molto grande e siamo entrati a far parte della numerosa famiglia dei volontari in missione sparsi per il Madagascar.

Escursione nella foresta di Vohiday
In casa viviamo con altre 3 volontarie di Reggio Terzo Mondo (ONG di Reggio Emilia) e con Don Giovanni, coordinatore dei volontari. La vita comunitaria è un’esperienza intensa ma anche tanto divertente! Dal punto di vista fisico stiamo bene, ogni tanto qualche mal di pancia e purtroppo anche delle fastidiosissime pulci che qui sono quasi animali da compagnia… Le sensazioni da quando siamo qui sono state molto varie. E’ ancora imbarazzante camminare per strada, sentire mille occhi che ti fissano e avere decine di bambini che ti rincorrono chiamandoti “Vazaha! Vazaha!” (straniero). Noi rispondiamo loro col saluto malgascio, lasciandoli spesso sbigottiti o divertiti… Da quello che abbiamo capito, è come se fosse una mucca o un qualsiasi altro animale a parlare e rispondere. Animali che parlano?! Quando mai... Alcuni bimbi, invece, piangono disperati dalla paura quando ci vedono. Insomma, la sensazione di essere alieni ci accompagna ancora in modo insistente. Lo scorso weekend, in occasione del nostro secondo anniversario di matrimonio, abbiamo fatto un’escursione di 4 giorni nella foresta di Vohiday
insieme ad altri volontari della casa. Tra portatori, accampamenti in tenda, fuochi da campo e tanto fango, ci siamo immersi nella natura primitiva di questo variopinto paese. Ancora tutto da scoprire.

Mandra pihaona – Arrivederci a presto!

Elena e Stefano